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Lunedì, 09 Dicembre 2019

Dall’Unità “sofferta” a laboratorio per nuove prospettive. Intervista a Giuseppe Ferraro: “Ecco i punti di forza della Calabria”

Se si pensa al ruolo della Calabria nel corso del tempo, e alla funzione marginale che oggi ricopre sul piano economico-sociale europeo, verrebbe da dire che il suo destino è segnato dalla storia. Dal crollo del Regno delle due Sicilie, Se si pensa al ruolo della Calabria nel corso del tempo, e alla funzione marginale che oggi ricopre sul piano economico-sociale europeo, verrebbe da dire che il suo destino è segnato dalla storia. Dal crollo del Regno delle due Sicilie, passando per l’unificazione italiana, fino ad arrivare al secondo dopo guerra, il Paese è saldato ancora al divario tra due velocità di sviluppo: un Mezzogiorno in atavico affanno e un Centro-Nord in linea con l’Europa. La Calabria, forse, è la regione sulla quale maggiormente ha pesato questo gap.

Il professor Giuseppe Ferraro dottore di ricerca in storia presso l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino. Il professor Giuseppe Ferraro dottore di ricerca in storia presso l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino.


Fin dall’Unità d’Italia si è cercato di porre rimedio, attraverso ingenti stanziamenti di risorse pubbliche, ma con risultati discontinui e minimali.
I problemi del Mezzogiorno risultano però così radicati e concatenati, da creare una situazione di stallo. La difficoltà maggiore non è data dal Pil pro-capite, ma da altri indicatori fondamentali: la continua migrazione delle forze giovanili verso altre regioni e verso l’estero, e l’irrilevante capacità di attrazione di investimenti dall’estero.
Del ruolo che ha avuto la Calabria, con la sua storia politica ed economica travagliata e delle sue potenzialità oggi, abbiamo discusso con Giuseppe Ferraro, dottore di ricerca in storia presso l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino, cultore della materia in Storia contemporanea presso l’Università della Calabria e componente la  redazione del «Giornale di Storia contemporanea» e del comitato scientifico dell’ICSAIC. Tra le sue pubblicazioni più recenti “Il prefetto e i briganti. La Calabria e l’unificazione italiana (1860-1865)” (Mondadori-Le Monnier, 2016), che già nelle sua fasi preparatorie aveva ottenuto il premio nazionale «Pier Paolo D’Attorre» (Ravenna) e nel 2016 “Spadolini-Nuova Antologia”. Ferraro pone l’attenzione su vecchie e nuove problematiche che hanno reso difficile, per i primi governi italiani, l’amministrazione di gran parte di questo territorio. E lo fa attraverso la figura centrale del volume, cioè il prefetto valtellinese Enrico Guicciardi che amministrò la provincia di Cosenza tra il 1861 e il 1865, e la storia di quell’Italia appena unificata con, al Meridione, il brigantaggio, la questione della terra, la conflittualità tra potere politico e militare. Sebbene Ferraro rintracci nella storia calabrese una serie di criticità che ne hanno segnato profondamente l’involuzione, individua però i punti di forza del nostro territorio oggi, insiti nella sua posizione al centro del Mediterraneo, dal punto di vista geografico, ma soprattutto culturale.

Quando lei pensa alla Calabria da studioso, la vede come un territorio periferico?

“Non lo è, ma spesso la immaginiamo così. Perché da un punto di vista geografico noi ci orientiamoin base a dove sono i punti focali del potere politico ed economico, che attualmente sono concentrati verso il Centro e il Nord Europa. Ma basta fare una passeggiata nella storia passata e ci accorgiamo che non sempre è stato così. Ma anche se pensiamo all’attualità vediamo che il Mediterraneo ricopre ancora un ruolo fondamentale non solo  culturale, ma anche geopolitico e geo-economico. Quindi, territorio periferico non lo è mai stato, perché l’Italia ha un ruolo strategico nel Mediterraneo e la Calabria è un territorio ponte, ha una posizione cruciale geograficamente, ma soprattutto culturale, di mediazione tra Oriente e Occidente. È il primo avamposto nei contatti con le altre culture, dunque, non territorio periferico, ma territorio ponte e spesso è anche regione laboratorio dove si possono vedere le contraddizioni oppure gli aspetti positivi della nostra storia nazionale e europea.

