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Giovedì, 05 Dicembre 2019

La giustizia nella “penna” degli scrittori. Dibattito e spunti di riflessione

A Palazzo Campanella veicolano spirito e contenuti di civitas: creare occasioni di partecipazione, incontro, confronto e dialogo tra i cittadini e tutte le realtà che compongono il mondo della giustizia.

Merito della scelta del presidente della Corte di Appello Luciano Gerardis di far precedere l’inaugurazione vera e propria dell’anno giudiziario - con tanto di dati e statistiche come tradizione vuole - da un confronto allargato sul tema giustizia a quanti si ritrovano nell’Aula Federica Monteleone felici di raccogliere l’importante invito.

Ad alimentare la riflessione, e soprattutto lo spirito critico, il pensiero dei tre scrittori calabresi Gioacchino Criaco, Mimmo Gangemi e Tiziana Calabrò: tre sensibilità diverse di raccontare il sentimento raccolto nelle loro storie, incontrando gente comune, facendosi interprete della voce del popolo che non sempre arriva dovunque. E’ un momento effettivo e reale di esercizio di cittadinanza attiva e di democrazia perché la libertà di dire la propria e di discutere pubblicamente e liberamente è quanto si era proposto il presidente Gerardis e che si sposa con un impegno che dura da anni di infondere, attraverso la forza delle idee, la cultura della legalità, Un’occasione di reale e sostanziale di condivisione e partecipazione collettiva che si è sviluppata sul confronto tra magistratura, intellettuali e cittadini e che è stata pienamente condivida dal procuratore generale di Reggio Calabria Bernardino Petralia e dal presidente dell’Ordine degli avvocati Alberto Panuccio. Il dibattito ha avuto anche toni accesi perché Gangemi, nel suo spirito diretto, ha richiamato “anche i limiti della legislazione nazionale, troppo rigida, in materia di misure di prevenzione e interdittiva antimafia e i casi numerosi di risarcimento per ingiusta detenzione”. Da Gioacchino Criaco, l’esperienza di terre difficili quali Africo e San Luca. D’altra parte, “Anime Nere”, suo grande successo, è la vicenda di 3 ragazzi non affiliati alla ‘ndrangheta ma coinvolti in una miriade di situazioni tipiche della malavita. Carnefici, ma anche vittime di un male antico nato nelle viscere dell'Aspromonte. La consapevolezza di una realtà particolare si unisce anche al riconoscimento di una “nuova” apertura della giustizia alla società civile. “C’è qualcosa di buono – asserisce Criaco- nel mare di tempesta”. Ed ecco Tiziana Calabrò creare per l’occasione un racconto. La “sua” giustizia è molto femminile: è il volto di “Dike”, giustizia come divinità che diventa donna e che si pone tante domande e non dà risposte, ma sa bene “che non si può crescere senza il senso di responsabilità che va cercato solo in noi stessi”.