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Lunedì, 09 Dicembre 2019

La traversata oceanica del marinaio di Bagnara. Quel “matto” di Fondacaro che osò sempre

“Se vi recate in Calabria, a Bagnara, non domandate chi era quel Vincenzo Fondacaro a cui, sul corso, in una piazzetta appartata con aiuole e alberi ben pettinati, è intestata la stele di marmo nero che, simile a prua di antica nave, si alza dallo scafo di una stretta e bassa vasca rettangolare e reca in alto, col suo nome, una data:fondacaro foto 3 1881 e il motto latino: Audere semper. Vi sentireste rispondere era un «matto»!…”. Così scriveva negli anni Sessanta del secolo scorso lo scrittore romano di origini bagnaresi che si firmava con lo pseudonimo Romarin nell’introduzione al suo libro “L’Allegro Capitano Vincenzo Fondacaro”. Matto, Fondacaro non lo era affatto, ma uomo estroso, di forte carattere, intrepido navigatore tra i più grandi di ogni tempo sicuramente sì. Fu infatti protagonista di un’impresa al limite dell’impossibile, dimenticata purtroppo nella storia della marineria italiana di tutti i tempi. Fondacaro attraversò l’Atlantico con una piccolissima imbarcazione chiamata “Leone di Caprera” in onore di Giuseppe Garibaldi che aveva contribuito con le sue gesta a fare l’Italia poco più di un decennio prima. Il Leone di Caprera assomigliava ad un “guscio di noce” come scrissero i cronisti dell’epoca in Italia e all’estero. Fondacaro,partì da Montevideo la domenica 19 Settembre 1880. Con lui c’era un minuscolo equipaggio composto da altri due marinai italiani: Orlando Grassoni di Ancona e Pietro Troccoli di Marina di Camerota, in provincia di Salerno. L’imbarcazione di 9 m per 2,30, per 1,60, aveva una stazza massima di 3 tonnellate e mezzo. Salpò sotto lo sguardo di migliaia di persone che affollavano i moli del porto uruguaiano e dopo un viaggio oceanico pieno d’emozioni e di peripezie giunse in Spagna, a Malaga, dove una gran folla lo attendeva all’entrata del porto.leone di caprera Il 10 giugno poi giunse a Livorno. Rientrato a Bagnara Fondacaro fu accolto trionfalmente da migliaia di concittadini cui era giunta l’eco dell’impresa del bagnaroto.  Della straordinaria impresa  di Fondacaro ne parlarono i giornali di tutto il mondo riconoscendo al marinaio calabrese il merito indiscusso di aver compiuto una traversata oceanica memorabile, navigando senza radio, né radar, né motori, né altri strumenti tecnologici, senza i quali sembra oggi inconcepibile avventurarsi in mari così grandi e lontani. La stampa italiana esaltò l’impresa con parole d’ammirazione. Il “Corriere della Sera” scrisse: “Le imprese condite di audacia e bizzarria continuano a far camminare il mondo e a far progredire l’uomo”. In un libro-diario, scritto in inglese dallo stesso navigatore calabrese e poi tradotto in italiano (Viaggio del battello “Il Leone di Caprera” capitanato da Vincenzo Fondacaro“, stampato a Milano nella tipografia di Alessandro Lombardi nel 1883 con la traduzione dall’inglese di  G. Lattes) si ricostruisce il “folle progetto“ di attraversare l’Atlantico sul “guscio di noce“. equipaggio fondacaroFondacaro quando partì portava con sé - come dono della colonia italiana di Montevideo, dove Garibaldi, l’eroe dei due mondi, era un mito - una spada d’oro da consegnare al generale di Caprera e in più numerosi doni per re Umberto. Qualcuno avrebbe voluto chiamare il battello di Fondacaro con il nome “La scarpa di Colombo“ in onore del grande navigatore genovese che scoprì l’America, ma il capitano bagnarese preferì battezzare il suo battello con un nome che fosse un chiaro omaggio a Garibaldi. Sulla riuscita dell’impresa nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Per i più navigatori dell’epoca Fondacaro e i suoi compagni sarebbero andati a fondo con la loro barca, naufragati, andando sicuramente incontro alla morte. Quando avvistarono terra nel  gennaio del 1881 al largo delle isole Las Palmas, come pure quando il “Leone di Caprera“ giunse qualche mese dopo a Livorno fu un tripudio. Anche il re Umberto I e la regina visitarono l’imbarcazione che dall’America all’Europa aveva solcato il mare, a volte in tempesta. Fondacaro fa nel suo diario un minuzioso resoconto della traversata “impossibile“ che lo aveva visto protagonista. Ma l’impresa aveva, secondo l’intrepido capitano, anche uno scopo scientifico: dimostrare l’efficacia dell’olio versato un mare per calmare le onde durante la burrasca. leone di caprera rivista (2)Ecco spiegato il perché dei cento litri di olio a bordo per placare le violente onde oceaniche in caso di emergenza. Durante le tempeste Fondacaro faceva versare circa dieci litri d’olio in caso di grave pericolo di naufragio. Uno stratagemma che più di una volta, raccontò nel diario, salvò la vita ai tre ardimentosi marinai. Fondacaro, che riteneva l’arte della navigazione una delle principali attività per il progresso del mondo, morì nel 1893, a 49 anni, inabissandosi nei mari oceanici a bordo del battello “Cesare Cantù“ nel tentativo di stabilire un nuovo primato di navigazione. Un giornale di Buenos Aires scrisse che probabilmente fu vittima di un sabotaggio ma non se ne seppe più nulla. Di lui resta l’impresa unica nella storia della marineria internazionale celebrata in maniera entusiastica dai maggiori giornali dell’epoca come la rivista “Illustrazione italiana” del 27 febbraio 1881 che scrisse: "Che viaggio! Tutto a vela! Con soli tre uomini a bordo! Americani, inglesi, francesi sono sbalorditi di un simile tour de force!”. Dal 1932 la barca di Fondacaro entrò a far parte del Civico Museo navale didattico di Milano. Nel 1953 fu trasferita nel parco del Museo della Scienza e della Tecnologia della stessa città e poi dopo un lungo restauro e una sosta a Marina di Camerota patria di uno dei tre marinai dell’equipaggio è tornata a Milano.