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Venerdì, 28 Febbraio 2020

Statale “106” tra sublime e devastazione

“La 106 è il sublime e la devastazione. Come tutto il Sud, del resto”. Le immagini della “106 Statale Jonica” di Filippo Romano sono in mostra nel borgo antico di Pentedattilo durante i giorni del festival della fotografia La misura del paesaggio.E’ severo lo sguardo di Filippo Romano ed è forte lo spirito dei luoghi che anima il suo racconto fotografico.

Filippo Romano


Espressione della sua sensibilità artistica, che nel racconto di viaggio trova la sua cifra stilistica più profonda e la chiave di comunicazione sociale più forte. Lungo la Statale 106, che attraversa per quasi cinquecento chilometri la costa jonica che va da Reggio Calabria a Taranto, sullo sfondo di una bellezza naturale e selvaggia senza pari, gli scheletri dei palazzi mai finiti sono il pericoloso parco giochi all’aperto di bambini senza alternativa. Di un estremo Sud abbandonato a se stesso. Dove la cosa pubblica lascia indifferente e la crescita del senso civico resta compromessa dalla visione di abbandono. Ma gli scheletri dei palazzi sono anche luogo paradossale dell’amore fugace. Dell’amicizia. Del gioco ingenuo e innocente di bambini inconsapevoli. Filippo Romano è un fotografo del qui e dell’altrove. Sue le immagini in mostra alla Triennale di Milano di Mathare, una bidonville di 600 mila persone a Nairobi. La sua ricerca è arte. È racconto. È amore. È rabbia.

A quando risale la ricerca sulla Statale 106?

Percorrevo spesso la 106 da bambino, con mio padre, quando da Messina andavamo verso nord. Facevamo il giro lungo, dalla costa jonica. Credo che per mio padre quei luoghi, e Melito in particolare, abbiano tutt'ora il significato del ricordo d’infanzia. La mia ricerca, invece, non è un lavoro sulla mia memoria, ma su un territorio che ho iniziato a fotografare dal 2007, quando, nel mezzo dell'estate, mi sono trovato ad attraversare la 106 per andare a fotografare i funerali di San Luca. In quello stesso periodo accompagnavo spesso mio cugino a Platì, dove era commissario prefettizio. Poi mia nonna era della provincia di Crotone. E dalla Statale 106 facevamo tappa a Platì per poi girare verso le pendici della Sila. Le ultimissime immagini sono quelle di Saline Joniche e risalgono all'estate del 2011.

Quindi il tuo lavoro di fotografia sulla Statale 106 è durato quattro anni.

Si. È stato un viaggio fatto di ritorni e di scoperte. Oltre che un lavoro totalmente autofinanziato.

Hai mai pensato di raccoglierlo in una pubblicazione?

Si, ma ancora è un work in progress e sto pensando di ampliarlo. È già stato esposto alla Biennale dell’Architettura nella sezione sull’emergenza dei paesaggi italiani ed al Festival della Fotografia di Corigliano Calabro.

E quali altri elementi vorresti aggiungere?

Vorrei ripercorrerla ancora una volta. Ma al momento non ho finanze da investire. Forse vorrei però mettere delle piccole note scritte, note di viaggio, non so insomma è li e vive.

E magari altri "dettagli" necessari, oggi, per completare la descrizione del paesaggio?

Quelli sono infiniti.

Il tuo non è stato un viaggio nella memoria, ma nel luogo.  Se dovessi definire il paesaggio che hai osservato e raccontato quale aggettivo ti verrebbe in mente per primo?

La 106 è il sublime e la devastazione. Come il Sud in generale del resto. Molte delle devastazioni sono ricollegabili alla presenza mafiosa, ma non ho mai troppo voluto mettere su questo lavoro il bollino antimafia. A modo mio parlo delle radici e vorrei che si comprendesse la complessità del territorio.

E gli scheletri dei palazzi, gli edifici mai finiti? Oltre ad essere espressione tangibile di una cultura e una condizione umana, quanto hanno inciso, come visione intendo, nella crescita della cultura di chi vive il luogo o lo attraversa?

Negli scheletri ci giocavo da bambino. A modo mio mi li amo e mi fanno schifo. Mi fanno schifo perché sono violenti e arroganti. Li amo perché senza saperlo incarnano la sfida di paura nel gioco di bambini che non avevano altro con cui confrontarsi.

Pensi  che questo paesaggio possa avere una "nuova misura", per riprendere il titolo del festival?

