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Mercoledì, 11 Dicembre 2019

Che cosa sono i gesuiti? Chi è stato il misterioso JAC? Le domande e le risposte di Papa Francesco in Calabria il 21 giugno

Non mi pare fuori luogo, mi sembrerebbe invece sostenibile con buone ragioni che vi possano essere degli specifici nessi significativi tra la visita pastorale di Papa Francesco in Calabria il prossimo 21 giugno, la particolare attenzione che riserverà ai detenuti Non mi pare fuori luogo, mi sembrerebbe invece sostenibile con buone ragioni che vi possano essere degli specifici nessi significativi tra la visita pastorale di Papa Francesco in Calabria il prossimo 21 giugno, la particolare attenzione che riserverà ai detenuti del carcere di Cassano sullo Jonio e l’antica presenza dell’Ordine di Sant’Ignazio di Loyola nei Sud del mondo (Calabria e America del Sud in stretto rapporto), dal Cinquecento ai nostri giorni.Papa Francesco Proprio l’ 8 giugno 2014 infatti, a meno di tre settimane dell’incontro con i detenuti di Cassano, “L’Osservatore Romano” ha reso nota integralmente la Lettera di Papa Francesco del 30 maggio, indirizzata ai partecipanti al XIX Congresso Internazionale di Diritto Penale e al III Congresso dell’Associazione Latinoamericana di Diritto Penale e Criminologia. Una lettera nella quale tra l’altro si legge: “La vera giustizia non si accontenta di castigare semplicemente il colpevole. Bisogna andare oltre e fare il possibile per correggere, migliorare ed educare l’uomo affinché riesca a reimpostare la sua vita senza restare schiacciato dal peso delle sue miserie”. Mi ritorna subito in mente l’Anton Semënovi? Makarenko del “Poema pedagogico”, quando nell’URSS degli anni Venti e Trenta del Novecento si butta alle spalle e volutamente dimentica i “fascicoli personali” dei giovani detenuti delle colonie di rieducazione da lui dirette, così collaborando per tentativi ed errori ad una vera e propria “trasfigurazione” del “vecchio uomo” in un “uomo nuovo” modello di umanità non solo per se stesso, ma anche per gli altri uomini…
Un tema, questo dello storico-contestuale, dell’inculturazione evangelizzatrice e quindi degli handicap sociali come possibili risorse umane per tutti, in primo piano nel bel libro di Jorge Mario Bergoglio, “Chi sono i gesuiti” (Bologna, EMI, maggio 2014, prima edizione 1987, ottavo titolo della Collana “I libri EMI di Papa Francesco“, pp. 128). Pensieri immediati e interrogativi genuini, un vero e proprio questionario di idee, deliberatamente finalizzato al “discernimento” dei “segni dei tempi” e alla “valorizzazione” della “narrazione storica”, che trasforma e vivifica il “senso della prospettiva”: anche se i pensieri e gli interrogativi suscitati prendono formativamente quota, oltre che dalle persuasioni razionali e dai sentimenti che ciascuno di noi nutre verso la propria condizione di uomini di un qualche “periferia del mondo”, dalle circostanze morali, religiose e sociali delle anguste quotidianità umane totali del nostro tempo e dai pur ristretti orizzonti storici, culturali e civili provenienti dal passato, riaffioranti nell’attualità e proiettati nel futuro.
La Calabria “periferia” e il mondo ”orizzonte” delle nostre “inquietudini generative”, precisa Bergoglio. Le “incompletezze del pensiero”, il “lievito della storia” e la “coerenza interna del progetto”. Il nostro carcere quotidiano, “periferia delle periferie”. Tutto ciò che evoca ben altre periferie spirituali, sia nello spazio sia nel tempo. E nessuno più del padre gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, figlio di emigrati astigiani, positivamente reattivo a ogni tipo di condizionamento e disabilità (fisica, sociale, spirituale), potrà capire. Proprio come, nel suo tempo e nei suoi spazi di vita, è accaduto al fratello gesuita Joan Antonio Cumis tra lo scadere del Cinquecento e i primi diciotto anni del Seicento, dalle “Indie” calabre alle “Indie” di Franciscus, in Perù, proprio a ridosso del III Concilio di Lima, nel 1582.

