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Giovedì, 18 Ottobre 2018

I canadesi Vincent e Susy che vivono a Pantanolungo. La magia di un borgo fantasma per difendersi dalla modernità

Cogliere l’essenza di un ambiente dalla stratificazione millenaria è come affrontare un viaggio in una realtà mutevole e sfuggente.

È come guardare un luogo attraverso un caleidoscopio dai mille volti accattivanti, ma sempre impenetrabili, dove tuttavia è chiaro che a mutare è solo la posizione critica dell’osservatore. Pantanolungo Pantanolungo

Pantanolungo
Pantanolungo

Città e paesi rappresentano la storia vivente, sono l’immagine complessa dell’evoluzione dei tempi; quanto più complesso è l’insediamento urbano, tanto maggiore sarà la forza della sua stratificazione dove rintracciare la formazione, l’appartenenza, l’anima delle generazioni di persone che li hanno abitati. Ogni angolo di terra in cui l’uomo ha lasciato segni della sua presenza, con una propria identità, mostra il sogno, il desiderio e la memoria del suo passato e del vivere presente. Ieri come oggi, la città non è che la forma spaziale di un’identità collettiva. Nulla di più concreto e al tempo stesso nulla di più astratto. Negli anni che vanno dal 1950 al 1970 la società italiana ha conosciuto un’evoluzione tale da modificare l’aspetto del Paese sotto tutti i punti di vista. Non solo sono cambiate le strutture economiche, ma anche la conformazione sociale e gli insediamenti urbani e agricoli. È cambiato il paesaggio naturale, spesso deturpato. Sono stati gli anni del passaggio, per il nostro Paese, da una società ancora in gran parte agricola ad una società industrializzata, la quale, appunto, non comporta solo modificazioni produttive o economiche, ma dell’intera società. Lo spopolamento dei piccoli paesi ha riguardato un terzo dei centri italiani, soprattutto quelli del Sud e delle aree interne. Oggi sono definiti paesi fantasma. In Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a seimila. Si tratta di borghi, frazioni, ma a volte veri e propri paesi che hanno popolazione ridottissima, di poche decine di persone rispetto alle centinaia e migliaia di qualche decennio fa. Tra questi c’è Pantanolungo, frazione di Carolei (Cs) dove risiedono 32 persone. Vincent e Susy, una coppia di cinquantenni canadesi che vive a Pantanolungo Vincent e Susy, una coppia di cinquantenni canadesi che vive a Pantanolungo

Vincent e Susy, una coppia di cinquantenni canadesi che vive a Pantanolungo
Vincent e Susy, una coppia di cinquantenni canadesi che vive a Pantanolungo

Fino agli anni ’50 era un borgo attivo con circa mille residenti, poi lo svuotamento con il boom economico del secondo dopoguerra. Pantanolungo (dal greco pianto dei morti) è un borgo arroccato ai piedi di una piccola chiesa, intitolata alla Madonna di Piedigrotta. Si trova a quota 650 metri sul livello del mare, in una delle gole che dalla catena appenninica scendono giù verso la Valle del Crati. Secondo la leggenda, i moribondi scendevano lungo i burroni che lo circondano per andare a morire nel fiume sottostante. Si tratta del torrente Acheronte, che va ad ingrossare il Busento, il fiume dove si narra sia stato sepolto Alarico, il re dei Goti, con tutte le ricchezze che aveva sottratto alla Roma dei Cesari. Le case, per lo più di edilizia rurale ottocentesca, si intrecciano su se stesse, formando un nucleo compatto percorso da stradine e viuzze. A sovrastare le case, la chiesetta della Madonna di Piedigrotta che risale alla seconda metà dell’Ottocento. In parte distrutta dal terremoto del 1905, venne successivamente ricostruita, ampliata e riaperta al culto. La sua distruzione in seguito a tale catastrofe è legata ad una leggenda secondo cui la chiesetta fu distrutta per la traslazione della festa religiosa che, da allora, non fu più spostata. Ancora oggi, ogni 8 settembre, si festeggia la Madonna. Il massiccio esodo verso i nuovi centri urbani, non in virtù della bellezza, ma per i vantaggi pratici che essi hanno sempre offerto, fecero di Pantanolungo un borgo fantasma nel quale, per lungo tempo, hanno abitato solo poche decine di persone. Da circa due anni il borgo ha ripreso il suo “respiro”, ha ritrovato nuova linfa, attraverso il “ritorno” di pochi emigrati, dei quali si è preso gioco la nostalgia per la terra nativa, che li ha spinti alle proprie radici, quelle più profonde, suggerite da racconti lontani. Ma altri lo hanno cercato questo luogo, trovato attraverso chissà quali percorsi segnati da una matita su una mappa: due stranieri, canadesi in particolare, che hanno acquistato case e terreni. Qui, forse, la necessità, a volte l’urgenza, di percorrere una strada di cui non si sospettava l’esistenza, per ragioni diverse dagli altri: per ritrovare se stessi, si dice.

