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Venerdì, 19 Luglio 2019

Il più grande carico di marmi antichi del Mediterraneo

Gli studiosi non hanno alcun dubbio: quello ritrovato pochi giorni fa nella baia di Punta Scifo, cuore dell’Area Marina Protetta Capo Rizzuto, è il più grande carico di marmi antichi del Mediterraneo; ben 350 tonnellate di varietà proconnesia provenienti dalla Gli studiosi non hanno alcun dubbio: quello ritrovato pochi giorni fa nella baia di Punta Scifo, cuore dell’Area Marina Protetta Capo Rizzuto, è il più grande carico di marmi antichi del Mediterraneo; ben 350 tonnellate di varietà proconnesia provenienti dalla Turchia e apparentemente ad una nave affondata presumibilmente nel III° secolo d.C.
Il materiale, di pregiata fattura, era forse destinato all’abbellimento di un edifico di una grande città dell’Impero romano del Mediterraneo occidentale, forse Roma. Come dimostrano però precedenti scoperte, gli insidiosi fondali del mar Ionio hanno deciso di trattenere e conservare sino ad oggi quella che rappresenta sicuramente una delle scoperte di archeologia subacquea più importante degli ultimi anni.
Il ritrovamento è il frutto di una campagna di indagini archeologiche sottomarine eseguite da una equipe diretta da Carlo Beltrame (Università Cà Foscari di Venezia) e Salvatore Medaglia (Università degli Studi della Calabria) con il coinvolgimento di diversi studenti dell’ateneo veneziano e di tecnici specializzati del gruppo Reitia di Conegliano, oltre che della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria guidata da Domenico Marino.
La scoperta è stata resa nota a pochi giorni di distanza dal ritrovamento dei due cannoncini petrieri risalenti al XV secolo rinvenuti casualmente in località Santa Domenica (Isola di Capo Rizzuto) a soli 20 metri dalla spiaggia, e dimostra ancora una volta l’importanza che in passato doveva avere il tratto di costa che va da Capo Rizzuto a Crotone nelle rotte e nei traffici commerciali e culturali del Mediterraneo.
Tanti infatti i reperti già restituiti dalle acque dello Ionio, e molti altri sicuramente quelli che attendono di essere riportati in superficie. Tra le scoperte più note non si possono non ricordare i relitti che trasportavano i carichi di marmo semilavorati e lavorati provenienti dall’Asia Minore e dall’Africa; cinque imbarcazioni datate tra il II ed il III secolo d. C. Il più noto sino ad oggi è sicuramente il Relitto di Punta Scifo, individuato casualmente all’inizio del 1900 e oggetto di recupero effettuato a partire dal 1915 dall’archeologo Paolo Orsi. Il carico era costituito da numerosi labra, basi e altri elementi marmorei destinati probabilmente alla capitale per l’arredo di qualche edificio pubblico. Dallo stesso relitto proviene anche un piccolo gruppo scultoreo semilavorato raffigurante Amore e Psiche, attualmente conservato insieme ad altri reperti nelle sale espositive del Museo Archeologico di Capo Colonna. Nella baia nord di Le Castella, proprio nel cuore di una della aree marine protette più grandi d’Europa, invece è stato rinvenuto in passato il relitto più antico (VI sec. a.C.) carico di anfore corinzie per il trasporto del vino.
Le analisi petrografiche e isotopiche compiute da Lorenzo Lazzarini dell’Università IUAV di Architettura di Venezia invece sui campioni prelevati nel corso delle ultime ricerche subacquee hanno dimostrato che i materiali litici del relitto ritrovato nei giorni scorsi a Punta Scifo sono costituiti da marmo proconnesio di due diverse cave dell’isola di Marmara (Turchia, antica Proconneso). Altri dati interessanti sono forniti dalla ricostruzione delle dimensioni dell’imbarcazione, di cui non si conserva il legno, basate sui calcoli effettuati dall’ingegnere navale Simone Parizzi: 40 metri circa di lunghezza e oltre 14 di larghezza, misure che collocano questa nave tra le più grandi imbarcazioni che il mondo antico ci abbia restituito. Il peso del carico, 350 tonnellate, è il massimo conosciuto di un trasporto di marmi antichi, e uno dei massimi tonnellaggi di un relitto di nave del Mediterraneo antico. Queste ultime indagini costituiscono la seconda tappa di un progetto, portato avanti da Carlo Beltrame, Salvatore Medaglia e Lorenzo Lazzarini e che ha visto nel 2009 lo studio e la pubblicazione di un altro carico di marmi a Secca di Capo Bianco presso Capo Rizzuto. Oltre alle meraviglie archeologiche però sempre di piùemerge il quesito su come rendere fruibile al meglio questo immenso patrimonio subacqueo, perché se da una parte la tutela è possibile grazie al vincolo imposto dall’Area Marina Protetta, dall’altra sarebbe importante creare e implementare l’attrattiva turistica di questo tratto di costa che comprende tra gli altri il promontorio archeologico di Capo Colonna e  quello di Le Castella. Al vaglio della Soprintendenza regionale ci sarebbe l’istituzione di un parco subacqueo visitabile da sub e con imbarcazioni con fondali trasparenti. Come denunciato già nei giorni scorsi dal funzionario e direttore del parco archeologico di Capo Colonna, Maria Grazia Aisa, il problema principale da affrontare è il reperimento delle risorse economiche necessarie, dal momento che sono sempre meno infatti quelle destinate ad interventi di tipo Culturale e Archeologico.