Il libro del Papa del 1987 ripubblicato in Italia nel 2014,che aiuta a capire la scelta missionaria di JAC, il gesuita catanzarese Joan Antonio Cumis tra il Cinquecento e il Seicento. Il libro del Papa del 1987 ripubblicato in Italia nel 2014,che aiuta a capire la scelta missionaria di JAC, il gesuita catanzarese Joan Antonio Cumis tra il Cinquecento e il Seicento.


Un Concilio di grande importanza storica, che a me pare essere il presupposto remoto e lo stimolo a valle dei ragionamenti e delle professioni di fede di questo Papa “di periferia” (vi insisto), ma aperto socraticamente agli “infiniti orizzonti” del nuovo della ricerca e della didattica, che  ? come sostiene a ragione il gesuita Antonio Spadaro direttore di “Civiltà cattolica”, nella sua limpida Introduzione a “Chi sono i gesuiti”  ? non ha e non propone “una visione ‘a priori’, che fa riferimento a idee e concetti, ma un vissuto che fa riferimento a ‘tempi, luoghi e persone’, dunque non ad astrazioni ideologiche”. Con la conseguenza che quella sua visione interiore “non si impone sulla storia cercando di organizzarla secondo le proprie coordinate, ma dialoga con la realtà, si inserisce nella storia degli uomini, si svolge nel tempo”. Questo perché  ? sottolinea Spadaro  ? “Il Papa non ha idee chiare e distinte da applicare al reale, ma avanza sulla base di una esperienza spirituale e di preghiera che condivide nel dialogo e nella consultazione” (così a p. 11 di “Chi sono i gesuiti”). Parole, queste ultime, chemi fanno immaginare in modo fin dal principio complementare e coessenziale i “vertici” e la “base” della Compagnia di Gesù: l’Ignazio di Loyola degli “Esercizi spirituali” e il Joan Antonio Cumis tra i gesuiti e i peruviani del suo tempo. Il “compito del gesuita”, che è, dunque, quello “di iniziare o accompagnare i processi storici e non occupare spazi di potere (cfr. “Evangelii gaudium”, pp. 222-225). Il seme della presenza dello Spirito è già piantato negli avvenimenti, nelle sensibilità, nei desideri, nelle tensioni profonde dei cuori e dei contesti sociali, culturali e spirituali. Questo riconoscimento è anche alla base dell’accoglienza di tutte le sfide che la storia porta con sé”. (A. Spadaro, p. 14).
Cronache di oggi e storie di ieri, che mi portano nuovamente a riflettere sulla straordinaria vicenda umana ed ecclesiale di questo Papa che, a poco più di un anno dal suo arrivo dall’Argentina al Soglio di Pietro, incontrerà per la prima volta la terra d’origine di tantissimi emigrati calabresi. Un luogo di pena. Un Papa proveniente, per l’appunto, da quelle stesse periferie globali raggiunte a suo tempo fortunosamente via mare dal “misterioso JAC”, gesuita calabrese missionario in Perù dal 1599 al 1618, di cui recentemente ho avuto modo di informare anche su questa rivista (cfr. N. Siciliani de Cumis, “Caro Franciscus, Santità: che ne dici del misterioso gesuita Joan Antonio Cumis? Da Catanzaro alle Ande…”, in “Calabria on Web” del 6 marzo 2014, in http://5.249.128.22/vecchio-calabriaonweb/2014/03/06/caro-franciscus-santita-che-ne-dici-del-misterioso-gesuita-joan-antonio-cumis-da-catanzaro-alle-ande/ e nella rubrica delle “Lettere dall’Università” da me curata per il trimestrale “l’albatros” di aprile-giugno 2014, pp. 159-183).

Il libro dello storico gesuita John W. O’Malley, che spiega il percorso dell’Ordine dalle origini ai giorni nostri.


