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Giovedì, 19 Settembre 2019

Da Terrarossa ad Africo antica: le intuizioni di Saverio Strati, u mastru di Sant’Agata del Bianco

Il tempo non si è fermato ad Africo con l’alluvione del 1951; esso ha continuato a scorrere più o meno serenamente, nel silenzio della sua vallata, nella vita brada delle sue bestie;

e mentre la pioggia ha lavato via gli stenti, la montagna-madre ha rivestito di morbido panno verde le mura e i selciati: l’acqua soffocava Terrarossa, dall’acqua nasceva Africo antica.

Saverio Strati (foto di Pino Colosimo)
Saverio Strati (foto di Pino Colosimo)

E così l’abbiamo trovata, questa terra intrisa del sangue di donne e di bambini, nel suo vestito buono, nella sua nuova pace; col naso rivolto allo Jonio pare chiedere l’oblio per le colpe e i peccati della sua gente, ma poi finisce ad osservarla da dietro il monticello, complice, sonnolente, quasi indifferente. Di essa il più abile narratore aspromontano immortalò – immenso - il profilo.
«Si chiamava Santo ed era del paese che sta dietro al monticello là di faccia al nostro podere. Un paese di caprai, d’indranghetisti, di ladri rinomati e di povera gente che tagliava la miseria a fette». Il ragazzo «portava il vecchio berretto con la visiera di cartone rotta piegata sull’orecchio», e «gli parlava di battesimo, di tagliamento di coda e gli spiegava cosa vuol dire essere cristiano con i baffi, cristiano valente, cristiano che si fa rispettare, cristiano con due battesimi a cui nessuno osa fare uno sgarbo né qua, né fuori di qua». Saverio Strati ne “Il Selvaggio di Santa Venere” introduce così uno dei personaggi più significativi dei suoi romanzi: Santo, il giovane a cui affida la descrizione del mandamento jonico.

Casa natale di Saverio Strati a Sant’Agata del Bianco
Casa natale di Saverio Strati a Sant’Agata del Bianco

Le regole, i gradi, i rituali, il senso malato del rispetto, gli abusi inflitti e quelli subiti: storie di gente rozza e ignorante, che sfoggia pose da malandrino ma che per codardia cammina in branco; gente che infanga e opprime un paese intero; gente che ha fame, troppa fame, ché la fame è l’unica certezza – dopo la galera -, la signora indiscussa di ogni ‘ndrina.
Terribilmente attuale, dopo quasi mezzo secolo dalla stesura, il romanzo anticipa i rapporti delle moderne operazioni di polizia; triste è il dato che ne viene fuori: la latitanza dello Stato in cinquant’anni di Calabria, da un lato; il sopravvivere nella società moderna di costumi filondranghetisti, dall’altro. Ma «saggi mastri» e «saggi compagni» descritti da Strati non sono che «poveri caprai, poveri vaccari e zappatori, tutti analfabeti con la crosta di mille e mille anni di ignoranza sugli occhi e dentro gli orecchi» a cui l’offesa più grave che si possa rivolgere è di «non essere omo».
Malandrini, perlopiù, e poveracci. Oggi, come mezzo secolo fa.
Lo scrittore non fa sconti all’Aspromonte orientale, che racconta in ogni libro con coraggioso realismo: per farlo usa una scrittura senza trucchi, marchiata dal suono del linguaggio popolare, e personaggi che sfatano i miti anziché rincorrerli, e che ricalcano storie concrete: scelta che l’amato paese natio non gli perdonerà per tutta la sua lunga vita.

