Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Mercoledì, 21 Agosto 2019

Come bloccare il killer silenzioso delle donne. Una ricerca della scienziata Michela Lupia

«Sulla sanità italiana ci sarebbe tanto da fare, ma rispetto all’estero ha un grande merito: è una sanità pubblica a cui tutti, sia ricchi che poveri, possono avere accesso.

È un principio che sta alla base del vivere civile. Tuttavia, il divario tra Nord e Sud è innegabile. L’Italia è una sola e tale deve essere in ogni suo aspetto, dalla sanità all’istruzione: in tutto ciò che è pubblico non ci devono essere differenze.

Michela Lupia
Michela Lupia

È impensabile che dalla Calabria e dalla Sicilia si debba andare a Milano, a Roma o a Torino per avere cure ottimali e all’avanguardia. È ormai assodato che l’ambiente e il contesto, soprattutto nel post operatorio o in casi di cure pesanti come le chemioterapie, hanno un ruolo fondamentale nella psicologia dei pazienti».

Michela Lupia, calabrese di Sersale, è biologa presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e una degli otto vincitori del premio “Roche per la Ricerca” 2017 per progetti in oncologia, neuroscienze ed ematologia.
Il suo progetto, selezionato e finanziato dalla multinazionale svizzera Roche insieme ai progetti di altri sette scienziati italiani, riguarda una nuova strategia per bloccare la proliferazione delle cellule staminali del tumore ovarico, il killer silenzioso delle donne.
«La ricerca scientifica ci consentirà di migliorare la qualità della vita delle persone intervenendo su patologie che spesso hanno esiti letali. Il mio lavoro – confida la scienziata Lupia – mi diverte e lo faccio con grande passione. Ho provato anche all’estero, dove avevo a disposizione qualunque mezzo e dove sicuramente avrei impiegato molto meno tempo a condurre gli esperimenti che avevo in mente di fare. Ma è innegabile che lavorare nel proprio Paese è tutta un’altra cosa. Per fare bene il proprio lavoro è necessario avere intorno anche un ambiente amico, i propri legami. Io, per esempio, appena posso, rientro sempre in Calabria».

Tuttavia c’è chi, avendo trovato all’estero condizioni ottimali, non vuol più che saperne dell’Italia. Lei cosa ne pensa dell’ormai famigerato fenomeno della “fuga dei cervelli”?

«Da un certo punto di vista li capisco se non vogliono tornare, perché all’estero si fa tanta ricerca di alta qualità. Bisogna essere onesti: questa ricerca di alta qualità si può fare anche in Italia, ma ovviamente le condizioni sono diverse. All’estero si è molto più gratificati, sia dal punto di vista economico che sociale: il ricercatore è una figura ben riconosciuta, ha i suoi diritti e ha i suoi doveri.

La scienziata Michela Lupia accolta dal sindaco della sua comunità, Sersale, Salvatore Torchia, dal direttore della Riserva Valli Cupe, Carmine Lupia, e dalla direttrice scolastica Rosetta Falbo.
La scienziata Michela Lupia accolta dal sindaco della sua comunità, Sersale, Salvatore Torchia, dal direttore della Riserva Valli Cupe, Carmine Lupia, e dalla direttrice scolastica Rosetta Falbo.
In Italia, purtroppo, ai ricercatori vengono rinnovati contratti ogni sei mesi o di anno in anno, si conferiscono borse di studio fino a 40 anni. Ma non siamo più studenti a 40 anni! All’estero, invece, se sei bravo, hai la possibilità di avere una certa stabilità, che poi è quello che ti permette di lavorare in maniera serena e di portare avanti le tue ricerche nel miglior modo possibile. Perché se vivi sempre nell’incubo del “tra un anno devo cercare un altro laboratorio perché qui sono finiti i soldi” ovviamente il tuo lavoro ha una visione limitata. Quindi capisco chi vuole rimanere all’estero, con tutti i privilegi che ne derivano, e vede l’Italia come un “ritornare indietro”».

Lei ha conseguito la laurea in Scienze biologiche presso l’Università della Calabria e il dottorato di ricerca in Oncologia molecolare presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro. Cosa pensa della qualità delle università meridionali?