Un libro, questo di Bergoglio, non a caso affiancato dal saggio del gesuita statunitense John W. O’ Malley, “Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio”, appena tradotto in Italia (Milano, Vita e Pensiero, 2014, pp. 146) e puntualmente anticipato nelle risposte fornite con scrupolosa dovizia dal Papa argentino nel dialogo con i fedeli e gli osservatori di tutto il mondo e dunque nella nuova edizione di “Chi sono i gesuiti” in lingua italiana. Quindi nelle domande: “Che cosa vuol dire per la Chiesa avere un Papa gesuita?”, “Che cosa significa per Jorge Mario Bergoglio essere gesuita?”. Quanto alle risposte, vedi in particolare le omelie del 31 luglio 2013 e del 3 gennaio 2014; l’intervista del 19 settembre 2013 per “La Civiltà Cattolica” e per altre riviste, giornali e iniziative editoriali locali e planetarie, a partire da quelle dell’”Osservatore Romano” e di “Avvenire”. Un dibattito aperto con le parole di “Francisco, primo Papa gesuita” e destinatario, come dicevo, della su rammentata lettera aperta di “Calabria on Web”, per l’appunto con esplicito riferimento a Joan Antonio Cumis, “gesuita perfetto”.
Un approdo apostolico, missionario, questo di Franciscus in Calabria, che sembra acquistare un ulteriore rilievo storico-culturale ed etico-religioso, proprio alla luce delle pagine monografiche dello stesso Bergoglio su “Chi sono i gesuiti”. Un libro con un nuovotitolo, variamente aggiornato, arricchito e consistente nell’organica riproposta di alcuni testi redatti quasi quarant’anni fa dal Padre gesuita Bergoglio, “uomo di governo e insegnante” (una giusta definizione di Spadaro). Testi occasionati da alcune memorabili circostanze celebrative dell’Ordine ignaziano: quali la conferenza pronunciata nel Museo Rosa Galisteo de Rodriguez della Città di Santa Fe, il 15 ottobre 1977; il saggio per il “Boletin de espiritualidad della Compagnia di Gesù”, n. 64, del gennaio 1980; un’altra conferenza svolta nel contesto della commemorazione del IV centenario dell’arrivo dei gesuiti in Sud America, il 23 agosto 1985.
Interventi d’occasione, certamente, ma con una “cifra” pastorale, commemorativa, storiografica ed evangelica ben precisa: pubblicati una prima volta in lingua spagnola e adesso in Italia con un “Preambolo”, “Una meditazione. Il Signore del Miracolo di Salta”, una “Nota redazionale” comprendente un lessico chiarificatore dei principali termini e concetti e un apparato di “Note” esplicative. Titolo originale della raccolta: “Reflexiones espirituales sobre la vida apostolica”, in due edizioni: la prima, San Miguel, Buenos Aires, Provincia, nei tipi delle Ediciones Diego de Torres, 1987; la seconda: S. L. Bilbao – España, Ediciones Mensajero, Grupo de Comunocación Loyola, 2013. Una versione, la recente italiana a cura di Giuseppe Romano, che ha avuto alcune indicative anticipazioni su “Avvenire”, il 4 Maggio 2014, con il titolo “Papa Francesco: noi, eredi di Mission”; e su “Il Sole 24 Ore” dello stesso 4 Maggio 2014: Jorge Mario Bergoglio – Francesco, “Il Papa gesuita. Controriforma firmata Ignazio”.

Edizione in lingua originale dell’opera di Papa Bergoglio su “chi sono i ge-suiti” (1987), ora tradotta in Italiano. Edizione in lingua originale dell’opera di Papa Bergoglio su “chi sono i ge-suiti” (1987), ora tradotta in Italiano.


