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Venerdì, 13 Dicembre 2019

Professori a scuola di omosessualita

Cosa è l’omosessualità? Per rispondere correttamente a questa domanda è arrivato il momento di mandare i professori a scuola. Formare i docenti calabresi sui temi della libertà di orientamento sessuale contro ogni discriminazione è un’idea innovativa individuata come “buona prassi” Cosa è l’omosessualità? Per rispondere correttamente a questa domanda è arrivato il momento di mandare i professori a scuola. Formare i docenti calabresi sui temi della libertà di orientamento sessuale contro ogni discriminazione è un’idea innovativa individuata come “buona prassi” da un tavolo tecnico composto da istituzioni nazionali e regionali insieme alle rappresentanze della comunità gay calabresi.

Il presidente provinciale dell’Arcigay di Reggio Calabria, Lucio Dattola. Foto di Adriana Sapone


Istituito in attuazione di un progetto con cui la Rete Lenford, rete nazionale di avvocati e giuristi Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans) ha vinto un bando presentato all’Unar (Ufficio Nazionale contro le Discriminazioni Razziali del Ministero Pari Opportunità), al tavolo regionale hanno preso parte Vanni Piccolo per il direttivo Unar, l’Arcigay di Reggio Calabria e, in parte, l’Arcigay di Cosenza, i sindacati, una rappresentanza del Provveditorato agli Studi, l'Acli (Associazione Cristiana Lavoratori Italiani), la Presidente Commissione Pari Opportunità della Regione Calabria Giovanna Cusumano, l'Assessore Regionale al Lavoro Pierfrancesco Stillitani.
Per capire meglio di che si tratta, incontriamo il presidente provinciale dell’Arcigay di Reggio Calabria, Lucio Dattola, in un locale al centro che ospita la prima serata del cineforum. “Il progetto si è concluso – spiega - ma l’intenzione dichiarata dagli organi regionali presenti è stata quella di rendere la prassi esecutiva nelle scuole medie e superiori. Questa per noi è stata una conquista perché non ci aspettavamo che la Regione accogliesse quest'idea in modo così rapido. Non tutte le regioni italiane hanno aderito al protocollo”.

In base all’esperienza maturata, come reagiranno i docenti destinatari del progetto formativo?
Personalmente ritengo che, in senso generale, i docenti non siano portatori di omofobia pressante, ma siano privi della corretta informazione e formazione. Anche perché su questi argomenti non ci si è mai confrontati a livello istituzionale. Oggi finalmente si inizia a capire l’importanza dell’attenzione all’orientamento sessuale. D’altra parte i professori si scontrano quotidianamente con episodi di discriminazioni e credo che stiano già portando avanti un lavoro nelle classi.Nel particolare, poi, il nostro gruppo giovani, ha già intrapreso un percorso nelle nostre scuole. Lo scorso anno, con un progetto condotto insieme alla Croce Rossa siamo intervenuti al Liceo Classico e all’Istituto Tecnico di Melito Porto Salvo, al Liceo Linguistico di Gioia Tauro e all’Industriale Pannella di Reggio dove c'erano due allievi soci che avevano chiesto il nostro aiuto. Uno si era dichiarato.

La scuola può essere una campana di vetro protettiva ma può anche diventare il luogo cinico della derisione di gruppo. Qual è il vostro obiettivo con la formazione dei docenti?
Risponde Michela Calabrò, tesoriere provinciale e responsabile del gruppo giovani.

I ragazzi non sempre subiscono la violenza psicologica dai compagni ma anche dai professori. In alcuni casi perché omofobi. In altri casi il docente non ha un pensiero discriminante, ma non ha la formazione adatta ad affrontare il caso, non sa come fare e sbaglia i modi. L'obiettivo è quindi duplice. In primis formare i docenti nel linguaggio corretto lgbt. Un uomo omosessuale è gay, non ricchione o finocchio. Bisogna partire da qui, perché anche le parole possono ferire l'animo di un ragazzo e inibire un processo di crescita sano. Altro obiettivo è quello di trasmettere i comportamenti corretti in classe, capire se e come affrontare il discorso. Si tratta di strumenti pratici di comportamento da adottare quando l’aula è frequentata da uno o più studenti dichiarati o meno omosessuali.

