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Domenica, 20 Ottobre 2019

Alla ricerca dell’identità tradita

Dell’antica Magna Grecia rimane molto in Calabria. il rischio però è che “per noi calabresi questa sia una vanteria a vuoto”

Parla lo storico dell’arte di fama internazionale Salvatore Settis

Salvatore Settis è un studioso di  fama europea. Una voce autorevole e libera.  E’ calabrese, originario di Rosarno. E’ stato direttore del Getty Center for the History of Art and the Humanities di Los Angeles, direttore della Scuola Normale di Pisa (fino al 2010), presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali,  incarico che ha lasciato nel 2009 in polemica contro la politica di tagli all'Università del Governo Berlusconi.È uno dei maggiori protagonisti della battaglia contro la svendita del patrimonio culturale e la rovina dell’ambiente e del paesaggio, condotta con articoli pubblicati sui principali quotidiani nazionali e con alcuni volumi di successo come “Italia SpA.  L'assalto al patrimonio culturale” (Einaudi, 2002), “Battaglie senza eroi. I beni culturali tra istituzioni e profitto” (Electa, 2005) e “Paesaggio, Costituzione, cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile” (Einaudi, 2010). L’abbiamo intervistato per “Calabria on web” ed ecco le sue risposte.

Salvatore Settis

Professor Salvatore Settis, la Calabria ha un territorio straordinario, con circa 780 km di coste e catene appenniniche di straordinaria bellezza coperte da una rigogliosa vegetazione mediterranea. Sono i tratti distintivi, regalati solo da una benevola madre natura, di questa regione. Ma se dovesse descrivere la sua identità come la racconterebbe?


Come un’identità preziosa, ma anche come un’identità tradita. Ne è simbolo uno studio reso pubblico dalla Regione Calabria (giugno 2009), che ha registrato 5.210 abusi edilizi sulle coste calabresi, mediamente uno ogni 135 metri, di cui «54 all’interno di Aree Marine Protette, 421 in Siti d’interesse comunitario e 130 nelle Zone a protezione speciale», incluse le aree archeologiche.

Associare la Calabria, principalmente, alla ‘ndrangheta è un luogo comune che troppo spesso uccide la voglia di fare di chi sceglie di lavorarci onestamente. Secondo lei è possibile che nell’ “essere calabrese” ci sia una certa cultura ‘ndranghetista dell’appartenenza? Oppure cos’altro è?

Le culture dell’appartenenza ci sono per fortuna dappertutto in Italia, anzi sono più salde e resistenti che altrove. Ma “appartenenza”, in un Paese democratico e con una Costituzione alta e nobile come la nostra, deve voler dire anche legalità: e non è questo il caso di chi appartiene alla ndrangheta, ma nemmeno di chi ne nega l’esistenza o ne minimizza l’influsso nefasto su ogni aspetto della vita economica e civile”.

Lei è originario di Rosarno. La città che è stata il luogo della rivolta dei “neri” che raccolgono le arance. E’ sembrato, in un primissimo momento, che la città fosse razzista. Cosa pensa di quei fatti?

Manco da Rosarno da molti anni, ma quei fatti mi hanno molto addolorato. Mi sono parsi l’orribile spaccato di una guerra tra poveri, in cui ogni pregiudizio (anche quello della “razza”, concetto senza alcun fondamento scientifico e storico) può essere usato come un’arma di offesa. Ma io conosco a Rosarno moltissime persone che hanno e praticano, invece, la cultura e l’etica dell’accoglienza; e, quel che più importa, dell’eguaglianza. Dobbiamo ricordarci, per citare il titolo di un libro di Gian Antonio Stella, di quando “gli albanesi eravamo noi”.”

Per i Calabresi è un orgoglio pensare che i propri conterranei portino alto il nome di questa regione, grazie alla loro affermazione professionale fuori dalla Calabria. Non è un peccato però continuare a vedere i figli di questa terra costretti ad andare via e a generare, mi permetta il termine, il classico meccanismo del cane che si morde la coda, perdendo così importanti risorse di crescita?

La “fuga dei cervelli, che riguardava fino a dieci anni fa specialmente il Sud (e la Calabria in primis) è diventato un fenomeno nazionale. Un giovane brillante che voglia far ricerca oggi sa che deve andarsene. E’ l’Italia che è oggi una madre ingrata, non la Calabria soltanto. E’ molto triste dover constatare che anche l’attuale governo non sta facendo nulla per rimediare. I nostri giovani migliori trovano facilmente posto all’estero: ma favorendo questa emorragia l’Italia sta commettendo suicidio. E non sembra accorgersene.

La Calabria è la culla della Magna Grecia, oggi cosa rimane di quella grande arte, storia e cultura?

Rimane moltissimo, dalle rovine di Locri e di Crotone alla rete di musei come Reggio, Vibo, e così via. Il rischio è però che per noi calabresi questa sia una vanteria a vuoto. La Magna Grecia non è nostro merito. Se vogliamo qualche merito rispetto alle generazioni future dovremmo saper dimostrare che ce ne stiamo prendendo cura. Purtroppo non sempre è così.

Essendo stata terra di numerose conquiste, in Calabria coesistono diverse culture e popolazioni. Si pensi alle comunità arbereshe, per fare un esempio. Di recente, invece, questa regione è anche la terra dell’accoglienza. Numerosi sono gli esempi di integrazione con i rifugiati politici. A Riace in provincia di Reggio Calabria e ad Acquaformosa in provincia di Cosenza, gli immigrati sono stati accolti, attraverso un progetto ministeriale, nelle case del centro storico, ripopolandolo. Ma è la storia di un’integrazione che si ripete e che qui trova terreno fertile?

La natura ibrida della popolazione calabrese, anzi in generale italiana, è la sua ricchezza maggiore. Solo pochi stolti possano favoleggiare di razze pure e simili sciocchezze. Poche terre al mondo, e forse nessuna in Europa, hanno conosciuto tante mescolanze e sovrapposizioni di culture. Perciò noi dovremmo saper sviluppare e coltivare la massima cultura dell’accoglienza. Il massimo rispetto per chi viene da noi, la massima disponibilità a imparare qualcosa da loro, sperando che anche loro (che spesso saranno poi gli italiani di domani: loro o i loro figli) vogliano imparare qualcosa da noi. Anche questo dipende dalla nostra capacità di interazione, dalla nostra curiosità culturale, dalla nostra moralità civile”.

Il teatro di Locri Epizefiri


Cosa serve a questa regione e ai calabresi per riscattarsi?

Serve più coscienza di sé, più cultura, una scuola migliore, un’economia più dinamica e non legata  solo alla cementificazione del territorio. Serve speranza, anche. Ma la speranza, per non restare vuota e trasformarsi in frustrazione, deve nascere da un solido terreno di conoscenze e di progetti.

Nell’anno in cui ci si è molto soffermati sul senso del Risorgimento, crede che l’Italia sia realmente unita oppure esiste un Nord e un Sud del Paese che non appartengono, nei fatti, ad un’unica nazione?

Le differenze fra Nord e Sud cambiano, ma restano forti. Questo non vuol dire che l’Italia non sia e non debba restare una. La nazione non è qualcosa di dato, non discende dal cielo. Al contrario, come diceva Renan, è un plebiscito quotidiano. Dipende da noi meritarci non solo l’Italia, ma un’Italia migliore. E perché lo sia, basterebbe applicare la Costituzione, invece che pensare  di cambiarla”.




 
Concetta Schiariti