Anticipazioni giornalistiche che, con alcuni notevoli tagli e varianti tipografiche, corrispondono (grossomodo) alle pp. 17-25 e alle pp. 46-61 del volume “Chi sono i gesuiti”; e che, nel loro insieme, forniscono notizie preziose sia sulla dimensione culturale e religiosa, gesuitica, planetaria ed europea, dunque anche mediterranea e calabrese, da cui era pervenuto fratello Cumis in Perù. Non avrei dubbi, infatti, sulla perspicuità della ricostruzione di Papa Bergoglio nel ricondurre la peculiarità storica ed esistenziale dei gesuiti e della loro origine nel Cinquecento alla storia e al modo di essere di Ignazio di Loyola. Ragion per cui, ben al di là dell’imprescindibile “differenziale” delle singole personalità ecclesiastiche chiamate in causa e al di là della complessità e talvolta della gravità delle problematiche affacciatesi e affrontate, sembra certamente proficuo ricondurre il caso specifico delle particolari individualità di ciascun gesuita alle caratteristiche generali dell’Ordine; e considerare pertanto come metodologicamente probante ciò che di analogo raccontano da un lato il “relatore” Bergoglio sulla Compagnia di Gesù e, da un altro lato, le pur scarse fonti biografiche disponibili su Cumis. Il che non toglie  ?? lo ribadisco  ? che accanto all’importanza metodologica delle “rassomiglianze”, s’imponga in tutta la gamma dei suoi significati la forza del discernimento e, dunque, la rilevanza del criterio dell’identificazione delle “dissimiglianze delle somiglianze” (come suggeriva il filosofo cattolico catanzarese Francesco Acri).
Comincerei pertanto con l’avere presente la peculiarità del tono della narrazione diBergoglio, nelle sue valenze euristiche e inscindibilmente “kerygmatiche”, con riferimento all’esperienza dei gesuiti del Cinquecento nel Nuovo Mondo. Scrive dunque Bergoglio di san’Ignazio (ma non solo): “Se c’interroghiamo sui gesuiti e sulla loro origine, la prima immagine a cui rivolgerci è quella del loro fondatore: Ignazio di Loyola. Addentrandoci nella storia di quest’uomo potremo capire meglio il nucleo ispiratore della Compagnia di Gesù. Vediamo sant’Ignazio: l’uomo con le sue caratteristiche, l’elezione di cui Dio lo ha fatto oggetto, la fedeltà alla chiamata che ha ricevuto, e comprendiamo che la sua interiorità si trasforma in lievito apostolico, in lievito della storia. Sant’Ignazio non è uno spirituale isolato e neanche un intraprendente organizzatore: è l'uomo, chiamato da Dio, fedele alla chiamata, che rende possibile il dialogo tra la parola di Dio e la cultura della sua epoca; quel dialogo si fa istituzione. E quell'istituzione è la Compagnia di Gesù […]”.
E continua:
“Molte volte sant’Ignazio è stato definito il bastione della Controriforma. In questo c’è qualcosa di vero, ma l’affermazione non è così pacifica come potrebbe sembrare a prima vista.

Papa Jorge Mario Bergoglio consegna una Bibbia al primo ministro israeliano Shimon Perez il 30 aprile 2013.