Salita di Perdifiato
Salita di Perdifiato

In particolare, mastru Saveriu, con Africo e Casalinuovo condivide l’adolescenza. Partiva che era notte piena per guadagnarsi il pane: da Sant’Agata del Bianco raggiungeva la cima del monte Giove, poi scendeva nell’Aposcipo lungo le mulattiere di Territorio, risaliva dai sentieri di Perdifiato e camminava – ancora per qualche chilometro - fino a “Terrarossa”.
La sua penna insegue gli aspetti carnali e dissacranti di Africo, mal celando una grezza complicità tutta aspromontana: maledice infatti fame e miseria, incalza la bellezza e la sensualità di donne sporche e spettinate costrette a trasportare calce e acqua tutto il giorno, arriva ad importunarle e a braccarle alle fontane, e di esse mette a nudo la segreta intraprendenza; asseconda così facendo la natura impressa nei calli delle sue mani: fino a 21 anni egli è prigioniero della montagna a cui è costretto a versare sangue e sudore, e di quel mondo continuerà ad essere carne per tutta la vita: «Penso alla brunetta che Santo mi fece conoscere e che poi di notte veniva a trovarmi. Rivivo intensamente il mio passato che è dentro di me più vivo del sangue mio stesso, che palpita di vita propria dentro la mia mente come il cuore che batte indipendentemente dalla mia volontà…».

Campusa, frazione di Africo
Campusa, frazione di Africo

Del lavoro di muratore nei paesi d’Aspromonte (la costruzione di Campusa ad Africo e dell’asilo a Casalinuovo), dell’esperienza giovanile nel maledetto fazzoletto di terra gli resta un ricordo così riprovevole e doloroso da costringerlo a scappare. A studiare. A cercare altra vita, altra terra, altro mondo, altre genti.
Il motivo lo svela ne “La Teda”, il suo primo racconto lungo, quando – nei panni di un giovane mastro amante della letteratura in cui Strati nasconde la sua biografia – esclama con un libro in mano e disgustato per la povertà degli aspromontani: «Bisogna scrivere. Scrivere. Qualcuno dovrà scrivere di Terrarossa».
Ma mastru Saveriu non solo denuncia le precarie condizioni di Africo, scrive anche di Casalinuovo, nella raccolta “La Marchesina” che è l’inizio della sua lunga carriera di narratore, e scrive di Sant’Agata del Bianco. Continuamente.
Il viaggio agognato lo porta tutta la vita a vagare tra la Svizzera e la Toscana, ma lo avvicina – peggio di prima - al paese natio.

Saverio Strati da giovane
Saverio Strati da giovane

Se l’Aspromonte conserva i ruderi dei paesi abbandonati, nei racconti di Strati è conservata la vita: è stato grazie alle dettagliate descrizioni da egli lasciate che, in questi anni, si è potuta riscostruire la geografia dei luoghi di Africo, Casalinuovo, Sant’Agata del Bianco: le fontane perdute - perché stagionali o inghiottite dalle rocce -; la nomenclatura dei percorsi battuti fino all’alluvione del ‘51; l’aspetto delle marine joniche; le usanze dei pastori e dei contadini; la vita sulle cime più alte. Spingendosi fin dentro le grotte abitate da uomini neri come notti senza luna, coi vestiti impestati di fumo e sudore, e le mani che sapevano di quercia e di pino: i carbonai.
Con un gruppo di muratori santagatesi, Strati costruisce Campusa, frazione di Africo, il cui progetto era stato redatto dal filantropo Umberto Zanotti Bianco; moduli abitativi che verranno restaurati in questi mesi dal Parco nazionale d’Aspromonte e adibiti a residenze per scrittori, studenti e ricercatori.
Ed anche Sant’Agata cerca di farsi perdonare i lunghi anni di oblio inflitti al grande scrittore calabrese: grazie alla giovane amministrazione guidata da Domenico Stranieri la casa natale di Strati sarà presto un museo, mentre con il festival “Stratificazioni”, interamente dedicato ad incontri culturali, se ne onora già il ricordo.
Il tempo, ad Africo antica, dunque è come un fiume quando scorre nel profilo ottimale dopo aver per anni scavato e trasportato: un processo naturale, terribilmente lineare; e anche il desiderato ritorno non sarà che una storia, ancora tutta da scrivere, ma naturale e lineare come il tempo. Normalità a cui questa parte di Calabria ha diritto, agognata e attesa per anni e continuamente messa a rischio da fervide fantasie.
Le verità su questa terra non ce le deve raccontare nessuno, sono un regalo anche molto datato di Saverio Strati: magistrale Supercampiello, maltollerato per i riconoscimenti e per la sua abilità di narratore dalle penne più raffinate d’Italia e dagli zotici suoi paesani.
Di lui, che ha reso immortali gli aspromontani, abbiamo il dovere di tutelare la memoria.