«Sono molto soddisfatta sia degli studi universitari che del corso di dottorato. Ho avuto accesso a un’istruzione di alta qualità, perché ho avuto degli ottimi insegnanti e la possibilità di andare all’estero per studiare nuove scoperte e nuove ricerche da cui prendere spunto. Ringrazio per questo il professore Morrone, con cui ho lavorato durante il corso di dottorato. E poi, quando una ragazza per frequentare la scuola superiore (da Sersale a Catanzaro), come ho fatto io, ha dovuto alzarsi ogni mattina all’alba per rientrare col pullman nel primo pomeriggio, decisamente dopo può affrontare qualsiasi sacrificio».

Come nasce la sua passione per la biologia e poi per la ricerca?

«La passione per la biologia è innata da sempre. Mia madre, laureata in biologia, era insegnante di matematica e scienze. Penso che un po’ i geni c’entrino sempre! Ricordo che da bambina andai al cinema a vedere Jurassic Park, uno dei primi film che si occupavano di Dna e di riportare in vita il mondo perduto. Fu lì che mi appassionai alla biologia: da quel momento non cambiai più idea. L’intenzione di proseguire con la carriera di ricerca è venuta poi negli anni: studiando si hanno mille idee ma è durante l’anno di tesi specialistica, ovvero nel momento in cui entri in laboratorio, che ho capito che la mia strada sarebbe stata quella. A Milano, presso l’Istituto Europeo di Oncologia, ho avuto l’occasione di fare ciò che sognavo da sempre: lavorare con le cellule staminali. Lo IEO è una grande realtà: lavoriamo direttamente con i campioni che ci forniscono dalla bio-banca quindi con i tessuti delle pazienti, qualcosa che è il più simile possibile alla malattia che noi cerchiamo di studiare e questo ci permette di conoscerla sempre più a fondo. 

È fondamentale soprattutto l’interazione con il mondo della clinica: io mi occupo delle cellule staminali del tumore ovarico e avere la possibilità di confrontarmi con i medici che quotidianamente hanno a che fare con questa patologia mi apre nuove prospettive. Mi permette di considerare il mio lavoro di ricerca in laboratorio da un’angolazione diversa, perché a quel punto non è soltanto una ricerca fine a se stessa ma uno studio finalizzato anche all’aspetto clinico: scopo ultimo è trovare qualcosa che aiuti le pazienti. Purtroppo il tumore ovarico è una malattia devastante in quanto viene diagnosticato in una fase tardiva. Inizialmente è quasi completamente asintomatico, poi progredisce velocemente e quando arriva all’indagine clinica ormai è in stadio avanzato. Quindi trattare una malattia del genere è sempre più complicato.
Diversi studi, tra cui quelli di cui mi sono occupata io, hanno dimostrato che alla base di una progressione così aggressiva e maligna del tumore ovarico c’è una componente staminale. Andare a studiare dal punto di vista molecolare le cellule staminali può diventare un risultato concreto per le pazienti perché da lì si possono studiare nuove terapie di cura che blocchino le cellule staminali cancerose e quindi cercare se non di arrestare la malattia nel totale almeno di ridurre la componente più aggressiva e maligna, che poi è quella che porta alla morte delle pazienti».

Il programma Roche durerà due anni. In cosa consiste il suo progetto?

«Questo progetto è la continuazione di un progetto che ho condotto tempo fa. Mi occupo da sei anni di cellule staminali associate al carcinoma ovarico, malattia purtroppo poco studiata. In questo arco di tempo, attraverso l’analisi del contenuto genomico delle cellule staminali, abbiamo trovato l’espressione di una proteina particolare che si chiama CD73. In letteratura è noto che questa proteina è implicata nell’aggressività di alcuni tumori tra cui quelli al polmone, al seno e al colon, però mai nessuno l’aveva correlata a proprietà staminali.
Come dicevo prima, la presenza di queste cellule staminali nel carcinoma ovarico è indice di aggressività della malattia e della sua recidiva. Ciò che si sa sul tumore ovarico, infatti, è che con il primo intervento si riesce a togliere gran parte della massa tumorale però le cellule staminali possono rimanere dormienti per moltissimo tempo. E nel momento in cui si svegliano si prospetta il peggio: ormai resistenti alle chemioterapie tradizionali, quelle a cui normalmente vengono sottoposte le pazienti dopo l’intervento chirurgico, esse diventano sempre più aggressive.