D’altra parte, quel fenomeno culturale religioso (la Riforma) incentivò la fedeltà del servizio di sant’Ignazio e lo condusse a lottare per l’unità cattolica. […] Diciamo che i gesuiti erano più impensieriti da Calvino che da Lutero. E Calvino li impensieriva di più in quanto scismatico che non in quanto eretico. Essi seppero delineare nitidamente il vero nemico di quel momento. Per questo, se parliamo di loro come dei campioni della Controriforma, possiamo dire che la loro lotta si è concentrata contro il calvinismo scismatico. Avevano colto con sagacia che lì si annidava il vero pericolo per la Chiesa […]. E qual è lo scisma calvinista che provocherà la lotta di Ignazio e dei primi gesuiti? Si tratta di uno scisma che tocca tre aree: l'uomo, la società e la Chiesa. Nell’uomo, il calvinismo provocherà lo scisma tra ragione ed emozione. Separa la ragione dal cuore. Sul piano emotivo l’uomo di quel secolo, e sotto l'influsso luterano, viveva l'angoscia per la propria salvezza. E, secondo Calvino, di quell’angoscia non occorreva preoccuparsi. Contava soltanto curarsi delle questioni dell’intelligenza e della volontà. Qui ha origine lo squallore calvinista: una disciplina rigida con una grande sfiducia in ciò che è vitale, il cui fondamento è la fede nella totale corruzione della natura umana, che può essere ordinata soltanto dalla sovrastruttura dell’azione dell’uomo. Calvino compie uno scisma dentro l’uomo: tra la ragione e il cuore”.
Com’è noto, fratello Joan Antonio Cumis era nato a Catanzaro nel 1537, da una nobile famiglia d’origine francese. Nobiltà familiare che, se male disponeva JAC nei confronti dell’”internazionale borghese” (come Bergoglio la definisce) e del suo “pendant religioso” nella Riforma di Calvino, lo prepara comunque ad un umanesimo della “ragione” e del “cuore”, per un verso mistico-contemplativo, per un altro verso aperto all’azione servizievole verso il prossimo e verso Iddio. Un gesuita “ipocrita” (secondo la stessa rivendicazione di autenticità, da parte di Bergoglio, della nota definizione degli affiliati alla Compagnia di Gesù). Tutto ciò che si sa di lui spinge in questa direzione.
Dopo i primicinquant’anni di vita di cui poco si conosce, in seguito ad alcuni “scossoni” spirituali e avvenimenti cittadini che ebbero agli occhi dei catanzaresi qualcosa di miracoloso e per JAC l’effetto di una chiamata del Signore (soprattutto il crollo del Duomo e il ritrovamento di alcuni corpi di Santi), Joan Antonio entrò nell’Ordine dei gesuiti nel 1588 (a cinquantun anni).

Una delle prime mappe geografiche del Sudamerica. Una delle prime mappe geografiche del Sudamerica.


Undici anni dopo, lasciandosi alle spalle alcune straordinarie avventure di viaggio e una duplice permanenza ad Algeri, in catene e non, tra i pirati turchi commercianti di schiavi, Cumis arriverà in Perù nel 1599. Da qui avrebbe voluto ripartire per la Cina (raggiunta invece negli stessi anni dal più giovane e meno longevo Matteo Ricci); ma non gli fu concesso: e si sa che, dopo alcuni spostamenti in altri luoghi del Sud America, egli visse in Perù fino alla morte, avvenuta nel 1618 a Lima, lasciandosi alle spalle diciannove anni di esemplare apostolato missionario, finalizzato soprattutto all’inculturazione e all’evangelizzazione dei locali. Infine, sappiamo che nell’ultimo periodo della sua vita, Cumis raccolse dalla bocca di un nobile peruviano morente il segreto dei “quipu”, l’antica lingua dei locali per cordicelle e nodi, che JAC trascrisse in latino e in spagnolo ricavandone tra l’altro una grammatica e un lessico essenziali.
Delle motivazioni “altre”, culturali e psicologiche delle sue scelte spirituali, si conosce assai poco; anche se, nell’insieme, proprio il libro di Papa Bergoglio “Chi sono i gesuiti” aiuta alquanto a farsi delle idee generali verosimili, a partire dalle notizie e dalle valutazioni di Bergoglio in occasione delle celebrazioni per il IV centenario dell’arrivo dei primi gesuiti in America del Sud. Notizie e valutazioni importanti, senz’altro estensibili all’apostolato di JAC, alla sua funzione di mediatore culturale tra gli indios e, come risulta dagli studi di Laura Laurencich Minelli, alla sua posizione religiosa di totale rispetto, di massima apertura acquisitiva verso le religioni dei nativi peruviani … Vedi, in proposito, oltre alla voce “Joan Antonio Cumis” su Wikipidia (con bibliografia e rilevanti indicazioni di ricerca), il Dossier su JAC che è nel portale della Sapienza all’indirizzo www.archividifamiglia.it e alcuni miei contributi pubblicati sulle riviste “La Famiglia”, “Calabria on Web”, “l’albatros”.
Di qui le ragioni della spinta ad evidenziare estensivamente e analogicamente, in base alla letturadi “Chi sono i gesuiti”, quei passaggi narrativi specialmente utili a intendere la figura e l’opera del “misterioso JAC”. Scrive infatti papa Bergoglio degli avvenimenti che hanno determinato il clima culturale e religioso entro cui si è collocata in Perù (e negli altri paesi latinoamericani) l’azione di inculturazione evangelizzatrice della Compagnia di Gesù negli anni precedenti l’arrivo di Cumis a Lima (l’anno del III Concilio di Lima è il 1582):