Reggio Calabria è una città omofoba?
Assolutamente no. Dissento da questa affermazione nel mio ruolo di presidente dell’Arcigay. Reggio non è una realtà più difficile di altre. L’ambiente sociale mi porta a sperare che ci sia quasi un terreno fertile. E' importante sapersi presentare come persone che richiedono il riconoscimento di diritti giusnaturalistici, non invece come fanatici che impongono un orgoglio gay e ne fanno una questione morale. Noi ci presentiamo come persone che hanno un bagaglio di vita che va oltre il proprio orientamento sessuale. Se vado a cena con qualcuno non mi chiedo che orientamento sessuale abbia ma che persona sia.

Così dovrebbe essere.
Infatti. Le nostre battaglie sono battaglie forti di rivendicazione. Bisogna mantenere fermo l’obiettivo, affermare le proprie idee con i modo giusti, superando la paura di non essere accettati.

A che punto siete del vostro percorso? Vi sentite ancora in salita?

Da sinistra Gaetano Blasa, segretario provinciale dell' Arcigay; Michela Calabrò, tesoriere provinciale e responsabile del gruppo giovani e Lucio Dattola. Foto di Adriana Sapone


Assolutamente si. Sono stato qualche mattina fa a Taurianova, in provincia di Reggio, a parlare con la madre trentottenne di un ragazzo che cercava di dichiararsi. Lui ha chiesto il mio aiuto e la madre continuava a dirmi che siamo malati. Anche se è stata dura, ho comunque creato un contatto. Toccando gli argomenti giusti. Le note giuste.
Questi sono i momenti in cui riconfermo a me stesso l’intenzione di guidare questa comunità. Sono uno dei fondatori e sono l’unico che ha mantenuto una responsabilità nel direttivo dall’inizio ad oggi. Mi sono chiesto spesso se continuare o meno. In questi momenti mi rendo conto che devo tenere fede alle mie responsabilità. Diventiamo riferimento personale con chi ha passato la tua stessa sofferenza, e spesso ha bisogno di un appoggio affettivo e umano che mancanella famiglia e negli amici. In Calabria, ma non solo, c’è ancora chi pensa che la cosa giusta sia quella di voltare le spalle per far finta di non vedere. Capita spesso che se un genitore capisce che sei omosessuale chiude un occhio purché non si sappia. Si cercano appigli, scuse da dare al vicino di casa, come se fossero elementi importanti della nostra vita. Ecco i condizionamenti della nostra mentalità. Ci dobbiamo rendere conto dei danni che si fanno quando ci si fa carico delle persone. Non accettare l'orientamento sessuale significa far pesare parte dell'identità di una persona. Molto concretamente privarlo della dignità.

Quando avete fondato Arcigay a Reggio?
Tre anni fa.


E come è nata l’dea?
E’ nata da un’idea di coppia. Con il mio ex compagno vivevo liberamente e in modo assolutamente normale la mi relazione. A Reggio ci sono molte coppie omosessuali che vivono anche da venticinque anni relazioni nascoste. Noi invece, così giovani e così disinvolti siamo diventati forse in quel momento un riferimento per molti ragazzi e ragazze che ci chiedevano aiuto, che iniziavano ad avere problemi perché scoperti e non sapevano come fare. Il fatto di essere giovani entrambi rendeva più semplice che ci venissero o trovare. A quel punto ci siamo chiesti cosa fare. Ci siamo rivolti all’Arcigay di Cosenza, che ha oltre dieci anni di storia e loro ci hanno sostenuto in questa scelta. Così abbiamo fondato l'associazione a Reggio. Siamo partiti in cinque. Oggi contiamo 1.800 iscritti. Molti vivono fuori ma essendo residenti nella nostra Provincia di competenza rientrano tra i nostri soci. Abbiamo un target di iscritti molto giovane. Stiamo costruendo adesso la nostra comunità. Ovviamente gli attivisti sono meno. Nei momenti più importanti ci ritroviamo una cinquantina. Nei momenti di svago non siamo meno di duecentocinquanta. E sono feste dichiaratamente omosex.

Dal punto di vista umano e sociale come è stata accolto il vostro comitato a Reggio?
Non bene dalla comunità gay che è sempre stata molto critica perché teme che ci si esponga troppo. Sono contento delle critiche perché ci stimolano a migliorarci. Portare avanti un idea di comunità Lgbt non è facile. Non siamo singoli individui, ma comunità perché abbiamo un obiettivo comune per il bene di tutti, anche di chi non è iscritto.

