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Martedì, 15 Ottobre 2019

Democrazia e mafia. Il saggio di Claudio Cavaliere tra storia e attualità

«Il libro di Claudio Cavaliere è un libro importante che funge da strumento di studio imprescindibile: dopo tantissimi libri sui rapporti nazionali della mafia, eccone finalmente uno che copre un vuoto, quello delle connessioni tra mafia e democrazia locale, fonte di instabilità sin dal 1946, e dei passaggi che comportano l’inquinamento dei comuni».

Claudio Cavaliere e Nicola Irto Claudio Cavaliere e Nicola Irto


È quanto ha sostenuto Luciano Violante, già presidente della Camera dei deputati (1996-2001) e presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 1992 al 1994, intervenendo al Salone Internazionale del Libro di Torino (nello stand della Regione Calabria), insieme al presidente dell’Assemblea legislativa calabrese Nicola Irto, alla presentazione de “La democrazia mafiosa”, il libro del sociologo Claudio Cavaliere edito da Pellegrini, con la prefazione del magistrato Nicola Gratteri (sottotitolo: “mafia e democrazia nell’Italia dei Comuni - 1946/1991”).
A proposito di un così apparente contraddittorio titolo, Violante ha commentato: «intriga e attira l’attenzione perché i comuni sono senz’altro un presidio di democrazia, ma quando questo presidio convive così fortemente con fenomeni mafiosi, il tipo di democrazia che ne risulta non è quella che vogliamo». Ne è nata una disquisizione sulla “convivenza” (fuorviante parlare di infiltrazioni) tra mafia e partiti: «perché è così importante il comune per la mafia? Perché il mafioso vive sul territorio ed è forte quando è sul suo territorio. È quello che io definisco il fenomeno delle “latitanze domiciliari”: a casa loro hanno più potere che altrove. Un fenomeno particolarmente importante in Calabria, dove la comunicazione tra comuni è ostacolata dalla loro particolare e impervia posizione geografica. E’ ben documentato nel libro che i nuovi comuni nascono con alcune caratteristiche che ne condizionano ruolo e funzione per molti anni a venire, affatto ininfluenti rispetto alla capacità della mafia di appropriarsi dei meccanismi della democrazia. E uno di questi elementi è che il territorio politico italiano si struttura su base comunale. Questo diventa un elemento  di vitalità per la mafia, già strutturata come organo di controllo e potere, su base locale >> . Della mafia calabrese, Violante tratteggia una storia diversa da quella siciliana “di ricompattamento”, definendola “di opposizione”. La mafia calabrese nasce, difatti, «in chiave di difesa territoriale e di aggressione verso lo Stato e il potere. Tant’è che dopo la fine del Fascismo, la mafia cercò rapporti con i partiti di sinistra: mi capitò di sciogliere alcune sezioni del partito comunista italiano in Calabria proprio perché fortemente condizionato dalla mafia».
Interessante è poi il discorso di Cavaliere sugli scioglimenti dei comuni, ricostruiti e documentati con perizia scientifica. A intrigare Violante è il radicale mutamento, nel tempo, dei motivi e delle circostanze che hanno sollecitato la classe dirigente all’uso di tale strumento di difesa contro l’invadenza delle mafie nella democrazia locale: se infatti, negli anni ’50, «un sindaco veniva sospeso a causa di un manifesto contro il fascismo e a favore della Repubblica, o a causa della partecipazione a scioperi dei lavoratori per problemi retributivi (entrambi i casi considerati incitamento al disordine pubblico); fera del libro2 2017se, dunque, per un paio di decenni l’ordine pubblico era considerato strumento per sanzionare ed eliminare le amministrazioni comunali che facevano dei valori costituzionali e democratici un presidio, a un certo punto della storia repubblicana, dagli anni ’90 in poi, c’è stato un radicale rovesciamento: lo scioglimento inizia a interessare i comuni incriminati, collusi con la mafia».
Ai fini di tale ricerca, «lo sguardo di Cavaliere – ha proseguito Violante –  è sempre originale e mai banalmente compilativo: non si tratta infatti di un “libro di riporto”, che mette insieme pezzi di sentenze e intercettazioni telefoniche, ma è un libro originale, nel senso che punta su dati che non provengono dalla copiatura di atti giudiziari ma da analisi compiute in prima persona dall’autore. È un libro onesto, pulito, in cui emergono la ricerca e la spiegazione di alcuni meccanismi sulla base di elementi di carattere scientifico».
D’accordo con Violante è il Presidente dell’Assemblea legislativa calabrese. Nicola Irto ha infatti sostenuto che il merito del saggio di Cavaliere sta nel «parlare di mafia senza introdurre inchieste giudiziarie; riesce a fare un’analisi approfondita, diretta, sviscerando dati, raccontando un lunghissimo periodo della storia repubblicana senza mettere dentro quell’elemento che troppo spesso troviamo nelle pubblicazioni che parlano di mafia e che parlano anche di politica e di democrazia. Si tratta di un saggio dall’impostazione scientifica, che raccoglie dati importanti».
Ma, ha commentato Irto, non si tratta di una ricerca fine a se stessa. Oltre ad essere il primo libro che ha questo tipo di impostazione, “La democrazia mafiosa” può avere un’utilità sociale e politica non indifferente: «può servirci anche oggi, dove la discussione sugli scioglimenti dei comuni è una discussione aperta sul piano nazionale. Mi appello a una settimana fa, quando sono stati sciolti altri comuni. Ritengo che questo impianto legislativo non vada limitato ma rafforzato. E partendo da uno studio di questo tipo possiamo anche pensare di arrivare a migliorarlo».