Un tipico “quipu” peruviano, oggetto di trascrizione e traduzione da parte di Joan Antonio Cumis, in collaborazione con un nobile del posto,che prima di morire gliene rivela i segreti. Un tipico “quipu” peruviano, oggetto di trascrizione e traduzione da parte di Joan Antonio Cumis, in collaborazione con un nobile del posto,che prima di morire gliene rivela i segreti.


“Quando, verso il 1585, i gesuiti entrano nella nostra terra, in America è avvenuto un fatto ecclesiale significativo: la riunione del III Concilio di Lima, convocato da san Toribio de Mogrovejo. Quel concilio avrebbe segnato i lineamenti fondamentali della nostra evangelizzazione nella fedeltà al Concilio di Trento. I gesuiti, che avevano collaborato con i loro migliori teologi al Concilio tridentino, non mancarono di apportare la loro scienza ed esperienza missionaria a questo concilio regionale: basti ricordare in proposito l’insigne padre José de Acosta.
La teologia tridentina avrebbe ispirato il lavoro di catechesi dei missionari gesuiti. “La concezione cattolica dell’uomo ferito dal peccato, ma non completamente corrotto”, diede a questo lavoro un ottimismo che valorizzava le culture indigene e uno slancio apostolico pieno di fiducia nelle possibilità di salvezza dei nostri nativi. Dal momento che la grazia salvatrice non sarebbe stata un mero titolo giuridico, esterno all’uomo, bensì una forza trasformante, e dal momento che l’uomo non ha del tutto perduto la radicale bontà che Dio Creatore ha posto nel suo cuore, non parve loro utopico lanciarsi nell’impresa di cattolicizzare un continente. E così avvenne. Poche volte una speranza è stata coronata così abbondantemente.
[...] Mediante la dottrina battesimale quegli indios venivano equipaggiati con il vero senso della vita: perché si combatte, quali sono gli obiettivi, che cosa si può perdere. Significava dire loro da dove venivano e verso dove andavano, significava segnare una rotta e fissare una meta. Significava consegnare loro una consapevolezza di superiorità e di superiorità schiacciante: se Dio è con noi, chi oserà contrastarci? Dio è più potente del nemico. Dio è più forte della contrarietà. Significava dire loro che vale la pena lasciarsi addomesticare da Dio per essere indomiti e invincibili tra gli uomini. Questa vocazione di sicuro trionfo acquisirà una forma devozionale nell’ossequio a coloro che hanno già raggiunto la statura definitiva: i santi. E, per evidenziare tutto ciò, a coloro che li avvicinano per chiedere la benedizione i missionari non presentano altro titolo che non sia quello di ‘ministri di Dio’, ‘i Padri’, o ‘i ‘paí’”.
Ma ecco il quadro generale delle attività e delle modalità di inculturazione evangelizzatrice dei gesuiti, in cui si situa, tra l’altro, la prospettiva linguistica e dialogica di attivo trascrittore di “quipu” di Cumis: “[...] La sollecitudine pastorale condotta all’estremo di sentirsi padri avvicina i missionari ai loro figli. E il Concilio raccomanderà lo studio delle lingue native, che costituisce una seria volontà di assumere la cultura di quei popoli e di generare quei figli nella fede. Si trattava di far propria la diversità per realizzare l’autentica unità cattolica.

Rappresentazione del III Concilio di Lima, 1585. Rappresentazione del III Concilio di Lima, 1585.


