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Venerdì, 28 Febbraio 2020

Tra Carte di famiglia e Makarenko. I “cattivi consigli” di Nicola Siciliani de Cumis

Primo europeo dell'Ovest a ricevere la medaglia Makarenko. Nicola Siciliani de Cumis parla di “Carte di famiglia”. Della Calabria dice: ““A lei devo  le risorse del mio capitale pedagogico iniziale”. Ha lo sguardo mobile e vivido, ordinario di pedagogia generale Primo europeo dell'Ovest a ricevere la medaglia Makarenko. Nicola Siciliani de Cumis parla di “Carte di famiglia”. Della Calabria dice: ““A lei devo  le risorse del mio capitale pedagogico iniziale”. Ha lo sguardo mobile e vivido, ordinario di pedagogia generale alla “Sapienza” a Roma, Siciliani de Cumis  vanta una poderosa produzione saggistica (è uno dei massimi esperti di Antonio Labriola, il filosofo italiano con particolari interessi nel campo del marxismo).

Nicola Siciliani de Cumis ordinario di pedagogia generale alla “Sapienza” a Roma


E’ nato a Catanzaro 70 anni fa, ma il suo pensiero preminente adesso non è Roma, dove vive da trentuno, e neppure la Calabria. Ma la Russia. Non quella di Putin, per chiarire. Ma quella di Anton Semenovych Makarenko (1888-1939): uno dei fondatori della pedagogia sovietica. Noto per aver elaborato  la teoria dei collettivi autogestiti di studenti e per aver introdotto  il concetto di lavoro produttivo nel sistema educativo. Il professor Siciliani è in vacanza  a Sellia Marina con la famiglia. Accetta di parlare di “Carte di famiglia”, della “sua” Calabria e, soprattutto, di Anton Semenovych Makarenko. Anzi gli s’accende una luce d’entusiasmo, quando accenna alla sua missione in Russia a fine settembre. Andrà finalmente a vedere da vicino i materiali degli archivi del pedagogista russo che puntava alla formazione del “buon cittadino comunista” e che morì di crepacuore ai tempi di Stalin, però dopo aver dato alle stampe il libro che lo rese celebre: “Poema pedagogico”.
Siciliani De Cumis si occupa da sempre di cultura filosofica e pedagogica, di didattica dall’Ottocento ai nostri giorni, approfondendo temi come  la questione meridionale, la scuola, l'organizzazione della cultura e l'educazione in Calabria e i nessi didattica/ricerca e ricerca/didattica a scuola. Quello stesso sistema scolastico in cui da tempo l’Italia non crede più  e per cui Siciliani azzarda delle spiegazioni : il ruolo separato degli intellettuali di professione dai pressanti problemi della scuola e dell'università; l'imponenza invasiva delle "scuole parallele" della cosiddetta società civile (quella televisiva in testa), in opposizione alla scuola pubblica; l'assenza di una prospettiva politico-culturale generale, capace di mettere nella giusta relazione la forte domanda d’intelligenza critica con la corrispondente capacità pratico-operativa di soddisfare tecnicamente ad una esigenza.
Fra le tante sue iniziative,  rilevante è il progetto (da lui presieduto):  “Carte di famiglia”, un  progetto pilota per la divulgazione dei patrimoni archivistici familiari presenti in Italia. Nell'archivio Siciliani de Cumis (l'alto valore culturale del quale è stato da tempo certificato dalla Sovrintendenza ai beni culturali del Lazio) sono presenti documenti che attraversano cinque secoli. L'archivio dispone  di testi sconosciuti d’importanti epistolari dell'Otto-Novecento (con lettere e scritti inediti, tra l'altro, di Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Giosuè Carducci, Francesco Fiorentino, Giovanni Pascoli, di vari Ministri dell'Istruzione pubblica, di Bertrando Spaventa e di Antonio Labriola, don Luigi Guanella, Maria Montessori, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Eugenio Garin, Norberto Bobbio, Guido Calogero, Aldo Visalberghi, Guido Aristarco, Carlo Azzeglio Ciampi, ecc.). Interessanti le quattro lettere di Italo Calvino (l'ultima inedita, ma nessuna di esse compresa, fino ad oggi, nelle corpose raccolte di corrispondenze dello scrittore), sono solo alcune tra le altre missive calviniane ricevute da Siciliani de Cumis, negli anni dal 1970 al 1984.

