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Martedì, 10 Dicembre 2019

“La Mafia non esiste. Firmato La Mafia”.

Festival dei beni confiscati a Milano.  Parla il direttore artistico Barbara Sorrentini.  Un successo all’insegna di uno  slogan forte: “La Mafia non esiste. Firmato La Mafia”.  Cosi come forte è stato il messaggio arrivato dal primo Festival dei beni confiscati alla mafia tenutosi a Milano.  Una scommessa vinta, quella di Milano e delle associazioni che hanno contribuito a creare un evento senza precedenti, che ha visto per tre giorni i cittadini milanesi e non solo, impegnati a seguire gli oltre 90 eventi in cartellone. Diversi gli appuntamenti offerti: dalle presentazioni dei libri agli spettacoli teatrali, dai concerti gratuiti ai dibattiti. Il tutto unito da un filo conduttore sottile: la  sensibilizzazione e la presa di coscienza  di cui la Giunta comunale  di Giuliano Pisapia ha voluto dare prova, restituendo a Milano parte di quei 300 beni, tra immobili ed aziende, sottratti alla criminalità organizzata. Già, perché i numeri, quando si tratta di Milano e della Lombardia, sono alti. Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati (ANBSC) la Regione si trova al quinto posto in Italia (dopo Sicilia, Campania, Calabria e Puglia) per numero di beni confiscati alla mafia: 807 in totale di cui, appunto, 300 solo a Milano.
Ecco perché, quando ci si trova davanti a queste cifre, si percepisce, ancora di più, l’importanza di un’iniziativa del genere nata, come spiega il direttore artistico Barbara Sorrentini «da un’esigenza di far sapere, di far conoscere alla gente quei luoghi proibiti di cui a volte non si conosce neanche l’esistenza». «La curiosità maggiore ad esempio – continua  Sorrentini – ha riguardato gli immobili  appartenuti alle famiglie dei clan. Il poter visitare le case con gli stemmi delle famiglie impressi sui pavimenti, con le telecamere piazzate ovunque è un modo come un altro per avviare un processo di presa di coscienza su ciò che c’era prima, dando ai visitatori la consapevolezza che, attraverso questa loro coscienza, prende vita un nuovo percorso verso la legalità e verso la restituzione di qualcosa che prima non era possibile avere e neanche conoscere».
L’elemento vincente del Festival, presentato nell’Aula consiliare di Palazzo Marino con la partecipazione del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, del presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro e del presidente onorario di Libera Nando dalla Chiesa, è stata senza dubbio la partecipazione e l’adesione della gente. Altro elemento di spicco: la riapertura al pubblico di due luoghi della lotta alla ‘ndrangheta: il Centro sportivo comunale Iseo, danneggiato parzialmente l’anno scorso, da un incendio doloso e la discoteca della Sogemi all’Ortomercato, chiusa nel 2009, che a vederla dal vivo sembra la riproduzione del film con Al Pacino “Scarface” . Sotterranei, tenda d’oro, palchetto dietro il bancone ormai in disuso. E proprio sul quel palco si sono esibiti, durante il Festival, il cantante Vinicio Capossela, il regista Manuel Ferreira e l’attore Giulio Cavalli che ha colto l’occasione per presentare il seguito del suo “A 100 passi dal Duomo”, spettacolo dedicato alle infiltrazioni mafiose del nord. E sempre nell’ex discoteca è stato presentato l’ultimo libro, “Porto franco” (uscito a giugno e edito per la Dalai), del calabrese Francesco Forgione. «Un incontro importante – commenta  il direttore artistico – perché è stato proprio l’ex Presidente della Commissione  parlamentare antimafia a ricordare ed a spiegare che da quel luogo gli uomini della ‘ndrangheta, i Morabito, controllavano ormai tutta l’Italia».

Un momento del concerto di Vinicio Capossela nell'ex discoteca dell'ortomercato


Il segnale da Milano è stato lanciato. Ora, la vera sfida è quella di dare a iniziative del genere una portata nazionale. «E’ importante - sostiene la Sorrentini - che proprio in questa città si sia svolto questo Festival. Milano sta diventando un laboratorio politico. Un segnale così forte di lotta alla mafia potrebbe quindi  avere delle ripercussioni su ciò che poi farà il governo centrale nei prossimi mesi».
Tirando le somme, si può senz’altro dire che finalmente la gente comune ha visto e toccato con mano i luoghi e simboli di quel potere targato mafia. Un potere che in Lombardia esiste. E anche da parecchio tempo. Un potere però che, se smascherato e messo a nudo, non fa più paura e restituisce, ai giovani in particolar modo, la voglia di cambiare direzione iniziando a dire, proprio nei luoghi proibiti di quel potere, che non è vero che la “mafia non esiste”.