Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Lunedì, 12 Novembre 2018

Il “Codex Purpureus Rossanensis”, monumento vivente e patrimonio dell’umanità

Un viaggio caldo e misterioso, lungo le asperità delle colline ioniche, nel cuore della Calabria del Nordest e della Sila Greca, alle pendici dell’Aghion Oros della nuova Grecia e alla fonda del leggendario porto di Copia Thuri alla foce del Trionto, tra le sfumature ascetiche dei monaci basiliani, dei loro mosaici, dei loro oratori e basiliche, non può che terminare nel cuore di Rossano la Bizantina, nel museo Diocesano dell’Arcidiocesi di Rossano-Cariati, dove è custodito il preziosissimo Codex Purpureus Rossanensis.

Si tratta di è uno dei più antichi evangeliari esistenti al Mondo, reso oltremodo prezioso ed unico grazie alle sue bellissime miniature, capolavoro dell’arte bizantina. La datazione del Codice è circoscritta tra il V e il VI secolo dai maggiori storici dell’arte bizantini e dai paleografi. Non si conosce con precisione il motivo del suo arrivo a Rossano, probabilmente durante la diffusione del bizantinismo in Calabria e nel Mezzogiorno, legata alla espansione del monachesimo. Sarebbe giunto nella città nell’VIII secolo sull’onda delle trasmigrazioni dei monaci iconoduli, da Costantinopoli o dall’Egitto e dal Nord Africa islamizzato. Tesi più recenti, invece, suppongono verosimile l’arrivo a Rossano coincidente con la sua elevazione a diocesi, dunque nel X secolo, che, tra l’altro, coincide con il periodo di maggior splendore della città. Il Codex presenta i resti di un indipendente ciclo di miniature relative alla vita di Cristo, il più antico rimasto in un manoscritto greco. Un viaggio nel viaggio. Il Codex, infatti, con i sui 188 fogli di pergamena (376 pagine), contiene per intero il Vangelo di Luca e quasi tutto il Vangelo di Marco. “La struttura complessiva del manoscritto – come cita la fonte ufficiale (museocodexrossano.it) – testimonia come in origine si trattasse di un esemplare, in uno o due volumi, dei quattro Vangeli, preceduti dall’indice dei capitoli. Con buona approssimazione si può dire che la parte conservata rappresenta circa la metà dell’intera opera”. Un libro che raccoglie il mistero di Cristo, che ne ripercorre la sua missione divina in terra ma che continua a raccontare, attraverso le sue immagini, quella storia a cui è legato l’intero mondo del cristianesimo. 

Tanto che è valso al Codex il titolo di “monumento vivente”, così come ebbe a definirlo S.E. Mons. Santo Marcianò, Ordinario Militare d’Italia e già Arcivescovo di Rossano-Cariati, che attraverso la sua opera pastorale ha rilanciato e affermato la preziosità del Codice. Le immagini, o meglio, le miniature conservate nel Codex che continuano a trasmettere, a chi le osserva, con una semplicità dirompente, la Parola di Cristo, sono quattordici. “Di esse – si legge nelle illustrazioni al testo – dodici raffigurano eventi della vita di Cristo (La Resurrezione di Lazzaro, L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, Il colloquio con i sacerdoti e la cacciata dei mercanti dal tempio, La parabola delle dieci vergini, L’ultima cena e la lavanda dei piedi, La comunione degli apostoli, Cristo nel Getsemani, La guarigione del cieco nato, La parabola del buon samaritano, Il processo di Cristo davanti a Pilato, La scelta tra Gesù e Barabba), una fa da titolo alle tavole dei canoni andate perdute, e l’ultima è un ritratto di Marco, che occupa l’intera pagina”. Il Codex Purpureus Rossanensis riveste uno straordinario interesse dal punto di vista sia biblico e religioso, sia artistico, paleografico e storico, sia documentario. Un documento simbolo di una regione, la Calabria, che ha mediato e tradotto in sintesi la civiltà greco-orientale e quella latino-occidentale. Una preziosità estrinseca ed intrinseca, insomma, che è valsa al Codex Purpureus Rossanensis, nell’ottobre del 2015, il titolo di Patrimonio dell’Umanità riconosciuto dall’Unesco.