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Martedì, 28 Gennaio 2020

Su, per l’Aspromonte orientale: "u signurinu” e la perduta gente...

I sentieri che salgono su, per l’Aspromonte orientale, sono stretti e insidiosi. Si percorrono a tratti a piedi, a tratti a dorso di mulo.

Ma armacere e mulattiere, che pur migliorano gli accessi, non domano la mano di Dio; piuttosto è un equilibrio precario, un continuo sfidarsi, con l’uomo ostinato che taglia, modella, sostiene argini e montagne, e fronteggia a modo suo terremoti e alluvioni: testardo come le capre di cui porta addosso il lezzo; raffinato e possente maestro muratore; irriducibile, carnale, indomito bifolco.

Africo antica
Africo antica

Lassù, quasi un secolo fa, si avventurava «tra massi a strapiombo e precipizi velati di nebbie stagnanti sulle ampie valli» il conte Zanotti Bianco.

U signurinu era per gli aspromontani l’unico legame con il mondo. Nel cuore di Africo, così lontana da tutto, ci arrivava dopo estenuanti giorni di cammino. Sostava nelle curve poco prima del paese, fatto di case diroccate e fatiscenti, nere a causa della teda, e abitato da più di mille anime stipate in catoj con pidocchi, maiali e galline. Di esse - ricorda u Signurinu nei suoi appunti - arrivava il puzzo fin dentro la tenda posta a centinaia di metri di distanza.

Quel luogo, immortalato nel libro “Tra la perduta gente”, oggi si chiama Campusa; essa divenne nel tempo una popolosa frazione di Africo, appendice eretta qualche anno dopo la partenza di Zanotti e da egli stesso indicata come zona geologicamente sicura in cui spostare parte del paese.

Sotto Campusa scorre il torrente Poro, affluente dell’Aposcipo; dinnanzi salgono le querce, i castagni e i gelsi di Luca; in uno squarcio a valle se ne sta quieto il mar Jonio e parte del paese nuovo, ricostruito sulla costa dopo l’alluvione del 1951. La strada per collegare le due realtà, distanti in linea d’aria una ventina di chilometri, non fu mai realizzata.

Quando u Signurino stentava a prendere sonno, si affacciava su Luca, su cui sta in bilico Casalinuovo, e contava le stelle: «Oh! che stelle! Due volte ho sollevato la portiera per contemplarle, così vivide, così pure: due volte ho dovuto abbassarla perché, riempiendosi di tumulto, la tenda si gonfiava fremendo come una vela sul mare».

Alle prime luci dell’alba, gli africoti erano già lì, fuori dalla tenda ad aspettare che si affacciasse, con la jisca colma di latte di capra e ricotta che gli porgevano con garbo e generosità.

foto dal reportage di Tino Petrelli
foto dal reportage di Tino Petrelli

Sporchi, scalzi, seminudi, loro che per sfamarsi mangiavano erbe e ghiande bollite.

U Signurinu stringeva quelle mani callose in segno di riconoscenza, e sostava con disinvoltura nelle case dove persino l’amato Santu Leu si rifiutava di guardare; ché la lotta alla sopravvivenza un africoto doveva iniziarla fin dal primo giorno di vita: come avrebbe sopportato altrimenti l’andirivieni dai monti? la neve tagliente sotto i piedi nudi? con quale forza si sarebbe contrapposto all’impeto delle fiumare? avrebbe sanato da solo le sue malattie?

Lo trascinavano poi da un capo all’altro del paese, lamentando le tassazioni eccessive, i vincoli governativi, la carenza di medicine «Sono alcuni giorni che visito questi tuguri, prendendo nota della situazione economica e sanitaria di ogni famiglia. Si tratta in genere di vani di tre o quattro metri per lato, alti due. Su vasti pagliericci poggiati a terra o su di uno zoccolo di legno, dormono ammucchiate sei, sette persone che poche coperte di ginestra debbono proteggere dal freddo: in un angolo il forno e spesso il fornello per la cucina, accanto una cassapanca ove viene riposto il grano e l’orzo; talvolta un telaio; dal soffitto pendono alcuni formaggi, cipolle, fasci di ginestre, quanto la famiglia è riuscita a serbare per sé. Gli animali di notte si assestano dove possono. In uno di questi vani vidi nella penombra steso su d’un letto, accanto ad un malarico febbricitante, un grosso maiale».

Africo: paese di anime a cui non sono stati concessi sconti, stretto nella morsa tra la certezza della terra e la speranza di Dio.

Terra che accoglieva pietosa decine e decine di bambini, nati per poco o mai nati.

E Dio. Dio che aveva tolto le lacrime alla madri dando loro una zappa per scavare e sotterrare, e un ventre robusto per generare altra vita. Unico rimedio alla morte «Di qua, di là respiri di donne che sono in gran parte “malate intra” rovinate dall’ignoranza della tremula, sporca vecchia che assiste ai loro parti: di bimbi che “gracili di sangue” sono ricoperti quest’anno da croste sì ripugnanti a vedersi».

Sono storie che vivono ancora nella suggestione del vecchio abitato e nella tradizione orale di Africo, impresse come un marchio nel destino e nelle movenze goffe della sua gente; nella parlata addestrata sui monti, in grado di superare il grido dell’acqua e del vento; nel rifiuto ostinato di tornare alla montagna e nel bisogno assoluto di farlo.

Quel po’ di bene ricevuto lassù è dipeso interamente da u Signurinu: la costruzione delle scuole elementari, torreggianti ancora oggi come un tempio azteco sul fianco del Casale; la costruzione di Campusa, nella cui pianificazione Zanotti Bianco preannunciò con trent’anni di anticipo la catastrofica alluvione del 1951; la costruzione dell’asilo e dell’ambulatorio.

Oggi, con un progetto che vede impegnato il Parco nazionale d’Aspromonte e il Comune di Africo, si cerca di recuperare le antiche strutture, con particolare riguardo alle scuole, simbolo nazionale dell’opera zanottiana.

scuole elementari di Zanotti Bianco
scuole elementari di Zanotti Bianco

L’accordo tra enti prevede l’adeguamento dei moduli abitativi di Campusa a residenze per scrittori, artisti, studiosi e universitari.

Le tracce del filantropo sono ancora tangibili: nelle opere da lui realizzate così come nelle storie raccontate dalla gente; un legame che Africo conserva fortissimo e che sta tentando, con un importante investimento “sui luoghi” giunto nel mese di novembre alla fase attuativa, di consegnare definitivamente alla storia.

Un po’ come u Signurinu consegnò al mondo intero l’immensità del dramma africese, da sempre rimasto incompreso. «Li seguo col pensiero in quelle viuzze viscide di putridume in cui affondano i loro piedi sempre nudi “se no la nostra vita se la mangiano le pietre” in quei tuguri cadenti, quasi mai illuminati, se non d’inverno con un tizzone di pino, che spande attorno, col fumo, un poco di caldo e di chiarore».

*le parti di testo tra caporali sono stralci del libro “Tra le perduta gente” di Umberto Zanotti Bianco