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Martedì, 25 Giugno 2019

Intervista di Paolo Toscano (Gazzetta del Sud 01.08.2015). Irto: cambiamo la Calabria. «La vogliamo senza ’ndrangheta. Puntiamo su turismo e Gioia Tauro»

«Nella Calabria che vogliamo costruire non c’è posto per la 'n­drangheta e l’illegalità». Un’e­spressione forte, usata da Nicola Irto nel discorso di insediamento pronunciato martedì 28 e ripre­sa nell’intervista concessa a Gaz­zetta del Sud, la prima da presi­dente del Consiglio «Nella Calabria che vogliamo costruire non c’è posto per la 'n­drangheta e l’illegalità». Un’e­spressione forte, usata da Nicola Irto nel discorso di insediamento pronunciato martedì 28 e ripre­sa nell’intervista concessa a Gaz­zetta del Sud, la prima da presi­dente del Consiglio regionale.

Il presidente del Consiglio regionale Nicola Irto Il presidente del Consiglio regionale Nicola Irto


Il 33enne renziano ha idee chiare sul da farsi per cambiare la Cala­bria, per farla uscire dalla posi­zione di regione più povera, co­me certificato dai dati Svimez: «La politica deve fare - sostiene - quello che non ha fatto negli ul­timi 40 anni, di fatto certificando il fallimento del regionalismo calabrese». Il neo presidente del Consiglio regionale ritiene che si debba «puntare su Gioia Tauro in un’ottica di sviluppo e sul turi­smo come risorsa fondamentale in un’ottica di crescita». Sulla bu­rocrazia la pensa come Oliverio che ha parlato di “palude": «Ri­tengo inaccettabile - sostiene - che alti burocrati abbiano supe­rato indenni, nonostante il con­seguimento di risultati mediocri o fallimentari, tutte le stagioni politiche degli ultimi 20anni, la Calabria non può trovare una via di sviluppo e di progresso evitan­do di affrontare questa che è una questione centrale».

Irto: «Lavoriamo a una Calabria senza 'ndrangheta»


Gioia Tauro e turismo fondamentali in un’ottica di sviluppo. La burocrazia è un male da estirpare

Con i suoi 33 anni, Nicola Irto, eletto martedì scorso al posto del dimissionario Antonio Scal­zo, è il più giovane presidente di Consiglio regionale in Italia. Reggino del quartiere Ravagnese, architetto e urbanista, è un renziano che fa politica dai tem­pi del liceo. Poi l’impegno uni­versitario nel Consiglio di facol­tà e nel Senato accademico che hapreceduto l’approdo alla Margherita e, nel 2002, l'incari­co di delegato. Manco a dirlo, anche da delegato era il più gio­vane a livello nazionale.
L’espressione del volto da ra­gazzo della porta accanto fa pensare a un carattere timido e introverso. Impiega poco, però, a sciogliersi e rispondere alle domande in quella concessa alla Gazzetta del Sud e che è la sua prima intervista ufficiale.

Cos’ha provato nel mo­mento in cui si è materializza­ta la sua elezione a presidente del Consiglio regionale?

«Ho avvertito tutto il peso di una grande responsabilità ma non nascondo di avere fiducia. Soprattutto perché mi rendo conto di aver vissuto un’espe­rienza di partito a livello provin­ciale e regionale che mi consen­tirà uno sbocco nei rapporti che vanno oltre i confini di Reggio. Questo vissuto mi aiuterà ad as­solvere a un compito delicatissi­mo, anche per il momen­to che stiamo vivendo».
Col suo primo intervento dal­lo scranno più alto di Palazzo Campanella, Irto ha lasciato il segno. Nelle sue parole si è ma­terializzata la condanna di una politica troppo spesso distratta in ordine ai problemi e alle emergenze reali della nostra re­gione. Ha colpito quando ha ri­volto il suo primo pensiero ai ca­labresi ammalati che soffrono, a quanti hanno perduto il lavoro, ma anche ai giovani che un lavo­ro non lo hanno mai avuto, alle donne e ai precari. Per evitare di essere frainteso ha detto che bi­sogna partire dagli ultimi, dai più deboli, cominciare da luoghi e territori dove la sofferenza è più acuta per affrontare dare un futuro alla Calabria dove, come confermano recenti studi di set­tore, si è materializzato il rischio del sottosviluppo.

Presidente, lei ha parlato di lavoro, modernizzazione, rinnovamento, uguaglianza di opportunità, valorizzazio­ne del merito. Non le sembra eccessivo come assunzione di impegno?

