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Sabato, 26 Maggio 2018

Dall’Irpinia alla Calabria greca, in cammino verso Sud

Viaggiando dall’Irpinia alla Calabria lungo la via dell’Appennino ho incontrato storie comuni di abbandoni e solitudine, di melanconie e ricordi e solo a volte anche qualcuno che guardando oltre sia riuscito a cogliere sfumature impercettibili.

Franco Arminio e Carmine Verduci sono due facce di un’unica medaglia, diversi quasi in tutto tranne che per l’ideale sogno che li unisce.

Pietrapennata
Pietrapennata
È proprio incrociando certi volti mi sono convinto di come la bellezza di alcuni luoghi, quella vera non effimera, non stia tanto in quello che l’occhio a prima vista riesce a cogliere rimanendo affascinato, quanto in quello che ogni luogo racchiude e rappresenta nelle sue forme e nei suoi silenzi, perché in certi luoghi anche i silenzi se li ascolti con attenzione ti raccontano di un  tempo in cui ancora non avevano scacciato via le voci.  Da tempo ho realizzato quanto, tracciare una propria personale visione delle dinamiche che ci circondano possa essere pratica dolorosa in assenza di giusti anticorpi. A farmi maturare questa convinzione è stata la ricorrente  sensazione di disagio provata nel chiudere gli occhi immaginando il prima ed il dopo in una storia fatta di volti e di luoghi della nostra terra. Il sud in generale ed il suo entroterra in particolare rappresentano da oltre mezzo secolo la cartolina di un paese che corre veloce dimenticando le periferie e la cartolina di oggi è quella che cristallizza centinaia, forse migliaia di piccoli centri piegati sotto i colpi di un’indifferenza dalle radici profonde, dure da estirpare. Nonostante la sofferenza di chi ha vissuto sulla propria pelle la metamorfosi, ci sono occasioni in cui mi capita di pensare che decenni di marcia verso il sud delle marine e verso il nord delle metropoli non sono riusciti a spegnere del tutto l’ideale sogno dell’ideale viaggio a ritroso che tanta gente percorre riannodando il filo della propria storia, alla ricerca dei luoghi identitari. Franco Arminio, scrittore, poeta, unico paesologo al mondo è di Bisaccia in provincia di Avellino, uno dei tanti centri sfregiati dal terremoto del 1980, sventrati e ridisegnati solo molti anni dopo nella loro geografia umana.
Franco Arminio
Franco Arminio

“Bisogna parlare di quello che i paesi sono adesso – dice Arminio – bisogna farlo partendo dalle percezioni più che dalle opinioni. Ci vogliono risorse e ci vogliono visioni, intimità e distanza, scrupolo e utopia. Le aree interne, le terre alte dell’Italia non sono luoghi minori, sono luoghi enormi. E solo una clamorosa miopia geografica porta a renderle invisibili pur essendo il cuore della nazione”. Ha ragione Arminio quando parla di clamorosa miopia, lui che si è inventato la paesologia, una cosa che a molti per capirla servirebbe prima allenare l’animo al particolare. “La paesologia – dice – ha capito che i luoghi sono importanti. Bisogna guardare quello che ci facciamo con i luoghi, non può essere solo una faccenda di urbanisti o di sociologi”. Ai borghi, ad una parte di sud marginale e dolente, spezzata e spazzata nella sua essenza, serve gente capace di raccontare, di intuire e leggere il bello anche dove sembrerebbe difficile leggerlo, nei volti degli anziani, nei muri sgretolati, nelle vecchie insegne arrugginite e consumate dal tempo. Lo capisco Arminio, quello che prova, la sua voglia di raccontare quello che vede cercando di trasferire un sentimento attraverso le immagini, i versi, i libri perché la nostra è una terra che chiede di essere raccontata, di essere capita, di essere vissuta non più come un tempo, è una terra che necessita di una profonda revisione innanzitutto culturale, nel modo di intendere le sue forme e le sue movenze, adattandole ad una società che potrebbe tornare sui suoi passi e forse in parte lo sta già facendo, attribuendo a questi luoghi una  nuova missione ed un nuovo ruolo sociale. Carmine Verduci non è uno scrittore ne un poeta, è uno dei tanti giovani che richiamati dall’eco della terra, la annusano, la toccano e la guardano scoprendola e invitando tanti altri a riscoprirla.

Carmine Verduci
Carmine Verduci
Carmine negli ultimi anni si è inventato una esperienza di simbiosi con la terra e con i centri abbandonati, specie quelli dell’Area grecanica della provincia di Reggio Calabria, una passione la sua diventata pellegrinaggio sensoriale nei luoghi dello spopolamento, non un elogio funebre, ne uno dei soliti de profundis celebrato davanti a macerie e ruderi, piuttosto un tentativo di regalare a tanti una presa di coscienza rispetto a quello che è stato e soprattutto rispetto a quello che potrebbe essere. L’impegno assai complicato di Carmine ha acquisito negli anni il valore della catarsi necessaria intesa come periodo di rigenerazione e riflessione. Carmine è riuscito dribblando sorrisi ipocriti e facili ironie, nell’intento di indirizzare tanta gente verso un nord ideale, verso quelle montagne che si raggiungono risalendo dallo ionio percorrendo le direttrici a pettine che disegnano in modo sconnesso la fragile rete viaria aspromontana, lo ha fatto mettendo tanta gente in marcia verso luoghi abbandonati da decenni, accendendo una luce in un mare di indifferenza. Anche Carmine ne è convinto, certi luoghi vanno letti, capiti e poi raccontati e per questo ci vuole chi li sappia leggere e capire, trovando la forza di raccontarne le ferite e ciò le ha prodotte ecco perché accostare Franco Arminio a Carmine Verduci non mi è sembrato un azzardo, tanto più che l’accostamento sfugge qualsiasi presunzione o termine di paragone artistico o letterario, anzi a voler essere precisi non si tratta neanche di  accostamento ma solo di una pratica di auto convincimento utile a me stesso e spero anche ad altri per realizzare di non essere il soli a credere in un futuro possibile che non sia per forza lontano da questa terra e poco importa se dovesse rivelarsi solo un’illusione, in fondo alcune volte anche le illusioni aiutano a rendere meno gravoso il peso della vita.