 Professore, qual è la missione di “Carte di famiglia” e  a che punto è giunto il progetto che vede coinvolta anche la Calabria?

Anche e soprattutto nell'ottica meridionalistica, calabrese, che la caratterizza all'origine e in prospettiva, si è trattato di un'esperienza pedagogica molto complessa, felicemente conclusa per la parte amministrativa, ma appena avviata nella sostanza progettuale del piano-pilota.  Mi rifaccio al titolo dell'intero progetto, “Comunicare la famiglia e educare alla famiglia, mediante archivi di Carte di famiglia”, alla sua struttura composita, ibrida, interregionale e, direi, interculturale, tra “indagini scientifiche” e “senso comune”... Un piano-pilota con un forte afflato innovativo, intenzionalmente “sperimentale”, che ha visto impegnati, assieme alla Sapienza Università di Roma (sede del Coordinamento scientifico del progetto nazionale), l'Ente cofinanziatore Fondazione Cariplo di Milano, il partner lombardo capofila, cioè  l'Istituto sondriese per la Storia della Resistenza e dell'Età contemporanea assieme alla Biblioteca “Luigi Credaro” di Sondrio, l'archivio di Stato di Asti e il Comune di Petronà (con il supporto, finché è stato possibile, della Comunità Montana della Presila Catanzarese)... Quanto ai risultati del progetto, nelle loro dimensioni culturalmente composite, eterogenee, scientificamente e didatticamente “in movimento”,  essi risultano ora esposti nei quattro portali internet dei partner tra loro coordinati: www.cartedifamiglia.it (Capofila sondriese) www.archividifamiglia.it (Roma La Sapienza) www.archiviodistatoasti.beniculturali.it (Archivio di Stato di Asti) e www.carteidifamigliapetrona.it (Comune di Petronà).

Quali sono, dal punto di vista pedagogico-meridionalistico, gli obiettivi del piano-pilota?

In sintesi: a) documentare, far interagire e mettere in comune luoghi archivistici tra loro distanti del Nord, del Centro e del Sud d'Italia,  risultati di studio tra loro indipendenti ma organici, e tenuti insieme  dalla dimensione in senso stretto e in senso lato “familiare”... Una dimensione archivistico-familiare “in idea” (per usare un'espressione che piaceva ad Augusto Placanica), dal punto di vista comunicativo, formativo, divulgativo, educativo del piano-pilota; b) mettere alla prova una “buona pratica” comunitaria,  multimediale ed enciclopedica, la più larga e la più coinvolgente possibile.

Augusto Placanica, rigoroso intellettettuale ed originale storico dell'età moderna


Apertamente ricettiva di “Carte di famiglia”: manoscritti, disegni e dipinti, fotocopie, stampe, giornali, libri, quaderni, dossier emerografici, foto, cartoline, epistolari, diari, Cd, video e audiocassette, Dvd, materiale elettronico, oggettistica di vario tipo: documenti a forte valenza autobiografica, dunque, nel caso in questione, senza dubbio legati alla Calabria; c) utilizzare al massimo l'esperienza “sociale” di ciascuno e di tutti i partner del progetto ai fini archivistici,  universitari, scientifici e didattici specifici, nei limiti delle funzioni della disciplina accademica di riferimento del piano-pilota, la pedagogia generale... Non a caso il portale della Sapienza, da me curato con Alessandro Sanzo, con la preziosa collaborazione  (perfino d'agosto) di Martina Scriboni, di Carla Massaro e altri, ha potuto giovarsi dell'apporto di colleghi, amici, parenti, conoscenti e, in via prioritaria, di decine di studenti e di laureati. Molti di loro calabresi.  Concernenti la Calabria, del resto – a parte la presenza costitutiva di Petronà e del suo  significativo portale  –,  sono in qualche modo tutte e sedici le sezioni del portale e larghissima parte delle loro documentazioni archivistico-familiari: su Joan Anton Cumis, avventuroso gesuita catanzarese del Cinquecento in Perù, primo trascrittore dei quipu, con posizioni religiose decisamente pre-conciliari;  su Vincenzo Colosimo e il suo avveniristico tentativo  di fondare nei primi anni del Novecento, in Calabria,  una banca rurale sui principi  del “microcredito”; sul poeta, narratore, traduttore, erudito, uomo politico Luigi Siciliani, allievo prediletto di Giovanni Pascoli... E poi: su Umberto Zanotti Bianco, Lucio Lombardo Radice, Mario Alighiero Manacorda, Aldo Visalberghi, Arturo Arcomano e altri, in rapporto al “martirio della scuola in Calabria”; su alcune corrispondenze inedite  di emigranti meridionali; su  Italo Calvino, la scuola e le fiabe in Calabria; su Premio Sila a Vincenzo Cerami; sul cinema di Vittorio De Seta e di Gianni Amelio... E ancora, pur sempre nella chiave meridionalistica: su Labriola, Gramsci, Montessori, Makarenko, Yunus e sul  mezzo secolo di esperienze archivistico-familiari e storiografico-educative, che variamente li riguardano in Calabria e fuori della Calabria.