«Quanto ho dichiarato non sono spot o slogan ma rappre­sentano l'unica via di uscita per la Calabria. Oggi lo Svimez dice che siamo la regione più povera con 15.807 euro prò capite. Le cifre impietose riguardano gli ultimi trent’anni e indicatori di­versi. S'impone un cambio di rotta immediato, stabilire cosa deve fare la politica. Ovviamen­te, quello che non ha fatto negli ultimi 40 anni segnati dal fallimento dei regionalismo cala­brese. Bisogna stabilire prospettiva e progetto politico del Meridione e della Calabria, soprat­tutto nel rapporto con Roma».

Ma la Calabria ha risorse e mezzi per risalire la china?

«Abbiamo diverse occasioni.
Non mancano le potenzialità per fare bene. Nel mio discorso ho fatto una citazione sul Medi­terraneo e volontariamente non ho parlato di Gioia Tauro. Ma è chiaro che Gioia Tauro è al cen­tro dì qualsiasi progetto di cre­scita e sviluppo. La crisi politica e il terrorismo internazionale che sta bloccando i porti e le de­mocrazie in molti Paesi del Me­diterraneo, sono una contin­genza che Gioia Tauro deve sfruttare per avere il ruolo bari­centrico che le spetta nello scac­chiere internazionale. Non si può prescindere da forti investi­menti sul porto e un progetto serio sul retro porto. Per la prima volta c'è un presidente del Con­siglio che quando gira l'Italia e parla dei cinque progetti di sviluppo cita sempre Gioia Tauro. E un'occasione unica. Bisogna darsi da fare per concretizzare quello che esiste a livello di idea o di elaborazione grafica».

Una partita decisiva la Ca­labria la gioca sul turismo. Lei è d'accordo?

«Intanto, puntare sul turismo vuol dire avere idee chiare sul da farsi perché bisogna parlare di accessibilità a questa regione, ma anche di capacità di creare impresa. E poi c'è tutto un pro­blema di organizzazione del comparto. Se la delega del Turi­smo esiste solo alla Regione vuol dire che qualcosa non va già a livello d'impostazione del lavoro. Se non c'è un rapporto forte tra Regione e amministra­zioni comunali, se non si pro­gramma economicamente e po­liticamente per far crescerle le imprese, se non si aumenta la ricettività non si va da nessuna parte.Partiamo dall'accessibili­tà alla Calabria e mi riferisco al trasporto su gomma, su rotaia e per via aerea. Abbiamo proble­mi che riguardano A3, ferrovie e aeroporti che vivono una crisi strutturale propria e con gravi ripercussioni sul contesto regio­nale».

Progetti, idee, buoni pro­positi sono importanti ma bi­sogna sempre fare i conti, co­me in tutti gli ambiti, con la burocrazia.

«Inutile nasconderlo, la burocrazia della Regione, intesa come Giunta e come Consiglio, rappresenta un grave problema. Mario Oliverio la definisce "una palude" e io condivido fino in fondo il suo pensiero. Per questo dico che servono subito delle azioni per realizzare uno snelli­mento, un cambiamento e un rinnovamento nella burocrazia regionale. Ritengo inaccettabi­le che alti burocrati abbiano superato indenni, nonostante il conseguimento di risultati me­diocri o fallimentari, tutte le sta­gioni politiche degli ultimi venti anni. La Calabria non può ripar­tire e non può trovare una via di sviluppo e di progresso evitando di affrontare questa che è una questione centrale».

Quale sarà il ruolo del Con­siglio in questo processo di cambiamento?

«Io mi richiamo alle funzioni istituzionali dei consiglieri. Non ho condiviso le critiche legate al fatto che nessun eletto stava nel­la nuova Giunta composta solo da tecnici. Intanto bisogna ri­cordarsi che le prerogative co­stituzionali del Consigliere re­gionale sono legiferare e con­trollare, Se queste due preroga­tive vengono esaltate dal Consi­glio è possibile rinnovare l'at­tuale legislazione; e se control­liamo quello che il governatore Oliverio, nelle sue linee pro­grammatiche, ha detto di voler fare nei dipartimenti, nelle aziende sanitarie e in ogni setto­re di vita amministrativa, il ruo­lo del consigliere diventa cen­trale».

Nella parte conclusiva del discorso di insediamento ha indicato il suo modello di re­gione, usando un’espressione tanto forte quanto efficace.

«Ho voluto ricordare a tutti che nella Calabria che vogliamo costruire non c’è posto perla ’ndrangheta e l’illegalità. Liberarsi dalla mafia significa non solo reprimere e punire i reati mafio­si ma, soprattutto, modificare i fatti e le illegalità che riproduco­no l'ambiente ideale allo svilup­po e al rafforzamento della ’n­drangheta. Lo ribadisco: la Ca­labria va liberata dalla crimina­lità con una lotta e uno scontro politici che tolgano aria e ossigeno alla riproduzione e all'irrobustirsi della mala pianta».

Paolo Toscano


Gazzetta del Sud 01.08.15