da sinistra: CLaudio Cavaliere, Nicola Irto e Luciano Violante da sinistra: CLaudio Cavaliere, Nicola Irto e Luciano Violante


Oggi, difatti, le cose sono cambiate rispetto alla cosiddetta prima Repubblica e rispetto agli anni ’90,  quando è nata la legge sugli scioglimenti dei comuni per mafia: «dobbiamo fare i conti, nei comuni in cui si arriva allo scioglimento, con una straordinaria partecipazione all’infiltrazione e alla continuità tra criminalità organizzate da parte della burocrazia dei comuni. Perché – ha spiegato il presidente del Consiglio regionale – c’è stato un punto di svolta negli ultimi vent’anni: mentre prima raccontavamo gli scioglimenti di quei comuni lontani (per esempio in Calabria), adesso ci stiamo confrontando con un fenomeno di scioglimento delle grandi aree urbane. Penso alla città di Reggio Calabria, ad altri comuni d’Italia e del Mezzogiorno, dove salta fuori un nuovo modo di infiltrarsi: non solo lo scambio politico elettorale, non solo il cosiddetto clientelismo, non solo le infiltrazioni sui consiglieri comunali e sulla parte di governo di un comune ma anche sulla burocrazia comunale».
Di qui, ha sostenuto Irto, scaturisce la necessità di interrogarsi su come la norma sugli scioglimenti possa entrare in questa nuova era, dove la burocrazia ha un ruolo centrale, « come abbiamo potuto vedere nelle ultime inchieste che ci sono state in Calabria: da questo punto di vista, reputo “La democrazia mafiosa” non solo un punto di arrivo ma anche un utile punto di partenza per una riflessione importante».
Ripensare l’impianto legislativo sullo scioglimento per mafia dei comuni è un punto su cui Violante è intervenuto citando il più acuto dei politologi: «diceva Machiavelli che ci vogliono le leggi e ci vogliono i buoni costumi. Le leggi da sole non bastano, ci vogliono anche i buoni costumi. Il presidente Irto ha detto una cosa molto importante: c’è il problema della burocrazia, serio quanto quello dell’inquinamento politico. Però c’è un dato su cui vorrei richiamare l’attenzione: quello della democrazia non è un processo meccanico, la democrazia va continuamente allenata, la democrazia senza un’anima è debole. Perché non è una forma di amministrazione, ma un complesso di valori che vanno attuati. Se la consideriamo una mera forma di amministrazione, il dispotismo è molto meglio, perché più semplice dal punto di vista dell’esecuzione delle regole: non deve chiedere il permesso a nessuno, fa quello che deve fare, ha la forza per attuare, fa fuori dissidenti e tutto funziona. Ricordo che quando il povero Obama doveva discutere il tipo di intervento in Siria ha dovuto battagliare con Camera e Senato, che non gli hanno fatto toccare palla perché negli Stati Uniti vige la democrazia. Putin, invece, ha bombardato Palmira senza chiedere niente a nessuno, mentre Obama discuteva ancora con il Senato su cosa fare.la democrazia mafiosa Allora se la democrazia è una pura tecnica di governo vi assicuro che è meglio il dispotismo. Se invece è un complesso di valori che devono essere attuati attraverso il governo, la situazione cambia».
Violante ha quindi spostato il centro della discussione sull’impoverimento della riflessione sulla democrazia e sui rischi che ne conseguono: «se la consideriamo un meccanismo puramente elettorale, che cosa mi assicura la difesa dell’amministrazione e della politica dall’inquinamento mafioso? La politica sono valori da difendere, non pura tecnica da attuare».
