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Martedì, 15 Ottobre 2019

Quel “gene” che ci affatica

Parla Amalia Bruni, direttore del centro di neuro genetica di Lamezia Terme

Ricercatrice di fama internazionale, la lametina Amalia Bruni, dirige da anni il Centro regionale di neuro genetica di Lamezia Terme ed è qui che ci riceve, concedendoci una breve chiacchierata sulle ultime fatiche della sua equipe soprattutto per ciò che riguarda l'ultimo prezioso progetto legato alla presentazione della recente pubblicazione sulla prestigiosa rivista internazionale Jcem (Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism) del lavoro condotto dal Centro regionale di Neurogenetica e dal National Institutes of Health (NIH) di Bethesda. Ovvero, lo studio che ha riguardato un’intera popolazione di una comunità montana calabrese in cui i ricercatori hanno identificato mutazioni del gene della proteina di trasporto del cortisolo associate a un quadro clinico di dolore cronico.

Amalia Bruni, direttrice del centro regionale di neuro genetica


Amalia Bruni, direttrice del centro regionale di neuro genetica"La storia nasce diversi anni fa - esordisce Amalia Bruni - non qui ma in Australia quando un ricercatore endocrinologo David Torpy studia una paziente di origini calabresi. Alla base di questo malessere, che comprende anche una malattia cardiaca, c'è una mutazione genetica che riguarda il gene che codifica che è la proteina di trasporto del cortisolo. La donna manifestava sintomi legati a una profonda astenia, cioè l'incapacità di mettersi in piedi, di alzarsi, di fare le cose. E allora, essendo un endocrinolo Torpy pensa che ci sia un'alterazione del sistema del cortisolo, perché questo ormone che noi abbiamo nell'organismo è la nostra benzina, ci mette nelle capacità di fare le cose; come ci si muove. Si trovano, dunque, delle mutazioni genetiche in questa donna, che ovviamente aveva dei figli, un marito, una famiglia. Torpy allora capisce che era importante studiare la famiglia. Allora all'interno di questa famiglia emigrata che proviene dall'area di Nardodipace, trova diverse mutazioni genetiche. Non una, ma ben due mutazioni genetiche. Dopodiché incontra Giovanni Cizza che è un nostro ricercatore che lavora al National Institutes of Health, Bethesda (Usa), anche lui endocrinologo, che gli chiede: hai visto la mia ultima pubblicazione?

A tutti e due viene in mente di studiare il paese d'origine per capire il perché delle diverse mutazioni, e per capire se questa che viene definita come sindrome della fatica cronica esisteva anche nel paese di provenienza. Giovanni Cizza arriva in Calabria dieci anni fa e chiede la collaborazione su più fronti e trova la nostra struttura organizzata.

Quindi, cosa avete trovato?

Che la sindrome della fatica cronica di fatto esista, è un’entita fantasma perché questa fatica è una sintomologia associata ai tumori, alla sclerosi multipla. Quindi, è una una sindrome molto trasversale a tutta una serie di malattie, per cui Torpy per la prima volta nel mondo lui l'ha messa in coniugazione con una mutazione genetica. Un lavoro importante portato avanti da Torpy, Cizza e da noi che siano pertanto riusciti a condurre questo studio sulla popolazione di Nardodipace a cui hanno aderito poi molti collaboratori calabresi e soprattutto il risultato strano è che noi non abbiamo trovato la fatica cronica, ma il dolore cronico. E' questo è un risultato estremamente importante perché questo ci dice che questo cortisolo, ovvero questo ormone e lo stress sono coinvolti in questo meccanismo della genesi del dolore. Quindi, stiamo entrando della neuroendocrinologia, perché il cortisolo è un ormone che è prodotto sotto stimolo dell'encefalo. Chiaramenmte c’è un asse: ipotalamo-ipofisi e corticosurrene; tutto questo sistema è correlato al dolore e permette di capire molto meglio e molto di più, non solo per la genesi dei farmaci, ma sarà importantissimo anche per la comprensione stessa delle malattie.

Cosa state preparando?

Stiamo in questo momento mettendo insieme un gruppo di ricercatori nel mondo per studiare il Pain dolore, che si occupino della proteina e del gene dellaCbg per andare a studiare  proprio i pazienti con il dolore cronico su più larga scala e cercare di capire meglio queste correlazioni su questo aspetto".

Il messaggio di questo studio portato avanti e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Jcem (Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism) quale può essere?

"Dimostra che in Calabria quando uno le cose le vuole fare le fa. Costano sacrifici importantissimi però si possono fare. Ma il messaggio è chela Calabriaha partecipato come Regione. Ha finanziato questo progetto di ricerca.  Poi ci hanno dato solo il 50 per cento, perché negli anni si sono avvicendati i governi. Peròla Calabriaè capace di produrre ricerca ad alto livello. Di produrre risultato e questo secondo me è la strada che dovrebbe seguire, perché sono queste che la caratterizzano in positivo che le danno fama, che portanola Calabriasu livelli importanti che non sono solo quelli della malasanità e della ‘ndrangheta. Certo, abbiano esportato la mafia ma abbiamo esportato anche cervelli. Di fatto noi abbiamo delle capacità, e la politica deve avere la forza straordinaria di essere trainante da un punto di vista culturale.

Il centro Regionale di Neurogenetica


Al di là dei progetti finanziati dalla Regione voi come Centro riuscite a individuare i finanziamenti europei?