Un’unica dottrina si esprimeva in diverse lingue. In questo modo, nel Concilio si presenta come fatta e approvata la traduzione del catechismo (quella di padre Acosta) nella lingua di Cuzco e in quella aimara, e si giunge a dire: ‘E affinché lo stesso frutto si ottenga negli altri popoli, che usano lingue diverse da quelle citate, incarica e raccomanda a tutti i vescovi che cerchino, ciascuno nella sua diocesi, di far tradurre da persone adeguate e pie il suddetto catechismo nelle altre lingue’.
All’atto pratico la serietà di questa proposta non si ferma alla traduzione dei catechismi, ma si spinge a elaborare anche le grammatiche delle lingue indigene. Mentre l’Europa protestante si disintegrava nella frattura imposta dalla coscienza individualista, la Chiesa rafforzava la diversità delle percezioni ‘coscienziali’ dei popoli nell’unità data dalla confessione di una stessa fede. Una fede che si incentrerà nel pastore che rende visibile e traduce la forza unitiva della Coscienza superiore che ha conosciuto l’umanità: quella di Cristo”.
Lo stesso si può dire per l’aspetto didattico della questione, altrettanto importante (riterrei) da Ignazio a Cumis a Bergoglio, per quel che ne sappiamo, o possiamo presumere, eccezionali insegnanti: “Un’altra preoccupazione del Concilio di Lima è stata adattare la presentazione del messaggio in forme di culto che ‘risultassero attraenti’ per gli indigeni. Ecco: ‘I vescovi e i preti devono badare con cura a far sì che vi siano scuola e cappella di cantori, e insieme musica di flauti, e zufoli, e altri strumenti adatti alle chiese. Perché è risaputo che queste nazioni di indios si attraggono e si avvicinano straordinariamente alla conoscenza e alla venerazione del sommo Dio con le cerimonie esteriori e con gli strumenti del culto divino’.
L’audacia missionaria non esitò a coinvolgere le mani di artigiani indigeni nell’opera di plasmare con la pittura, con la scultura e con l’architettura i grandi misteri della nostra fede cristiana. A partire da qui la forza salvifica della sofferenza di Cristo, la tenerezza di Maria, la gloria dei santi e la bruttezza del demonio hanno un colorito e un senso americani. Nei loro ornamenti i paliotti barocchi hanno accolto l’omaggio della nostra peculiare flora e fauna all’Unico Signore di tutti. [...]
Una realtà diventa simbolo quando il suo peso storico è di tale statura da rafforzare il nostro presente e da aprirgli orizzonti futuri.
[...] Chi guarda alla giustizia in un’ottica “economicista” non capirà molto di questo progetto gesuita: l’obiettivo era dar loro l’opportunità di vivere ciò che li rendeva giusti; ovvero, un modo di curare il rapporto con Dio e con la comunità, una maniera di situarsi nella natura, che aveva ripercussioni “economiche” ma non si esauriva in una ‘condotta economica’.

Il “Nuovo Mondo”, secondo il geografo gesuita Matteo Ricci maceratese missionario in Cina,ai tempi di Joan Antonio Cumis. Il “Nuovo Mondo”, secondo il geografo gesuita Matteo Ricci maceratese missionario in Cina,ai tempi di Joan Antonio Cumis.


Sul discernimento, l’incultuazione evangelizzatrice e su Cumis. Un ragionevole questionario di idee

 

  1. Dalle pagine 11-12 e 36-43 di “Chi sono i gesuiti”: quale per Ignazio di Loyola, Jorge Mario Bergoglio e, “mutatis mutandis”, per Joan Antonio Cumis, il rapporto tra i “segni dei tempi”, le dimensioni dell’”interiorità”, il “riflesso della quotidianità della storia”, le “regole” della Compagnia di Gesù e la formazione di un gesuita in Calabria, poi missionario in Perù?

  2. Dalle pagine 13, 21, 77-80 dell’op. cit.: quale il ruolo della “creatività” (sia dei gesuiti del tipo di Cumis, sia delle culture indigene), della “fiducia” (come strumento di inculturazione e di evangelizzazione) e dell’educazione estetica (in particolare come attività pittoriche, musicali, plastiche, architettoniche, comunicative)?

