Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 15 Novembre 2019

Novità scientifiche per sconfiggere la Mielodisplasia

Le novità scientifiche applicate alla ricerca, hanno consentito di raggiungere importanti risultati sulla patologia ematologica nota con il termine di Mielodisplasia. Nello specifico, l’attività di studio incentrata sulla comprensione dei meccanismi di azione intracellulare di un farmaco (Bortezomib), ha ottenuto Le novità scientifiche applicate alla ricerca, hanno consentito di raggiungere importanti risultati sulla patologia ematologica nota con il termine di Mielodisplasia. Nello specifico, l’attività di studio incentrata sulla comprensione dei meccanismi di azione intracellulare di un farmaco (Bortezomib), ha ottenuto riscontri sulle cellule maligne responsabili proprio della patologia ematologica.

Le dottoresse Ester Oliva, Dirigente medico Ematologia e Maria Cuzzola Dirigente biologo Azienda Bianchi Melacrino – Morelli


La sindrome Mielodisplastica, è un insieme di malattie caratterizzato dalla presenza di cellule staminali anomale nel midollo osseo. Le cause che possono scatenare la malattia, sono diverse, alcuni malori si manifestano in seguito al contatto con sostanze tossiche, come benzene,solventi organici, pesticidi, radiazioni ionizzanti, oppure dopo un’esposizione prolungata a chemioterapie o radioterapie. La patologia, solitamente colpisce le persone di età superiore ai 60 anni, può non manifestarsi per diversi anni o evolvere repentinamente verso una forma di leucemia. I sintomi sono legati alla carenza dei globuli rossi, stanchezza,pallore, o alle infezioni determinate dalla mancanza di globuli bianchi, ed alle emorragie per l’insufficiente  numero di piastrine. L’anemia e la diminuzione delle piastrine, possono comportare il necessario ricorso a trasfusioni, mentre le infezioni portano all’utilizzo di trattamenti antibiotici. L’esame emocromocitometrico, in ogni caso, consente di evidenziare eventuali anomalie e di applicare le cure. Qualora la malattia progredisca, in una forma leucemica,si rende necessario ricorrere alla chemioterapia e per i pazienti giovani anche ad un trapianto di midollo osseo. La ricerca clinica applicata alla Mielodisplasia costituisce un ambito di lavoro che già da alcuni anni vede attivamente impegnate le dottoresse Ester Oliva, Dirigente medico Ematologia e Maria Cuzzola Dirigente biologo Azienda Bianchi Melacrino – Morelli. La dottoressa Oliva ha condotto lo studio in veste di investigator principale e coordinatore nazionale della ricerca clinica sperimentale di fase II. La dottoressa Cuzzola ha coordinato ed eseguito le indagini molecolari sui campioni biologici dei pazienti arruolati su tutto il territorio nazionale. Lo studio nazionale multicentrico, è stato centralizzato presso l’Azienda Ospedaliera Bianchi-Melacrino- Morelli di Reggio Calabria.

La ricerca ha permesso di ottenere risultati che possono avere effetti sui pazienti affetti da Mielodisplasia. Dottoressa Cuzzola, in cosa consiste?
“La ricerca biologica è stata condotta in vitro presso il laboratorio di Cincinnati utilizzando campioni biologici prelevati nei pazienti di Reggio Calabria. Il Bortezomib è un farmaco già in uso per il trattamento di altre patologie maligne ematologiche, quali il mieloma multiplo e linfoma, tuttavia pochi studi sono stati pubblicati circa l’estensione d’uso per il trattamento della Mielodisplasia e la leucemia. I risultati dello studio pubblicati sull’autorevole rivista scientifica “Blood”, forniscono importanti informazioni sui meccanismi molecolari, intracellulari che consentono al farmaco di controllare il ciclo cellulare delle cellule cancerose mielodisplastiche inducendone la morte programmata o apoptosi. Tale scoperta ha contribuito a migliorare la conoscenza in merito all’esistenza di un nuovo meccanismo di morte cellulare farmacologicamente indotta “Autofagia” ed apre nuovi scenari nel trattamento della Mielodisplasia”.

Un'altra interessante novità scientifica è derivata dagli studi biologici condotti, da lei e la dottoressa Oliva. Come è avvenuto il processo?
Il risultato della ricerca, pubblicata nel 2011, è stata l’aver individuato una peculiare condizione del gene “RPS14” presente in tutti i pazienti affetti da Mielodisplasia con mutazione del cromosoma denominato 5q. Altri studi erano stati pubblicati in precedenza e condotti in animali o in cellule in vitro.

Il gruppo di studiosi dell’Azienda Ospedaliera di Reggio Calabria ha dimostrato, per la prima volta sull’uomo che l’aplo-insufficienza allelica è una condizione reversibile grazie all’uso di una farmaco noto come Lenalidomide. La sperimentazione, sebbene conclusa, ha ad oggi interessanti proseguimenti in quanto si vuole dimostrare che la determinazione quantitativa delle copie del gene “RPS14” potrebbe assumere significato di biomarker prognostico di recidiva di malattia. Infine, numerose informazioni di natura biologica sono state ricavate dall’analisi di espressione genica condotte presso la sezione molecolare del laboratorio del CTMO dell’Azienda Ospedaliera e  pubblicate in questi giorni. L’unità operativa di Genetica Medica degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, Direttore dr. Carmelo Laganà, ha anche fornito un importante contributo alla ricerca,  occupandosi delle analisi citogenetiche”.