Cominciano dal  brigantaggio,  come può essere letto?

La storia dell’Unità d’Italia è stata pensata soprattutto nei grandi centri europei e italiani. Ma non sono mancati anche in Calabria fermenti in tal senso, alcuni finiti in maniera tragica, penso alla spedizione dei fratelli Bandiera. Il loro messaggio politico probabilmente apparve alle masse analfabete che avevano principalmente fame di terra ancora troppo complesso. Certo, però a partire dal 1861 molta della stabilità istituzionale e politica del neonato Regnod’Italia si giocò nei territori meridionali, tra cui la Calabria. La Calabria in quella determinata congiuntura sembrava essere infatti uno dei tasselli più deboli del mosaico nazionale. A livello europeo si parlava della Calabria, della grave crisi di ordine pubblico che stava vivendo, penso al discorso di Lord Lennox alla Camera dei Comuni l’8 maggio 1863, dove sono molti i riferimenti a questo territorio. Basta pensare al forte brigantaggio e la sua repressione.

Attilio ed Emilio Bandiera furono due patrioti italiani, eroi del Risorgimento. Furono giustiziati per fucilazione dalla giustizia borbonica in Calabria nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844 dopo un fallito tentativo di sollevare le popolazioni locali del regno delle Due Sicilie contro il governo di Ferdinando II. Attilio ed Emilio Bandiera furono due patrioti italiani, eroi del Risorgimento. Furono giustiziati per fucilazione dalla giustizia borbonica in Calabria nei pressi di Cosenza il 25 luglio 1844 dopo un fallito tentativo di sollevare le popolazioni locali del regno delle Due Sicilie contro il governo di Ferdinando II.


Quindi, se vogliamo leggere la storia dell’Italia unita, la dobbiamo leggere insieme a questi territori, insieme alle pagine brutte della repressione, ma anche cosa si celava dietro questo fenomeno, quali erano i poteri forti che contrastavano l’unificazione italiana e utilizzavano in maniera strumentale il brigantaggio. Il brigantaggio fu in parte una reazione all’unificazione, una risposta violenta all’invadenza dello Stato centrale italiano,il tentativo dei soldati borbonici di difendere il proprio re Francesco II, a cui avevano giurato fedeltà, ebbe anche coloriture di riscatto sociale da parte dei contadini che sognavano la terra e la fine delle usurpazioni demaniali, ma in questo grande contenitore vi era anche molta delinquenza comune. I contadini erano in molti casi le vere vittime dei briganti. Non di rado i briganti diventarono il braccio armato dei signori della terra, i manutengoli, che attraverso le bande intimorivano le masse dei contadini. Il brigantaggio era un fenomeno endemico che aveva radici molto profonde nella storia meridionale, che nella forte instabilità generatasi tra l’unificazione aumentò. Ad alimentare questa mancanza di ordine pubblico, il fenomeno del brigantaggio, era soprattutto la mancanza di riforme, l’arretratezza economica e sociale, la distanza con la quale si percepiva lo Stato. Il brigantaggio, in definitiva era costituito da tante anime. Certamente quella maggioritaria non era legata al riscatto sociale e a motivazioni politiche. Non mancarono nemmeno tra i briganti profili di uomini e di donne con una interessante prospettiva politica e sociale.

La Calabria, e il Mezzogiorno in generale, alla vigilia del 1861 che posizione avevano? Erano territori arretrati, oppure fu l’unificazione a creare questo mancato sviluppo?