  3. Che cosa può aver voluto dire per JAC, in un’ottica gesuitica di autoperfezionamento spirituale, secondo la specifica terminologia di PapaFrancesco (alla pagina 14 del suo libro e altrove), che la “realtà” è “sempre superiore all’idea”?

  4. E la parola “inculturazione” come parola d’ordine di Cumis (in base alle pagine 46-52 e 96-97), che cosa può avere significato per lui, nei suoi rapporti con il “kerygma”, termine usato nel “Nuovo Testamento” per indicare il nocciolo dell’annuncio evangelico (vedi Matteo 3,1Luca 4,18-19 e Paolo, “Lettera ai Romani” 10,14)?

  5. Quale il ruolo del “dialogo” secondo Cumis (vedi la pagina 18), nelle sue tre dimensioni: quello con Dio, quello che si realizza fra gli uomini, quello “che si fa istituzione” mediante la Compagnia di Gesù?

  6. Alle pagine 19-20, Jorge Mario Bergoglio parla a un certo punto della “storia di sant’Ignazio e dei gesuiti” come di una “storia tragica nel senso etimologico della parola”, e parla della parola “gesuita”, che com’è noto nel dizionario è sinonimo di “ipocrita”… Riferisce anche dei problemi “gravi” e delle “persecuzioni” e dei “fallimenti”, che storicamente ci sono stati senz’altro, anche al di là dei “successi, e notevoli” dell’Ordine… Quale, in fratello Cumis che rende esplicito ciò che di tragico e grave gli consta dell’azione dei suoi confratelli, il rapporto tra la comunicazione della “verità” e la “ricerca della più genuina santità”?

  7. Dalle pagine 19-20, 38-42, 88-87, si ricavano diverse indicazioni pedagogiche relative alla Compagnia di Gesù come istituzione formativa… Quale pertanto il rapporto tra queste indicazioni di massima e la creatività didattica propria e nuova di un gesuita come Cumis, illetterato autodidatta a Catanzaro, quindi allievo recettivo dell’Ordine ignaziano in Perù?

  8. Quale, in generale, il nesso tra l’individuale e il sociale nell’azione educativa, interpersonale e collettiva dei gesuiti del tipo di quelli che padre Bergoglio cita alle pagine 28-31 di “Chi sono i gesuiti”, per es. Roberto De Nobili, Alonzo de Barzana, Francisco Javier? C’è la possibilità di sapere di più, per analogia e differenza sulla base delle fonti locali, delle presumibili, specifiche pratiche pedagogiche (educative, formative, didattiche) di fratello Joan Antonio Cumis in Perù?

  9. Ci sono ricerche specifiche sui gesuiti in tema di “infanzia” in Perù, visto che di bambini si dice alle pagine 29, 44-45, 70? Ric erche tali da illuminare le pratiche di inculturazione ed educative e autoeducative di Cumis?

  10. Quale, a partire delle pagine 29-31, 35, 40-41, il rapporto tra “libertà” e “disciplina” secondo i gesuiti, quindi secondo il Cumis, “in situazione”?

  11. Si può dire, in considerazione di ciò che si accenna alle pagine 45, 52, 64-65, di una peculiarità dell’atteggiamento di Cumis verso la natura (flora, fauna, natura umana), tenuto conto anche della sua presumibile propensione di uomo del Sud d’Italia, trapiantato nel lontano Sudamerica?

  12. Che posto hanno nella tradizione culturale della Compagnia di Gesù, e dunque nella formazione di Cumis, i concetti di “storia” (vedi le pagine 44-45), “lavoro” (vedi le pagine 56-63), “dialettica” (vedi le pagine 88-90), “struttura” (vedi le pp. 92-96), “ideologia” (vedi la pagina 11), “morte” e “vita” (vedi lepagine 66-67)?

  13. Quale il concetto di “vera giustizia” secondo i gesuiti, da sant’Ignazio a Bergoglio (passando anche per Cumis), e la loro concezione del “cambiamento delle strutture”, degli “agenti del cambiamento o della trasformazione” e dell’”educazione”, così come vengono delineati da Papa Francesco alle pagine 96-106 di “Chi sono i gesuiti”?