E' una cosa complicatissima. I progetti europei vengono fatti in genere da cordate di ricercatori. Non è il singolo che applica, ma sono numerosi. Ovvero, almeno altri 5-7 Centri in Europa. La difficoltà maggiore che abbiano avuto è che come Centro regionale di neurogenetica  noi non siamo un Ente che fa solamente ricerca. L'Europa pretendeva che si facesse solamente ricerca, Cioè, il direttore generale dell'Asp avrebbe dovuto firmare che la sua struttura, ovvero tutta l’Azienda sanitaria facesse ricerca. Quindi, su quest'aspetto ci siamo dovuti bloccare, per cui noi possiamo andare solamente a rimorchio di altri. Chi fa ricerca in Italia, gli Enti che fanno ricerca sono fondamentalmente di tre tipi: le Università, e noi non lo siamo, il Cnr, e non lo siamo, e gli Irccs (ospedali che fanno ricerca) e noi non lo siamo. Tuttavia, noi partecipiamo ai progetti europei insieme ad altri che ci chiamano, che hanno voglia della nostra professionalità...

In questo momento in quali progetti siete impegnati?

In questo momento siamo impegnati in un progetto europeo relativo allo studio della demenza frontotemporale. E poi ancora siamo impegnati, per il ministero, nello studio di pazienti a rischio per la forma genetica della malattia di Alzheimer. E in più stiamo sviluppando in autonomia, per esempio, un progetto sulla Nieman-pick che è un'altra malattia rara, strana, molto particolare, metabolica. Una malattia che fino a qualche anno fa si pensava essere solo dei bambini piccoli, mentre invece cominciano a esserci segnalazioni nel mondo di pazienti che fanno un quadro di demenza a 50 anni che hannola Nieman-pick. Perquesta malattia sono nati dei farmaci, ed è tra l'altro una malattia recessiva. Cioè i genitori sono sani e fanno dei figli malati. Come avviene per la microcitemia. In un'area comela Calabria, abbiamo avuto la richiesta di sviluppare questa ricerca in maniera particolare. In pratica andremo a fare la sequenza dei due geni che sono stati identificati ed il primo studio che parte in Italia e su questo avremo dei finanziamento specifici.

Esiste un ceppo calabrese che riguardala Nieman-pick?

No. Non abbiamo segnalazioni. Chi ha cominciato a studiare pazienti adulti conla Nieman-picksono per lo più tedeschi. C'è dunque un lavoro tedesco di riferimento, se poi questi pazienti tedeschi che stanno in Germania siano originari della Calabria, questo ancora non lo sappiamo.

Avete ultimato di recente un lavoro che riguarda la popolazione di Bivongi, di cosa si tratta? 

Si tratta del primo lavoro al mondo che prende di mira la demenza frontotemporale. Solitamente  si prende come riferimento solo la demenza in generale e poi chiaramente l'Alzheimer. Noi abbiamo visto che la prevalenza della demenza è a Bivongi, come in tutti i paesi d'Italia e del mondo, in prevalenza del 6 per cento. Vuol dire che dopo i 65 anni, 6 su 100 sono affetti da qualche forma di demenza. Però, al momento che siano andati ad analizzare quale forma di demenza questi pazienti avessero, abbiamo scoperto che di Alzheimer ce n'è poca o nulla, e di frontotemporale tantissima. E' come se la demenza frontotemporale che nelle altre aree, non solo d'Italia ma del mondo, è relativamente bassa o comunque inferiore a quella che è la malattia di Alzheimer, in questo posto è invece spropositata.

Qual è la differenza tra l'Alzheimer e la demenza frontotemporale?

E' profonda. Sono due malattie diverse. Io e lei siamo due esseri umani, ma per intanto siamo profondamente diversi. Ma anche se lei fosse stato donna, sarebbe stato profondamente diverso. Sono forme di demenza che distruggono il cervello comunque, però hanno cause diverse, modalità diverse di esprimersi. Ma anche di segni. Mentre l'Alzheimer è una malattia che colpisce soprattutto inizialmente la memoria, nei pazienti con demenza frontotemporale i primi segni di disturbi gravissimi sono comportamentali.

Anche con manifestazioni fisiche?

Sì. Sono pazienti che hanno disturbi comportamentali gravi che vanno dall'apatia alla disinibizione. Possono essere signori, anziani cleptomani che entrano e rubano qualcosa. Ecco, sono pazienti con demenza frontotemporale. Possono essere disinibiti, escono in pigiama, non sono consapevoli di avere una malattia. Uno dei pazienti classici che abbiamo avuto a Bivongi era un sacerdote che cominciò a manifestare i segni della malattia sbagliando a pronunciare le omelie. Perché un disturbo importante in questi pazienti è la difficoltà di pianificare e anche il disorientamento del tempo. Si fanno delle cose ma non si capiscono le sequenze corrette che si devono dare. Questo sacerdote leggeva le omelie di Pasqua a Natale e viceversa. Un altro segno è la bulimia. I pazienti mettono tutto in bocca, ma non per fame. Lo stesso sacerdote, in seguito, accompagnato da un badante quando dava le ostie alle vecchiette, dopo le metteva in bocca. Ad oggi, tornando ai risultati, a Bivongi c'è una quantità incredibile di pazienti con demenza frontotemporale. Il 50 per cento è provato da mutazione genetica. Da Bivongi adesso ci stiamo spostando nel resto del mondo per pianificare uno studio analogo sui bivongesi emigrati aLa Plata. Iosono andata a marzo aLa Plataincontrando il Centro bivongesi molto disponibili. Vediamo se ora riusciamo a portare avanti questo progetto conla FondazioneCalabresinel mondo. Credo che anche questo sia un modo bello di rimanere in sintonia, quello dello studio e della ricerca. Sono aspetti che secondo me posso legare in maniera qualitativamente altala Calabria, non solo le sagre di paese.