Interviene Michela Calabrò, responsabile del gruppo giovani.
Chi si iscrive diventa attivista e non tutti hanno la stoffa o la voglia di esserlo. Sono soprattutto i ragazzi, anche minorenni, che hanno voglia di dichiararsi e che iniziano un processo di coming out già mentre sono a scuola. E’ molto importante il supporto del gruppo giovani in questo senso, con attività coinvolgenti che agevolano il confronto.


Nella vostra storia personale, com’è stata l’esperienza della scuola?
Risponde Gaetano Blasa, segretario provinciale:
Io frequentavo una scuola cattolica, fondata da suore. Mi sono dichiarato ed ho vissuto un clima di astio. Una situazione complessa. Per quanto ci fosse un grande valore umano da parte degli insegnanti che erano anche preparati sugli argomenti, nelle nostre discussioni si andava a cozzare con i valori fondanti della scuola, la Chiesa, lo Stato. Quindi mi è capitato di avere dei battibecchi con le suore insegnanti di religione perché avevano una preparazione che escludeva qualsiasi dialogo sull’argomento.


Risponde Lucio Dattola, presidente provinciale:

Foto di Adriana Sapone


Il mio processo di coming out è iniziato molto tardi, dopo la laurea triennale. A scuola non accettavo la mia condizione quindi non mi ponevo minimamente il problema. Ero fidanzato con delle ragazze, avevo la mia immagine di etero fidanzato e tranquillo. Non mi ascoltavo neanche, questa è stata la cosa più brutta perché se avessi avuto, per esempio, il sostegno che oggi offriamo con il gruppo giovani, avrei vissuto liberamente la mia omosessualità, la mia vita, già da tempo. Molti della comunità gay vanno via perché pensano che altrove, a Roma, a Milano, a Napoli o a Catania, sia più facile vivere le propria identità e le proprie relazioni.


Perché, forse, la difficoltà più grande è proprio quella di amare.
Esattamente, quella di far uscire il sentimento. In qualsiasi coppia, di qualunque tipo, è bruttissimo non potersi esprimere affetto. Una realtà del genere porta a non uscire da una situazione di buio, lasciva, che non aiuta il senso di responsabilità. Nei paesi poi la necessita di nascondersi emerge in modo ancora più forte. Addirittura dopo un coming out ti senti consigliare di sposarti anche per tre mesi, giusto per salvaguardare un'apparenza.

C’è però da dire che la Chiesa Valdese di Reggio è disposta a celebrare matrimoni gay. Ma ancora nessuno di voi si è sposato.
Siamo un gruppo molto giovane, ancora per noi è un po’ presto. La Chiesa Valdese ha celebrato l'anno scorso il primo matrimonio a Milano. E’ un rito che si avvicina più a una benedizione, ma non è poco. Noi non abbiamo una legge che preveda una "pubblicità" in senso tecnico dei sentimenti, cosa che tutti criticano ma poi nessuno fa niente.

A che punto è il percorso delle lesbiche in Calabria. C’è forse una maggiore difficoltà di emersione?
La donna è intanto donna e poi lesbica. Quindi doppiamente discriminata, perché, secondo me, la donna non è del tutto parificata all'uomo. L’emersione delle lesbiche è più complessa. Da una parte sembra più semplice perché tra donne c’è un'affettività ritenuta normale che non induce a dubbi. Ma poi, se dichiarata, viene accettata con maggiori difficoltà. Nel nostro comitato le donne lesbiche sono  tra le più accanite sostenitrici.

Per concludere, quali sono i vostri prossimi progetti?
Continuare le nostre attività con un programma di due riunioni al mese all'interno della Chiesa Valdese: una di comunicazione e l'altra di formazione per integrare e unire più associazioni gay friendly o simpatizzanti o movimenti o partiti. Chiunque sia ricettivo dei diritti per cui ci stiamo battendo. La libertà è la prima cosa poi viene tutto mio resto. Ci apriamo all’esterno perché vogliamo allargare l'idea di noi stessi. Noi non siamo solo gay, come qualcuno tenta di etichettarci. Non vogliamo il matrimonio gay. Vogliamo il matrimonio libero.

“Mi è sempre sembrata un po' inutile la disapprovazione dell'omosessualità. È come disapprovare la pioggia, Francis Maude.