Si, io non ho un giudizio definitivo. Però se penso alla Calabria e alla sua emorragia di giovani teste che se ne vanno, ed al lavoro sistematico che lamafia ha fatto nella perpetrante intimidazione di chi era libero e non sottomesso, non posso non essere comunque severo nello sguardo. Per rabbia onestamente per rabbia. E la rabbia deve uscire. Perché se non esce si trasforma in depressione.

Credi che questa visione del paesaggio abbia inciso nella cultura e nell’educazione di chi il paesaggio lo vive o lo attraversa?

Si. Il non amore per la cosa pubblica è un fatto evidente. Ha radici profonde, antiche. Segna tutta la distanza che il Sud, in generale, senza rispetto per lo Stato e per l’idea di Stato. E’ una cosa che da sempre mi indigna. Ma comunque la mia idea è di andare oltre. Laddove è possibile sospenderei il giudizio per trovare il senso del vivere.

Torniamo a te. Alla tua partecipazione al Festival della Fotografia non solo con la mostra ma anche con un workshop “Atlante grecanico”. Di cosa si tratta?

Seguirò dei fotografi nel lavoro di reportage territoriale su Pentidattilo e dintorni. Di fatto darò delle indicazioni sul modo di indagare gli spazi e il territorio e di giorno in giorno, sceglierò le foto assieme ai partecipanti. Farò con loro essenzialmente un lavoro di editing.

Quale è il senso dei luoghi, lo spirito dei luoghi che vuoi che siano trasmessi attraverso le fotografie del workshop?

Non ho un idea precisa. Spero di essere sorpreso da quello che vedo una volta sul territorio ognuno dovrà trovare cercare un suo percorso.

Oltre al tuo supporto tecnico esperto, che tipo di insegnamento ritieni di poter o di dover dare a chi vuole seguire il workshop?

Di trovare una propria modalità narrativa. Superare la pura conoscenza tecnica per essere dei narratori.

Parliamo della "tua" fotografia. In questo momento sono in mostra in Triennale a Milano le tue immagini di Mathare, una bidonville di 600 mila persone a Nairobi.

E’ un lavoro fatto con l'Organizzazione Non Governativa Live Inslums. E’ una mostra nata e cresciuta sul filo dell'interdisciplinarietà. Architetti, fotografi e designer si sono impegnati intorno alla racconto dello slum di Nairobi per spiegarne la complessità e per andare oltre la retorica del pietismo. È una ricerca che coincide con tre anni della mia vita.

Cosa ci puoi descrivere di questa esperienza?

Le bidonville non sono un altrove miserabile, ma sono il nostro stesso sistema portato all'estremo.

Tra povertà, dignità e amore. quali tra questi termini sintetizza meglio il sentimento o la realtà dominante in quei luoghi?

Orgoglio e rabbia,  sono i sentimenti che vedo in quella gente.

Il chi è Filippo Romano

Ha studiato all’ International Center of Photography I.C.P. di New York, città dove ha vissuto per cinque anni, attualmente vive e risiede a Milano. Si occupa di architettura e reportage. Collabora con la casa editrice Skira a diverse pubblicazioni di architettura e ha pubblicato su diverse riviste italiane e straniere come Abitare, Domus, Il 24 magazine, Io Donna, Courrier International. Ha fatto parte del collettivo francese Tangophoto con il quale ha esposto nel 2005 alla biennale di fotografia di Guangzhou in Cina. Dal 2005 al 2009 è stato distribuito dall’Agenzia Grazia Neri. Nel 2006 ha esposto al festival di Lianzhou in Cina. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Soleritown” sull’opera dell’architetto Paolo Soleri e ha vinto il premio Pesaresi\\Contrasto con il  progetto fotografico Off China. Nel 2009 ha partecipato al festival della fotografia di Roma “Zone Attive” con il progetto Waterfront e  con i progetti OffTown e Nowhere Tribe alla mostra La città Fragile curata da Aldo Bonomi alla Triennale di Milano. Nel 2010 partecipa alla Biennale di Architettura di Venezia con il progetto “Statale 106” svolto assieme alla fotografa Eva Frapiccini. Attualmente è distribuito dall'agenzia Luzphoto. Nel 2011 ha documentato la rivolta egiziana e sta lavorando al progetto Maboyz sulla scena musicale degli Slums di Nairobi in Kenya. Come docente ha insegnato alla scuola di fotogiornalismo di Contrasto ha collaborato con la Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, nel master di design del paesaggio e con il master dello spazio Forma  di Fotografia e Visual Design.
Il progetto ha visto anche la collaborazione della fotografa Eva frapiccini couatrice della video installazione in mostra nella biennale di architettura del 2010