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Sabato, 17 Agosto 2019

Argentina: la “scivolata” preoccupa i calabresi

BUENOS AIRES- Tra l’impennata dell’inflazione e un’assurda caterva di confuse disposizioni burocratiche autarchiche e limitative, il grande Paese sudamericano, seconda patria di tanti corregionali, rischia di vanificare la ripresa successiva al drammatico default del 2001.  Preoccupati gli italiani ed i BUENOS AIRES- Tra l’impennata dell’inflazione e un’assurda caterva di confuse disposizioni burocratiche autarchiche e limitative, il grande Paese sudamericano, seconda patria di tanti corregionali, rischia di vanificare la ripresa successiva al drammatico default del 2001.  Preoccupati gli italiani ed i calabresi in particolare che qui costituiscono una presenza assai significativa.

Le difficoltà, ormai manifeste e innegabili, che affiorano nella situazione argentina –specialmente sotto il profilo economico – confermano, tra l’altro,  che la crisi globle non fa sconti a nessuno.

Il giornalista Dante Ruscica


Arriva dappertutto. Qui tale prospettiva è stata insistentemente negata per tanto tempo. Il governo, partendo sempre dalla sconvolgente congiuntura del 2001-2002 (quando l’Argentina andò in default, con le drammatiche  conseguenze che tutti ricordiamo), ha insistito lungamente nel raffronto con tale stagione per insistere sulla ripresa e sui rilevanti indici d’avanzata conquistati,diffondendo l’idea che qui era diverso. La crisi era propria “delle potenze che l’hanno generata”, qui non ci poteva toccare, la gestione locale è stata lungimirante,l’Argentina s’è rinfrancata, è cresciuta e non corre rischi...

Ed era vera, fino a non molto tempo fa, la crescita, come vera la ripresa. In media, dai tempi del default, l’Argentina è cresciuta a un buon cinque per cento l’anno, la ripresa è stata notevole e innegabile, l’occupazione si è mantenuta abbastanza.
Ma tutto questo ormai va raccontato al passato.Se si parla al presente, ora anche la presidente Cristina Kirchner ammette che i riflessi delle difficoltà globali sono inevitabili. Certo, il governo si  guarda bene dall’assumere alcuna responsabilità sulla scivolata ormai evidente. A questo pensano l’opposizione e la stampa  che  non sono per niente tenere con il governo e documentano quotidianamentele diverse ondate di scioperi, le crescenti richieste  d’aumenti salariali, i disordini, e i SOS sempre più drammatici che giungono a Buenos Aires dall’interno, fatto di  tante province federali che senza sostegno centrale “non ce la fanno”,non riuscendo nemmeno a pagare salari e pensioni. Rischiano il default? Rischiano di stampare buoni-moneta, prescindendo dalla Zecca nazionale? Se ne parla. Brutti ricordi, che affiorano tristi e inevitabili...Secondo esperti di varia tendenza, il rischio maggiore qui si annida soprattutto nell’irrefrenabile inflazione, ormai del 28-30 per cento l’anno: tasso non nuovo –si dirà- in questo Paese, ma non per questo meno grave e pericoloso. L’Argentina –basta ricordare le ricorrenti crisi degli ultimi decenni- è stata sempre presa alla gola proprio dall’inflazione che comincia quasi impercettibilmente, ma sa divenire poi –e non all’improvviso- iperinflazione, come abbiamo visto più volte, sconvolgendo strutture, piani e previsioni di tanta gente.
Secondo un bonario assioma popolare, che ormai pare del tutto fuori tempo, qui non c’è da preoccuparsi: vada come vada, basta un buon raccolto agricolo a risolvere tutto... si diceva e non manca chi intende rispolverare tale atto di fede, basandosi sull’eccezionale costante incremento dei prezzi di derrate come la soia (oltre seicento dollari la tonnelata, si dice), la cui esportazione non mancherà  di puntellare la situazione, ma –ai tempi nostri- certo non più a risolverla. L’Argentina non sembra più un Paese che si possa rifare con “un buon raccolto agricolo”. La ripresa degli ultimi anni va, infatti,  ascritta anche ,per esempio, alla inaudita ondata di turismo,  che ora invece langue, come pure alle formidabili esportazioni industriali ormai in crisi, come si vede dalle costanti liti  con il Brasile e dai diversi settori che in parte chiudono, in parte sospendono dipendenti e in parte ..licenziano. Una miriade di disposizioni non sempre chiare, quasi sempre assurde e imprevedibili stanno limitando il commercio. Importare è già una grande fatica fatta di intralci burocratici che scoraggiano i più agguerriti. Limitazioni finanziarie e cambiarie complicano i crediti, i fidi, gli accordi, le scadenze. La dogana diviene drammatica nei racconti di chi opera nell’import-export , sia che si tratti di pezzi di ricambio che di scatolame, di mobili, di suppellettivi o di innocui containers di libri e di stampati...
Si fa sempre più palese l’assurdo ritorno a impennate autarchiche mille volte condannate dalla storia nel mondo intero: ma molti strati di funzionari qui si gloriano della stramba conquista del vivír con lo nuestro (vivere del nostro, non importare, cioè, fare tutto da noi).
In queste condizioni, il Paese diviene difficile. La crescita non si trasforma in espansione consistente, ammodernamento, evoluzione
commerciale, ma si condanna all’esaurimento, come –purtroppo- stanno vaticinando in molti.
Insomma, la scivolata sembra qui in atto a questo punto. E la cosa preoccupa in maniera particolare perchè non si sta parlando d’un lontano ed estraneo Paese, ma dell’Argentina che per noi italiani, specialmente se calabresi, significa molto. Perchè -è risaputo- gli italiani ,i calabresi qui non sono pochi e non ci stanno di passaggio. Sono centinaia le associazioni regionali di tradizione e di cultura calabrese già solo a Buenos Aires, sono decine di migliaia le famiglie calabresi o di origine calabrese che non stanno –come sappiamo e com’è nella nostra tradizione- con le mani  nelle mani: lavorano, operano nella cultura, nell’industria, nell’agricoltura, nei commerci grandi e piccoli. Non si tratta  di una colettività avulsa dal resto, chiusa in un proprio ghetto. Nient’affatto.
Si tratta d’una numerosa, attiva  e rispettata comunità di corregionali e connazionali che, se un Paese diviene difficile, ne vive tutte le conseguenze e su questo torneremo presto e in dettaglio.

*Dante RuscicaCalabrese d'adozione (nato a Catania, è cresciuto a Monte Poro,"patria" della madre).Ha studiato a Nicotera e al Campanella di Reggio e da ragazzo è emigrato con la famiglia in Argentina. Rientrato in Italia, ha studiato diritto a Napoli, s'è dedicato al giornalismo ed è stato per tre decenni Addetto Stampa dell'Ambasciata d'Italia. Collaboratore del Mattino, del Corriere della Sera e de La Nación. A Buenos Aires, dove risiede, dirige attualmente la rivista Italiargentina, periodico che tratta temi relativi alla diffusione in lingua spagnola dell'immagine dell'Italia e dei rapporti storici tra le due nazioni