Il lavoro sinergico, effettuato dal gruppo che ha coordinato e partecipatoalla ricerca dando singolarmente il proprio apporto, ha consentito di tracciare un percorso scientifico diretto al miglioramento della qualità della vita dei pazienti, come spiega la Dottoressa Oliva?
“Le sindromi mielodisplastiche prevalgono in età anziana e sono caratterizzate da eritropoiesi inefficace e da citopenie periferiche. La terapia di supporto rappresenta la principale opzione terapeutica nella maggior parte dei pazienti. La qualità della vita (QoL) è deteriorata principalmente dall’anemia e da limitazioni associate alla piastrinopenia (quantità di piastrine), alla neutropenia (diminuzione del numero di globuli bianchi) e alla dipendenza trasfusionale. L’unico trattamento disponibile per la piastrinopenia, in presenza di emorragia, è la trasfusione di piastrine. Nei pazienti giovani con leucemia acuta mieloide (AML), le terapie post-remissionali, come la chemioterapia ad alto dosaggio o il trapianto di cellule staminali, hanno prolungato la sopravvivenza. Nonostante ciò, circa la metà dei pazienti con AML di nuova diagnosi ha una età maggiore a 60 anni e, quindi, non è eleggibile a tali trattamenti. Inoltre, in questi pazienti, il beneficio della chemioterapia standard intensiva rimane oggetto di dibattito per l’elevata tossicità e la breve durata della risposta. Un recente studio retrospettivo nei pazienti anziani affetti da AML ha documentato una sopravvivenza media di 2 mesi e una sopravvivenza a 2 anni di 6%; solo il 30% ha effettuato chemioterapia nei 2 anni dalla diagnosi di AML.  La sperimentazione clinica ha dimostrato per la prima volta che la trasformazione della Mielodisplasia  in leucemia acuta mieloide può essere ritardata significativamente dalla 5-Aza. Il trattamento con 5-Aza ha ottenuto un tasso di risposta globale del 60%, un ritardo della progressione leucemica, e il miglioramento della sopravvivenza”.

Quali sono le conclusioni a cui siete giunti e quali le prospettive per il futuro?

Il dottore Giuseppe Irrera Direttore FF CTMO Azienda Bianchi Melacrino Morelli.


“Presso l’Azienda Ospedaliera Bianchi Melacrino Morelli, le collaborazioni scientifiche con Centri di Ricerca internazionali hanno favorito il raggiungimento di ambiziosi traguardi anche nell’area del trapianto con cellule staminali. In questo mese, la rivista “Haematologica” ha pubblicato l’articolo “Molecular and computational diagnostic approach identifies FOXP3,ICOS, CD52 and CASP1 as the most informative biomarkers inacute graft versus host disease”; sulla ricerca condotta dall’equipe composta da: Maria Cuzzola, Maurizio Fiasché, Pasquale Iacopino, Giuseppe Messina, Massimo Martino, Giuseppe Console, Roberta Fedele, Daniela Massi, Anna Grazia Recchia, Giuseppe Irrera, and Fortunato Morabito. In particolare sono stati divulgati i risultati di un Progetto di Ricerca finanziato dal Ministero della Salute, il cui tema era la ricerca di nuovi marcatori biologici per la diagnosi della “Graft versus Host Disease” (GVHD). La “GVHD” è una grave complicanza correlata al trapianto con cellule staminali da donatore allogenico. Ad oggi la diagnosi si basa esclusivamente sull’osservazione delle manifestazioni cliniche rilevate a carico degli organi colpiti (cute, intestino, fegato). La biopsia è l’unico strumento diagnostico disponibile nonostante sia una pratica invasiva e presenti limiti di specificità. Presso la sezione molecolare del laboratorio del CTMO, dal 2007 è stato avviato uno studio biologico il cui obiettivo era individuare biomarker molecolari diagnostici di “GVHD” che non fossero invasivi, ma specifici oltre che rapidi. Lo studio si è avvalso della collaborazione dei medici del CTMO, in merito all’area clinica, e coordinato dalla dr.ssa Maria Cuzzola in merito alla parte sperimentale. Lo studio è durato ben 5 anni, la validazione dei risultati è stata ottenuta mediante l’applicazione di analisi statistica di tipo computazionale e impiego dell’intelligenza artificiale. Nello specifico, l’Ing.Maurizio Fiaschè (Politecnico Milano) ha creato un ponte scientifico tra Reggio Calabria e la Nuova Zelanda, avvalendosi della collaborazione di un gruppo di ingegneri bio-informatici di Auckland. La collaborazione ha prodotto una mole di lavori pubblicati da eminenti riviste e libri di bio-informatica. Il lavoro più importante è la review pubblicata in Cina dalla rivista “FIB”