 Secondo lei, c’è un vero interesse da parte del sistema universitario italiano verso progetti come “Carte di famiglia”, che tentano di mettere in contatto la cultura con il pubblico della Rete?

Francamente non saprei: non ho svolto indagini specifiche al riguardo... Né so, se delle numerosissime “visite” di cui il Portale è stato oggetto in Italia e all'estero nei suoi primi mesi di vita, ve ne siano state in ambienti universitari italiani.  Posso dire però che, da una sommaria esplorazione nel web, non risulta gran che al riguardo... Quanto al Progetto-pilota Cariplo, ho interpellato a suo tempo un certo numero di  colleghi e, come accade, alcuni  si sono dimostrati interessati, altri no; altri ancora si sono resi disponibili “per un'altra occasione”. Per decollare tuttavia, nei limiti delle finalità del pogetto-pilota, sono bastati l'apporto prezioso (finanziario, organizzativo, amministrativo) della Sapienza, il supporto scientifico e tecnico-organizzativo dell'Archivio di Stato di Asti, il “fiancheggiamento” dell'Università di “L'Aquila” (essenziale in proposito il contributo del prof. Marco Antonio D'Arcangeli, per le specifiche attività archivistiche di Sondrio). Ma c'è stato anche quello, “allo stato nascente”, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano/Brescia, la quale, per oltre un decennio, mi ha consentito di collaborare ad alcune delle riviste edite da La Scuola di Brescia: e, in particolare, a “La Famiglia”, per la quale ho avuto modo di impiantare e di curare la rubrica “Carte di famiglia”: un’ esperienza premonitrice e feconda, che considererei senz'altro il primo banco di prova dell'intero progetto-pilota degli archivi di famiglia... D'altra parte, sempre in tema di riscontri universitari sul piano-pilota, il dipartimento di psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della facoltà di medicina e psicologia della Sapienza, ha progettato per la primavera del 2014 un impegnativo convegno sul tema delle “Carte di famiglia” e suiportali dei partner del progetto... E di sicuro interesse nello stesso ordine di idee, riterrei ora il contributo delle “Carte famiglia” alla laurea magistrale “a doppio titolo”, in Italia e in Russia (al secondo anno) e  l'attenzione riservata al piano-pilota dal rettore dell'università psico-pedagogica del Comune di Mosca e dall'Associazione makarenkiana russa e dall'associazione makarenkiana Internazionale.

Andrà a Mosca a fine settembre e, secondo indiscrezioni, potrà avere un ruolo prestigioso nell'associazione intitolata al fondatore della pedagogia sovietica di cui lei è uno dei massimi studiosi internazionali. Da dove nasce il suo interesse per un autore come Makarenko?

Sì, sono stato votato quasi a sorpresa alla presidenza dell'Associazione  makarenkiana internazionale. Io “portavo” un altro candidato e non avevo alcuna intenzione d’ impegnarmi su un terreno che richiede una grande conoscenza e una impegnativa frequentazione degli uomini e delle cose dell'Associazione makarenkiana “madre”, una pratica della lingua russa parlata che non ho, capacità manageriali che non mi riconosco... Però sono stato votato a larghissima maggioranza e questo mi costringe a ripensare i termini del problema: di modo che mi sono preso una pausa di riflessione, prima di sciogliere ogni riserva, in settembre, quando sarò a Mosca per una settimana...