La nostra idea è stata: se la proteina CD73 è molto espressa nelle cellule staminali, dobbiamo trovare un modo per attaccarla e quindi per uccidere le cellule staminali. In un nostro lavoro, che pubblicheranno su una rivista scientifica ad aprile, abbiamo visto che se noi blocchiamo l’attività di questa proteina le cellule cancerose, e in particolar modo le cellule staminali cancerose, crescono di meno o in alcuni casi cessano di crescere. Inoltre abbiamo notato, in uno studio appena pubblicato, che bloccando la azione di CD73 il tumore non si riforma o cresce con un’attività molto ridotta.
Quello che io ho proposto per Roche è cercare di scoprire il meccanismo biologico e molecolare dell’azione di questa proteina. Poi, in una seconda parte del progetto, ciò che ci proponiamo di fare è tentare di combinare una chemioterapia tradizionale insieme a un anticorpo che blocca e neutralizza l’attività di CD73, per capire se questa azione sinergica può bloccare completamente la crescita tumorale e quella metastatica. Perché pensiamo questo? Perché generalmente ciò che fa la chemioterapia tradizionale è aggredire le cellule del tumore nel loro insieme ma soprattutto le cellule che proliferano tanto. Ma le cellule staminali, che sono dormienti, non vengono attaccate dalla chemioterapia tradizionale. Quindi, con l’anti-CD73, andiamo a bloccare le cellule staminali, ovvero ad aggredire la loro sottopopolazione più aggressiva che rimane dormiente per lungo tempo.
Alla fine, la nostra speranza è di poter bloccare completamente la crescita tumorale anche a distanza di lungo termine, perché in genere le recidive avvengono anche dopo cinque anni dall’intervento. Per riassumere: in questo progetto ci sarà una parte di ricerca di base, ovvero indagare il meccanismo molecolare e funzionale di CD73 all’interno delle cellule staminali, e una parte clinica, in cui cercheremo di combinare le due terapie».

È stata selezionata per portare avanti un progetto di ricerca con fondi indipendenti. Cosa pensa della ricerca italiana, sia pubblica che privata?

«In Italia purtroppo la ricerca soffre molto perché la maggior parte dei fondi, soprattutto quelli pubblici, sono difficilissimi da ottenere. Le condizioni per poter vincere questi finanziamenti diventano sempre più restrittive a causa dei pochi soldi e dell’elevato numero di richieste: sono tante le persone in Italia che fortunatamente continuano a fare ricerca anche nelle condizioni peggiori. Però in qualche modo bisogna reperire fondi perché la ricerca costa tanto e spesso non si hanno risultati nel breve tempo. Qualcuno può pensare che questi soldi vengano sprecati. Non è così perché essendo appunto ricerca non si sa come si concluderà. Se avessimo la sfera di cristallo sceglieremmo una determinata ricerca, convinti che andrà benissimo. Invece si devono provare diverse strade e vedere quella che realmente funziona. Perché teoricamente può andare tutto benissimo però poi ci si scontra con la realtà del laboratorio e degli esperimenti che non sempre vanno nella direzione teorica attesa. E a quel punto bisogna cambiare percorso, ma per cambiare bisogna disporre di ingenti somme di denaro.
Sarebbe auspicabile che ce ne fossero di più di aziende importanti come Roche che mettono a disposizione fondi per dare la possibilità ai giovani ricercatori che vogliono affrancarsi dal laboratori di provenienza, non perché non ci si trovi bene ma perche è il naturale destino di una persona che arrivata a un certo punto vuole anche capire se è in grado di portare avanti il suo lavoro da solo, di lavorare in maniera indipendente, perché Roche non interviene assolutamente nelle nostre ricerche. Ognuno di noi otto vincitori può svolgere la propria ricerca in assoluta autonomia, senza vincoli con l’azienda che ha erogato i soldi».

In Italia ci sono altre aziende che permettono di fare ricerca in maniera indipendente?

«Che io sappia, di grandi aziende farmaceutiche soltanto Roche. Ci sono fondazioni filantropiche private che danno un grande contributo alla ricerca e anche loro consentono di condurre il lavoro in maniera indipendente. Gran parte del nostro sostentamento proviene dall’AIRC, l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Sono donazioni che arrivano dai cittadini e che AIRC devolve ai ricercatori attraverso bandi e selezioni. Credo che ad oggi sia il maggior finanziatore della ricerca indipendente in Italia. Inoltre, per ottenere fondi pubblici bisogna necessariamente essere universitari e allo IEO, dove non tutti sono universitari, alcuni scienziati potrebbero rimanerne esclusi. Invece AIRC non pone questo tipo di limiti».