E, proprio per questi ultimi, Pantanolungo è stata una scoperta sincera e inaspettata. È accaduto a Vincent e Susy, una coppia di cinquantenni canadesi, che nulla hanno a che fare con l’Italia, ben che meno con piccolo borgo sperduto della Calabria. Vincent è stato un diplomatico che alla fine del suo mandato, nel 2015, ha deciso di prendersi un anno sabbatico. La ricerca di un posto solitario, ameno, lontano dalla frenesia della vita postmoderna, non era semplice, né scontata; fino al giorno in cui Eddy, suo amico di vecchia data, figlio di emigrati calabresi, originari di Carolei, racconta di avere una casa, certamente vecchia, priva delle comodità alle quali oggi nessuno rinuncerebbe, a Pantanolungo: luogo dalla difficile pronuncia, che nascondeva in sé un ancor più difficile approccio alla vita, nelle cose spicciole della quotidianità, rispetto alle metropoli canadesi. Vincent, incuriosito e proiettato ormai all’abbandono delle sue consuetudini, prende per mano la sua Susy; un’auto a noleggio e senza bagagli, e viaggia alla scoperta della Calabria, lungo le coste, per le montagne, verso le valli. Sulla loro mappa in miniatura, il segno si ferma in quel luogo, Pantanolungo, raccontato dall’amico Eddy. Bellissima la terra calabra, ma qui trovano per davvero il loro rifugio, dove sempre, dopo lunghi viaggi, sarebbero poi tornati. Nessuna difficoltà ad ambientarsi, forse perché il loro animo era assolutamente predisposto all’avventura e al nuovo. Ciò che certo hanno trovato – questo scaturisce dal loro racconto – è la dimensione familiare e affettiva che la microscopica comunità del borgo ha manifestato per loro.

Vincent e Susy, da Pantanolungo, non solo hanno scoperto un pezzo di Calabria, costruito nuove relazioni, amicizie, acquistato una casa e imparato a vivere dei prodotti della terra, ma avviato un vero nuovo progetto di vita. Ci sono mesi in cui vivono in Canada, perché Vincent è un docente universitario. Quando ritornano in Italia – raccontano – si trasformano: lei si dedica alle confetture, cura il giardino, dedica con amore tempo al tempo, quello di una vita scandita dall’alba e dal tramonto, ma paradossalmente dilatata. Vincent invece si occupa dell’orto. Lavora la sua terra come non avrebbe mai potuto immaginare, scoprendo quella dannazione, ma anche – dice – “dedizione e amore innati, forse, in ogni uomo”. Ne ricava i frutti, quelli buoni che poi offre, perché la comunità è condivisione. E allora il grande spiazzo di terra davanti casa, diventato giardino, accoglie spesso a cena tutti gli abitanti del borgo. Il pasto è la condivisione reciproca, e non solo del cibo. Quel giardino, la piazza in cui si raccontano, il microcosmo dove tutto accade. Vincent e Susy, anime ribelli all’ineluttabile modernità, a Pantanolungo hanno compiuto un piccolo miracolo: tornare a lavorare la terra, recuperare le case abbandonate, restituire dignità a un borgo il cui destino era già stato segnato. Perché sul loro esempio gioioso, i pochi migranti di ritorno continuano a lavorare. Hanno ricostruito una piccola economia rurale, basata spesso sullo scambio di ciò che si produce, per quel che si può. Un ritorno al passato che, certo però, è il futuro di una microscopica comunità, che decide che si può non essere fantasma.