Nicola Siciliani de Cumis


Ho saputo, tra l'altro,  che avrò il grande onore di ricevere, primo europeo dell'Ovest, la medaglia Makarenko: un riconoscimento, molto ambito, al lavoro scientifico e didattico di tanti anni  sulla figura e sull'opera di Anton Semënovi? Makarenko. Parteciperò quindi, con altri colleghi russi, ucraini e di altre nazioni a un congresso sull'infanzia di oggi nel mondo, e su quella in carcere in specie. Sarò anche relatore in un convegno su Makarenko (di cui nel 2013 ricorre il 125mo anno dalla nascita); e darò il mio contributo ad alcune attività di master class, in fatto di “abilità didattiche”. Da dove nasce il mio interesse per Makarenko? Risposta molto difficile per me, perché sono davvero tante e diverse le ragioni che mi hanno condotto, sia pure tardivamente, a leggere il Poema pedagogico: possono avermi spinto, infatti, precedenti letture di romanzieri, saggisti e educatori russi (soprattutto Tolstoj, Dostoevskij, Gogol', Gor'kij, Bucharin, Bogdanov, Zamjatin, Bachtin, Lotman, Rybakov ecc.). Ma devono avervi collaborato anche esigenze makarenkiane non soddisfatte, almeno dai tempi del liceo, dell'università e del mio primo insegnamento nella scuola media a Belcastro e, poi, nell'Istituto magistrale di Catanzaro, negli anni Sessanta e Settanta. Mi incuriosiva e mi impegnava allo studio di certi autori la mia  frequentazione di Giovanni Mastroianni e l'amicizia, fin da ragazzo, di Agostino Bagnato. Alla grande cultura  del Paese di Pietro il Grande e del cosiddetto “socialismo reale”, chiedevo per me soprattutto la possibilità di un ampliamento e di un approfondimento “mirato”, per analogia e per differenza,  dei temi e dei problemi relativi alla concezione materialistica della storia di Antonio Labriola e agli esiti “diversi”, decisamente antistaliniani, del marxismo di Gramsci. Però, la vera molla è stato il rimorso: il rimorso di  un ritardo; il rimorso di avere spiegato Makarenko ai miei studenti dell'Istituto Magistrale di Catanzaro, senza avere letto il Poema pedagogico; il rimorso di essermi nutrito di luoghi ideologici comuni;  e, di conseguenza, il rimorso di non  corrispondere in modo adeguatoall'impellente bisogno di rimuovere il disagio di un colpevole ritardo culturale. Di qui, per otto anni, l'impegno profuso nel seguire corsi serali di lingua russa  e nel proporre ai miei studenti una lunga serie di corsi monografici sul Poema pedagogico, con la conseguenza, per circa un ventennio, di un coinvolgimento didattico crescente in fatto di seminari,  laboratori, tesi di laurea, saggi in volume e in rivista, mostre (una proprio a Catanzaro al Ginnasio-Liceo “Galluppi”). E, infine, la decisione di realizzare una nuova edizione del romanzo  makarenkiano, con la collaborazione di esperti italiani e stranieri, di alcuni laureati e cultori della materia di lingua madre (russa e ucraina), e degli stessi studenti dei miei corsi di pedagogia generale e di terminologia pedagogica e di scienze dell'educazione... Ne è venuta  fuori una curatela progressiva, individuale e collettiva, del Poema pedagogico, che si è giovata di diverse competenze e di quanto di meglio (e di peggio) è stato prodotto  in precedenza da altri  in Italia,  Germania, Russia e  in altri Paesi...

 Come possiamo definire in breve il romanzo di Makarenko?

Un testo inquieto, difficile da definire, questo del Poema pedagogico. Un romanzo che non sembra un romanzo, che perciò può trarre seriamente in  inganno; e che a mio parere richiede ulteriori controlli e approfondimenti sui manoscritti e dattiloscritti dell'autore...
 Qual è il ruolo del Poema pedagogico di Makarenko nei suoi studi e nella formazione pedagogica dell’individuo?