Giusto per non andare troppo lontano: il Mezzogiorno ha avuto una storia abbastanza dignitosa all’interno del contesto europeo, specie se si pensa all’esperienza di governo di Carlo III di Borbone nella seconda metà del Settecento, ma anche quella successiva dei Borbone. Mi spingerei anche a dire che alla vigilia del 1848 nessuno degli Stati italiani preunitari poteva dirsi migliore degli altri, certo vi erano differenza, ma complessivamente non esistevano regni felix. Il Regno delle Due Sicilie aveva poi dei numeri forti a suo vantaggio: demografici, di storia statale, flotta navale, numerosi intellettuali. La differenza si marca proprio a partire da quella data, quella primavera dei popoli servì al Piemonte per avviare un periodo di rinnovamento, di affermazione politica, diventare quindi lo Stato guida potenzialmente dell’unificazione italiana. Mentre per il Regno delle Due Sicilie segnò un periodo di chiusura e di paura. Francesco II era convito che a proteggere il suo Regno bastava l’acqua santa del papa e quella salata del mare mediterraneo, ma forse si sbagliava. Mentre il Piemonte manteneva lo Statuto Albertino, aumentava le strade ferrate, si impegnava a livello politico e diplomatico come dimostrava la partecipazione alla guerra di Crimea, i Borbone rallentavano, stagnavano per paura della modernità. Avevano alla vigilia del 1848 un buon nucleo di strade ferrate, ma poi tutto si ferma, le ferrovie vengono percepite come gli avamposti più utili all’esercito delle idee rivoluzionarie. L’Unificazione creò un grande trauma certamente, ma nel lungo periodo però attivò anche delle dinamiche virtuose. L’Unificazione era un percorso per molti aspetti fisiologico, ma i limiti di gestione gli errori furono anche tanti. Gli errori pesarono certamente molto di più al Sud dove non c’erano solide fondamenta rispetto al Nord che viaggiava già meglio. Ma l’unificazione italiana fu certamente una grande conquista anche per il Sud.

È anche una terra di emigrazione, una pagina dolorosa della nostra storia: lei cosa ne pensa?

banditi e briganti copertina libroI flussi migratori hanno segnato profondamente la storia della Calabria per circa 100 anni: dagli anni settanta dell’Ottocento a quelli del Novecento. Le mete principali alla fine dell’Ottocento inizi Novecento erano America Latina e Sati Uniti, poi nel secondo dopo guerra il centro Europa. Lasciare la propria terra e andare via è sempre doloroso, ma si attivano anche delle dinamiche positive. La storia dei calabresi che vanno via è fatta di menti brillanti. Molti profili biografici studiati dimostrano che proprio grazie all’esperienza migratoria molti calabresi hanno avuto poi grandi successi in svariati settori, e ha dimostrato che, sebbene si provenga da una regione periferica, povera, chiunque venga inserito in un contesto sociale economico dinamico, può realizzarsi pienamente e dare grandi risposte. Poi pensiamo alle rimesse economiche, le case degli “americani”, la modernità è passata anche da questo canale migratorio. L’emigrazione ha cambiato l’immaginario mentale di molti calabresi, sia di quelli che partivano che di quelli che restavano.

Altro momento importante e forte nella storia europea e italiana sono le due guerre mondiali. Cosa hanno significato per la nostra regione e per i suoi abitanti? E quali ripercussioni hanno avuto?

La Calabria non era certo la trincea principale, però una guerra si combatte non solo con il fronte esterno, ma anche in base alla mobilitazione del fronte interno. Poi quando il nord è bloccato a causa del fronte il sud diventa un centro nevralgico di scambi, di passaggi di uomini e merci. La Calabria diede un grande contributo numerico ad esempio alla prima guerra mondiale. I contadini mobilitati furono migliaia e riversarono le loro competenze tecniche nel conflitto scavando trincee, costruendo fortezze, lavorando duramente. Proprio queste esperienze tragiche delle guerre in parte ci fanno capire cosa i calabresi pensassero. Pensiamo alle miglia di lettere spedite da e verso il fronte, anche con tutta la censura, la mentalità di un gruppo sociale emerge. Soprattutto con la prima guerra mondiale, le trincee diventano laboratori anche di incontro tra italiani di diverse regioni, le famiglie per conoscere la posizione dei propri cari al fronte conoscono l’Italia perché, per “vedere” dove sono i figli sono costrette a prendere le carte geografiche e conoscere il territorio nazionale. Insomma si attiva un grande processo di nazionalizzazione e anche di mobilità sociale e culturale.

Le donne, in tutto questo, che ruolo svolgevano, soprattutto in una società calabrese arretrata negli usi nei costumi?