E sulla necessità di rinnovare gli strumenti legislativi in materia, ritiene che «fare nuove leggi spesso significa togliere credibilità alla leggi esistenti, quando ci accorgiamo che sono sbagliate, che non funzionano, che si accavallano sulle precedenti. Questo meccanismo di continuo rinvio alle leggi è un modo che indebolisce la democrazia. Credo dunque che la vera battaglia politica vada fatta sui valori civili da immettere nella società più che sul piano formale delle regole».
Se per Irto è innegabile la crisi della democrazia e dei partiti e quindi è necessario «un investimento complessivo attraverso una nuova visione della politica, della democrazia e dei territori per poter mettere insieme l’impianto normativo con le buone intenzioni che si fanno dal basso, dal territorio e con chi si impegna politicamente», Violante gli fa eco sostenendo che «oggi i partiti hanno abbandonato il fronte: non c’è dirigente politico che non sia anche consigliere comunale, un dirigente che stia con la società non si vede. C’è una frattura del sistema politico. La democrazia può rinascere e i partiti possono acquistare un ruolo se si rimettono a lavorare nella società, non come puro strumento di governo delle istituzioni, ma come strumento di rappresentanza».
fera del libro 2017«Le democrazie – ha insistito Violante – muoiono non per omicidio, ma per suicidio, quando dentro di sé non hanno la forza per rinnovarsi. Se non ci diamo da fare per rimettere in piedi il meccanismo democratico sui valori, è chiaro che la democrazia perde vigore». E per quanto concerne il problema dell’inquinamento dei comuni per mafia, esso «non si risolve solo con misure legislative, ma anche con battaglie politiche nella società. Spero – ha concluso Violante – che proprio dalle riflessioni e dalle ricerche condotte da Cavaliere in “ La democrazia mafiosa” possano nascere battaglie politiche dirette a far nascere generazione di donne, di ragazzi e ragazze che vogliono fare politica cercando di rendere forti i valori e non di entrare a tutti i costi in quella che è l’alta amministrazione».
Claudio Cavaliere, autore di quella che ha definito una «narrazione di ciò che è accaduto» nelle realtà locali della penisola italiana, ha citato, in chiusura della presentazione del suo saggio sul rapporto tra mafia e comuni, il politologo Norberto Bobbio e la sua «visione della democrazia» elaborata nella lezione “Quale democrazia” del 1945: «all’epoca la ragione di quel titolo era evidente. Ma oggi è chiaro che, anche per noi che viviamo in Calabria, e i fatti di San Luca e di tante altre realtà in cui si fa fatica persino ad andare a votare, ad esercitare il diritto che sta alla base della democrazia, che c’è una diffusa insoddisfazione rispetto alle modalità con cui la democrazia si manifesta. Il libro si chiede ed analizza perché la democrazia sia così facilmente scalabile attraverso i procedimenti della democrazia stessa, quali le libere elezioni e il confronto democratico, e che le regole formali non sono un antidoto sufficiente a proteggere i cittadini dalla gestione diretta della cosa pubblica da parte della mafia».