Si tratta di un ruolo fondamentale, che definirei ricostituente e costitutivo. Per  un decennio,  io ho  condotto letture e riletture solitarie e collettive, ad alta voce, del Poema pedagogico dalla prima parola fino all'ultima, insieme a centinaia di studenti del vecchio ordinamento universitario, ed ho ottenuto esiti formativi che non esiterei a definire straordinari: esiti per altro largamente documentati a stampa su diverse riviste accademiche (“Slavia”, “Pedagogia e vita”, “l'Albatros”); e da ultimo, per le vie elettroniche, nel Portale delle “Carte di famiglia”. In seguito, con il nuovo ordinamento universitario, ho dovuto ripiegare su letture incomplete, antologiche, che sono risultate tuttavia pedagogicamente “redditizie” sul piano scientifico e didattico. Che io sappia,  non c'è stato un solo studente, che non si sia appassionato alla lettura del romanzo makarenkiano e che non abbia efficacemente “tradotta” tale lettura sul piano della propria formazione individuale. Io stesso me ne sono senza dubbio giovato  professionalmente e umanamente. Perché è proprio questa la effettiva novità del “romanzo di formazione” in questione: alla trasformazione interiore dei personaggi e al miglioramento umano complessivo delle situazioni rappresentate, corrisponde una certa qual trasformazione e un sicuro miglioramento  del lettore. Per quel che ne so, si tratta di un vero e proprio “nuovo modello” del “racconto di formazione” (ci sono ottimi studi al riguardo). Tutto sta ad entrare però, nella maniera giusta, nei meccanismi letterari e educativi sperimentati sulla sua pelle, per prove ed errori, dallo stesso Makarenko “autore” ed “eroe” della sua narrazione; e farli nostri, nel corso della lettura,  col medesimo spirito di avventura intellettuale e morale, economico-finanziaria e sociale,  pedagogica e antipedagogica, che è nel Poema.

 In che modo si potrebbero declinare i precetti di Makarenko in un contesto occidentale e non socialista?

Il fatto è, però, che quella di Makarenko non è alcuna “precettistica”. Le ripeto: ciò che la sua narrazione offre ancora oggi a noi uomini del nostro e non del suo tempo, èsemplicemente il farsi di un'avventura educativa “strutturale” (economico-finanziaria) e “sovrastrutturale” (etico-politico-pedagogica). Se cioè, da un lato, il Poema pedagogico non si intende fuori dal contesto storico e sociale da cui nasce, che descrive e in cui si colloca in prospettiva (gli anni Venti e Trenta del Novecento, l'Unione Sovietica seguita all'Ottobre, la “resistibile” e poi “irresistibile” ascesa dello stalinismo), da un altro lato, le situazioni economiche, estetiche, morali, sociali, pedagogiche e antipedagogiche (insisto)  narrate superano il proprio tempo. Varie volte, non per caso, gli studenti ed io, ci siamo trovati a ragionare comparativamente di Makarenko e di  Dante (nei rispettivi contesti storico-culturali) e di Pinocchio (della sua antipedagogia dell'”Uomo Nuovo da bamburattino”).  È così capitato che alcuni studenti si siano immersi in paragoni assai arditi ma, almeno in qualche misura, proponibili: a parte che con Labriola, con l'Odissea e con l'Eneide, con il Socrate di Senofonte, il Vittorino da Feltre della Ca' gioiosa,  il Kant del Filantropino e della Critica della ragion pratica, lo Hegel della Fenomenologia dello spirito, un certo Nietzsche,  l'”Uomo Nuovo” di Montessori e l'Uomo senza qualità di Musil, l'Estetica di Dewey, i Quaderni del carcere e le  Lettere dal carcere di Gramsci; e, giù giù, fino alla “solitudine” di De André e, da ultimo (e in primis) la “Calabria” del Poema pedagogico... C'è un giovanotto calabrese, Davide Sommario, che si sta laureando nella triennale, proprio su questo tema... Il problema, in altri temini, è di datare Makarenko, di collocarlo al proprio posto, senza relegarlo nel ruolo, che assolutamente non gli spetta, dell'”ingegnere di anime” tutto d'un pezzo leninista-stalinista; e di intendere, invece, senza limiti di attenzione critica, la sua  crisi e, tuttavia, la sua grande idea di prospettiva in grande; e di coglierne  dunque   le virtualità che, con tutti i necessari distinguo, anticipa il Muhammad Yunus del Banchiere dei poveri, di Un mondo senza povertà, di Si può fare e, ora, di Per una economia più umana. Costruire il social-business (ho qui al mare l'edizione francese del libro, che uscirà da Feltrinelli in ottobre).

Si potrebbe parlare di attualità e validità dell’insegnamento di Makarenko in un’epoca in cui la globalizzazione ha al centro delle sue convulse dinamiche l’individualismo?