La guerra si combatte non solo con le armi, ma anche attraverso le risorse economiche e sociali, mentali, che un territorio e un popolo riesce ad esprimere, ma quando gli uomini in gran numero sono al fronte il contributo delle donne rimane notevole. Lasciano il focolare domestico e vanno a coltivare i campi, occupano spazi egemonizzati di solito dagli uomini, ricevono premi dalle amministrazioni pubbliche per la loro produttività: questo è un esempio di fronte interno, necessario per resistere in un conflitto. Penso alla prima guerra mondiale: nel 1917 in Calabria le donne scendono nelle piazze e protestano per il caro viveri, perché la guerra finisca. Per quanto riguardava le donne si ritrovarono a vivere con la guerra, un momento di rottura delle barriere delle regole sociali, dei modelli di comportamento, delle relazioni di genere. La loro mobilitazione assumeva per molti aspetti caratteri prepolitici, manifestazioni che non potevano essere ridotte solo al rango di reazione istintiva e primordiale; le portava ad occupare luoghi e spazi pubblici egemonizzati di solito dagli uomini, mutuando da quest’ultimi simboli e discorsi, ma offrendo il proprio contributo che si caricava di una propria simbologia e prospettive, divenendo protagoniste di una nuova modernità generata dalla guerra. Nel primo dopoguerra però, non c’è un riconoscimento di questa funzione delle donne. Ci vorrà la seconda guerra mondiale e la guerra di resistenza per ritrovare un loro ruolo determinante. Anche se la Calabria per motivazioni ovvie non ebbe sul suo territorio la lotta di liberazione dal nazifascismo, non mancarono in molte regioni del nord il contributo di donne calabresi quali partigiane, staffette. Penso, solo per fare due nomi, ad Anna Cinanni e Nina Tallarico in Piemonte. Il 2 giugno 1946 arriverà la legittimazione per questo ruolo avuto con il voto alle donne.

La storia deve necessariamente insegnare qualcosa. Quindi, da cosa dovrebbe partire la Calabria per riuscire a colmare definitivamente il gap con l’Europa?

Oggi alcuni dati non ci fanno ben sperare sulla situazione economica e sociale in generale della Calabria, e la storia del passato un po’ pesa sulle condizioni del presente, ma anche in contesti di stagnazione economica, non è detto che non si possano creare meccanismi di ripresa. Lecrisi spesso sono rigeneratrici di un territorio, sono palingenesi. La Calabria attraversa un momento difficile come l’Europa, ma ha tutti i mezzi e le risorse per ripartire. Spesso la storia negativa ha più spazio di quella positiva, ma la Calabria è ricca di storie belle che bisogna far emergere. È una terra con risorse umane importanti, e lo vediamo dai giornali quando vengono pubblicati i nomi di ricercatori che si affermano all’estero. Ci sono buone rete di associazioni, di piccoli produttori e imprenditori. Lo vediamo anche nei gesti di solidarietà, quando c’è un problema locale o nazionale. E poi, questa terra, ha risorse naturali e ambientali che tutto il mondo ci invidia; un paradiso dicevano alcuni intellettuali abitato da diavoli. Sintetizza al meglio quelli che sono gli elementi che compongono lo scenario mediterraneo: montagna, mare, cibo, enogastronomia, percorsi culturali, religiosi, artistici diversi. Risorse inestimabili che andrebbero solo valorizzate, conosciute e sfruttate meglio. A mio giudizio, cultura e formazione sono il migliore antidoto a tutto, anche alle crisi. Investire nella scuola, nelle università. Non una cultura fine a se stessa, ma che riesca a dialogare, che possa diventare leva di ripresa per tutti. Dietro a molte conseguenze delle crisi, dietro una guerra c’è sempre lamano dell’uomo, per questo la sua formazione culturale e umana rimane fondamentale. Antidoti che la Regione Calabria ha ben individuato, sostenendo un patrimonio importante, fatto non solo di bellezze naturalistiche e paesaggistiche peculiari nel Mediterraneo, ma anche di arte, storia, cultura, patrimonio immateriale. Tutto ciò rappresenta un capitale che non è affatto statico,perché ad esso si aggancia, tra gli altri, anche il settore dell’innovazione e della ricerca. Strumenti solidi, senza i quali non sarebbe consentito colmare il gap rispetto al resto d’Italia ed Europa. Una sfida, certo. Ha già i suoi frutti, e molti altri da raccogliere ancora.