Direi proprio di sì, che se ne può (e se ne dovrebbe) parlare, per le ragioni suddette e per altre che sarebbe possibile addurre. Senza, ovviamente, astoriche enfatizzazioni e senza fare di Makarenko un guru. Mi consenta  pertanto di insistere su Muhammad Yunus e, per l'appunto, l'esperienza della Grameen Bank e il microcradito, che io preferisco articolare come macro/microcredito. Per spiegarmi, mi permetta di rileggere con lei le parole di Yunus, che sono il presupposto filosofico e pedagogico di Il banchiere dei poveri:

Muhammad Yunus, l'economista e banchiere (dei poveri) bengalese, ideatore e realizzatore del microcredito moderno


Grameen mi ha insegnato due cose. Primo, la nostra conoscenza delle personee dei modi in cui esse interagiscono è ancora molto inadeguata; secondo, ogni persona è estremamente importante. Ciascuno di noi ha un potenziale illimitato, e può influenzare la vita degli altri all’interno delle comunità e delle nazioni, nei limiti e oltre i limiti della propria esistenza. In ognuno di noi si cela molto più di quanto finora si sia avuto la possibilità di esplorare. Fino a che non creeremo un contesto che ci permetta di scoprire la vastità del nostro potenziale, non potremo sapere quali siano queste risorse. Spetta soltanto a noi decidere dove andare. Su questa linea sottilmente makarenkiana, eccole la presentazione di un micro-dossier, che stiamo per inserire nel portale delle  “Carte di famiglia” (all'interno di un macro-dossier intitolato L'autobiografia come educazione); e che rinvia alle due ricche sezioni del   medesimo portale,  per l'appunto su Makarenko e su Yunus, curate rispettivamente da Eleonora Errede (che si è laureata in Scienze dell'educazione della formazione con una tesi specialistica sulla messa in rete del Poema pedagogico)  la già menzionata Scriboni (che si sta laureando nella magistrale, con una tesi sul portale degli archivi di famiglia e Yunus, tra macrocredito e microcredito.
Ecco: Il Poema pedagogico di Anton Semënovi? Makarenko come  “classico” del macrocredito e del microcredito. Un classico della ”pedagogia dell'antipedagogia”, che anticipa alcune delle problematiche che saranno poi variamente al centro del modello formativo di Il banchiere dei poveri di Muhammad Yunus: i temi, in particolare, del potenziale individuale e del collettivo umano, della fiducia e della prospettiva, della “gioia del domani”. Il tema della lotta alla povertà e della costruzione di un'inedita “imprenditoria sociale”, sia economico-finanziaria, sia  etico-politico-pedagogica.  Una problematica, sostenuta dall'idea-forza che per realizzare un risultato educativo “altro” non debba esservi  “soluzione di continuità” tra il massimo della fiducia nel potenziale di creatività e di educabilità umana e le procedure tecnico-finanziarie del microcredito (applicate al formativo, alla pedagogia). Situazioni esemplari in tal senso, tra le numerose altre del Poema: quando, per esempio, il pedagogo Makarenko, scommettendo sull'onestà dell'ex bandito Karabanov, decide di fidarsi completamente di lui e di affidargli la custodia di una notevole somma di rubli.  O quando il vecchio e un po' svanito Kalina Ivanovi? Serdjuk, spiazzando tutti in saggezza e arditezza, determina la decisione collettiva di conquistare pedagogicamente Kurjaž... Oppure quando, dopo lo “scoppio” della grande danza “omogeneizzatrice” del Gopak, succede la stasi  attiva della “trasfigurazione”.

Il sistema scolastico e universitario italiano sembra difettare alquanto, relativamente al nesso didattica-ricerca di cui lei sottolinea  invece l’importanza. A cosa è dovuta, secondo lei, la difficoltà di un ravvicinamento reciproco tra teoria e pratica? Oggi l’università è come se viaggiasse per conto proprio, scissa dai bisogni di una società disorientata…

Questo che ora mi popone è un tema tanto importante, direi prioritario, decisivo... Troppe le abitudini accademiche e scolastiche (ideologiche e strutturali)  inveterate, che remano contro; nessuna attenzione, o quasi, della classe politica e dei mass media (specchio della società civile) sulle interferenze del “privato” nella funzione pubblica dell'insegnare e dell'apprendere;  assai scarse le  riflessioni sul ruolo delicatissimo degli intellettuali (quindi anche degli insegnanti e dei professori universitari) in una “democrazia compiuta” e, quindi, in un'università di massa (democraticamente meritocratica e/o meritocraticamente democratica). Accetto però volentieri l'invito, se vuole la “sfida”, a riflettere con lei;  e le rispondo a rischio di  qualche semplificazione, con riferimento a quanto ci dicevamo prima sull'esperienza delle “Carte di famiglia”.

Anton Semenovy? Makarenko


Un'esperienza, questa, che ha inteso e intende essere per tutti noi che ci abbiamo lavorato e continuiamo a lavorarci uno strumento conoscitivo e operativo, nell'università e nella scuola per  rendere trasparenti, pubblici,  con maggiore facilità e  evidenza comunicativa i risultati tangibili e replicabili del “circolo virtuoso” ricerca-didattica/didattica-ricerca... Voglio dire in altre parole che, dopo diversi decenni di apprendimenti/insegnamenti scolastici e universitari (già da studente, quindi da professore) e in presenza  di centinaia di elaborati di esami e di tesi di laurea pubblicabili nonché effettivamente pubblicati in collane editoriali ad hoc sul “diritto di stampa” (nei tipi di Aracne, Nuova Cultura e in periodici accademici specializzati) mi sarei fatto persuaso della possibilità reale e non velleitaria di un collegamento elementare ed organico di   ricerca e didattica, in varie forme da mettere alla prova. Non pochi dei problemi più noti e drammatici della scuola e dell'università italiane, del Sud d'Italia in specie, mi sembrano cioè dipendere (questa è la mia ipotesi di partenza) dal fatto che la ricerca e la didattica, la teoria e la pratica, la sperimentazione e l'applicazione dei risultati raramente si mostrano in pubblico, procedendo invece per vie parallele non propriamente  edificanti, quindi non esteriorizzabili. Per cui mi chiedo: se partissimo invece, puramente e semplicemente dal principio elementare, non nuovo ma quasi sempre disatteso,  del coniugare proceduralmente la nostra ricerca alla nostra didattica, rendendone deliberatamente pubblici i risultati,   l'attuale stato non propriamente soddisfacente dell'università italiana si modificherebbe in meglio o no? Non ho gli strumenti per rispondere in generale (nessuno può averli), per cui mi limito a riflettere ad alta voce che, nei  confini della mia storia professionale di insegnante e di ricercatore, relativamente alla disciplina che insegno,  qualcosa è stato possibile fare: e che i risultati, nei loro limiti, sono riconoscibili, controllabili, discutibili, integrabili, correggibili, migliorabili, perché pubblicabili e pubblicati... Mi permetta  di invitarla a visitare la sezione del portale su didattica e ricerca...

Lei conosce bene il Mezzogiorno per averci vissuto e per averlo frequentato. C’è ancora a suo avviso una questione meridionale irrisolta o chi la agita fa soltanto retorica?

Le “questioni meridionali” e le “questioni settentrionali” sono a mio parere due facce della stessa medaglia culturale, politico-sociale, etico-pedagogica (e antipedagogica): il che, a mio parere, vuole dire individuazione e neutralizzazione delle passività mentali, rifiuto della pigrizia e dell'inerzia educativa e, all'opposto, assiduo lavoro su motivazioni e interessi, attivazione della capacità critica, formazione della padronanza individuale e collettiva (al limite, di massa) degli strumenti elementari dell'autonomia del pensiero, della scelta decisionale e dell'azione; e, dunque, della scoperta e della crescita delle potenzialità intellettuali e morali degli esseri umani. La  ragionevole certezza, suffragata dall'esperienza, che i fattori dello sviluppo personale e della socializzazione dei gruppi potrebbero e dovrebbero  essere messi   largamente in funzione dalla tecnica e valorizzati nell'interesse di ciascuno e di tutti  dalla politica. La tecnica dei tecnici che se ne intendono sul serio; e la politica colta, specializzata, dei competenti: l'una e l'altra  fondate  sul disinteresse personale della ricerca interessante, coinvolgente, intrigante, autogratificante (non è una contraddizione in termini) e, principalmente,  sull'idea del servizio pubblico che si rende ai concittadini. La Costituzione della Repubblica Italiana, del resto...

Conosce bene le criticità del sistema scolastico meridionale, che consigli darebbe per la formazione pedagogica dei giovani calabresi?

Nessun consiglio... Tutti siamo pronti a dare buoni consigli: per cui mi limiterei a dare un paio di “cattivi consigli”... Ecco il primo, che  ricavo da L'università di domani di Giorgio Pasquali (1923). Ed è il massimo desiderio irrealizzato del maggior filologo italiano del Novecento, che  i giovani calabresi potrebbero decidere finalmente di vedere realizzato con i loro professori, nella scuola e  nell'università: “Per nulla al mondo io vorrei tolta ai miei scolari la gioia orgogliosa di avere scoperto, essi per primi, grazie a metodo fattosi abito e a perspicacia cresciuta dall’esercizio, qualche cosa […] e fosse pure una minima cosa. È desiderabile, mi pare, che il giovane entri nella vita con la lieta coscienza di essere stato anch’egli un giorno, anche un giorno solo, un ricercatore, uno scienziato”. Il secondo “cattivo consiglio” lo ricavo da alcune riflessioni di George Steiner, di una decina d'anni fa, per i giovani, da me mandate a memoria e sempre tenute presenti per me stesso e per i miei studenti quando cercano un argomento per le loro ricerche o un posto di lavoro: Non negoziate mai le vostre passioni. Ci sono uomini e donne che dicono: “Voglio consacrare la mia vita ad uno studio altamente specializzato…” per esempio allo studio di un manoscritto del decimo secolo o alla ceramica cinese della dinastia Sung. Il mondo è pieno di miserie e di fame, di bisogni e d’orrori e certo un’intenzione del genere può apparire insostenibile sia socialmente, che economicamente, che politicamente. Tuttavia vi dico: non si può negoziare una passione. Perché se si comincia a negoziare ci si perde nel compromesso. Avere una vocazione, una passione, è una felicità pericolosa ma senza fine; è la più grande fortuna che si possa avere al mondo. Il grande artista, il grande atleta, e anche noi che non siamo artisti, conosciamo questa sete d’assoluto, la sete che ci divora. Molti esseri umani non hanno mai conosciuto un anno di felicità, che è già molto in una vita. Io dico ai miei dottorandi: vivete quattro o cinque anni della vostra passione. Questo nessuno potrà togliervelo. E se dopo le cose andassero male e bisognasse fare l’avvocato o il bancario, gran Dio! avrete beneficiato di quattro o cinque anni di felicità. Saranno sempre vostri. Il primo consiglio perciò è: vivete le vostre passioni.”

Da calabrese che è andato via ormai da decenni, come vede la Calabria dei nostri giorni e c’è forse una “sua” Calabria di cui in un certo senso ha nostalgia?

Ma io non sono mai “andato via” dalla Calabria. Né la Calabria  è mai andata via da me. Io sono catanzarese, parlo il catanzarese meglio che l'italiano. Sogno in dialetto. Mia moglie e  i miei figli sono catanzaresi. In Calabria riposano i miei morti. Alla Calabria devo le risorse del mio “capitale pedagogico iniziale”... Ho tanti amici calabresi, in Calabria e non; e calabresi sono molti dei miei studenti, laureati e  laureandi. Da sempre, non c'è agosto che io ritorni in Calabria e che non mi bagni nello Jonio dei miei avi e della  “meglio gioventù”...  Conosco i segreti dei sampietrini e delle lastre di pietra di tutta Catanzaro; e, di tanto in tanto, infilo la mano nella bocca del leonedell'ex farmacia Leone, sul corso Mazzini, per accertarmi che il chiodino di più di sessanta anni fa sia sempre al suo posto...  In Calabria, a Catanzaro e a Petronà (dov'è nata mia madre),  ci torno sempre volentieri, purché abbia da fare qualcosa di coerente con il mio lavoro, in biblioteche e archivi, in scuole cittadine e della provincia,  per presentazioni di libri, per collaborazioni e ricerche di vario tipo... Nessuna “nostalgia”, quindi:  dolore se mai per non essere riuscito, nella mia vita, a combinare le cose in modo da farle stare, senza squilibri,  tutte in Calabria. Ma dalla vita non si può volere tutto: l'ottimo Makarenko sarebbe stato certamente d'accordo.