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Domenica, 26 Gennaio 2020

Don Pino Puglisi, che al suo assassino disse: “Me l’aspettavo…”

Parla suor Carolina Iavazzo. Da Brancaccio a San Luca, passando per Crotone con l’allora Padre Giancarlo, oggi monsignor Bregantini,  Suor Carolina Iavazzo è la religiosa di Aversa che ha vissuto a tutto tondo gli ultimi anni di vita di don Pino Puglisi, la sua più stretta collaboratrice. L’abbiamo raggiunta a Bosco S. Ippolito nel cuore della Locride, nel Centro dedicato al “Padre antimafia”.

suor Carolina Iavazzo


Suor Carolina cita l’attimo fuggente e l’Apocalisse, dorme in un container, suona la chitarra ed organizza tornei di calcetto. Si definisce una “suoraccia”: un’educatrice di strada, in realtà è una poetessa illuminata, tanto da definire i suoi ragazzi di Palermo figli del vento. In quest’oasi di pace ai piedi dell’Aspromonte ci prende per mano lungo il racconto di don Puglisi.

A Palermo si consumò la sua più grande battaglia. Come iniziò tutto?

Dal quartiere Brancaccio, dove la povertà era spirituale oltre che economica. Padre Puglisi ha lavorato per tre anni in un centro fatto di due stanzette, il centro Padre Nostro. Lì aveva scoperto che i giovani non erano liberi nemmeno di pensare, uccidevano per quattro soldi, non andavano a scuola, perfino i trentenni non sapevano né leggere né scrivere. Io gli dissi: “Padre non sono nemmeno battezzati” e lui: “Prima dobbiamo formare l’uomo che non c’è e da quella base umana sarà facile anche costruire il cristiano”. Questo mi sconvolse. Iniziarono così i corsi di alfabetizzazione, era il 1990/1993 non il dopoguerra. La morsa della mafia però non tardò a farsi sentire, perché don Pino toglieva loro manovalanza. Era un sacerdote convinto, un uomo mite e forte al tempo stesso, non si chiudeva in sacrestia o dietro l’altare. Amava Dio ed il prossimo.

Una storia di frontiera che oltrepassa lo Stretto, come furono quegli anni?

Don Pino andava nel quartiere a vedere il da farsi. Mancava perfino la luce o era fioca, lottava per avere i servizi essenziali. Veniva picchiato, minacciato, ma incassava ed andava avanti. Voleva portare il sole tra quelle vie. Aveva paura, certo che aveva paura, ma diceva: “Più che uccidermi non possono fare altro”. Capii a distanza di anni che non potevano uccidere i suoi sogni e che l’importante era non morire prima, non morire dentro. Nell’Attimo Fuggente si dice “Non vorrei accorgermi alla fine della vita, di non essere mai vissuto”. La mafia aveva capito che non sarebbe tornato sui suoi passi, così decisero di minacciare i suoi collaboratori, appiccando anche del fuoco ai nostri capannoni. Don Pino durante l’omelia della messa che seguì l’evento rovinoso si mise a gridare: “Voi siete bestie, siete animali. Non siete uomini perché siete dei vigliacchi”. Io lo esortai a non mettere a repentaglio la sua vita, ma lui la sua scelta l’aveva già fatta.  

Cos’è la mediocrità?

La striscia grigia, quella degli ignavi, delle persone poverelle, che non ci permette un credo, non ci permette una bandiera. Lì siamo mediocri, senza ideali, quando ci buttiamo un pò di là e un pò di qua. Dico un’assurdità: ma meglio chi sta nella striscia nera, rispetto a chi non è né caldo né freddo, come dice Dio nell’Apocalisse. Abbiamo una vita sola e dobbiamo viverla al meglio, riempiendola di impegno. Padre Puglisi ha vissuto 56 anni, ma pienamente, lasciando dietro di sé una scia di luce. Ammoniva Baden Powell: “lasciamo il mondo un po’ più pulito di come l’abbiamo trovato”. Non scarichiamo le responsabilità. Noi da che parte stiamo? Diceva don Pino: “se ognuno fa la sua parte, allora avremo fatto molto”. Non esistono persone che non hanno nulla da dare. Padre Puglisi era una persona normale, amava ridere, mangiare un buon piatto, provava paura, non era un eroe. Gli eroi non esistono, li creiamo noi per non impegnarci, per creare un alibi al nostro disimpegno.

Quella tragica sera come la ricorda?

Era il giorno del suo compleanno, lo aspettavamo, ma lui non arrivò mai. Venne un volontario in casa nostra, Salvo, e chiese di me. Sua madre viveva sopra padre Puglisi ed  andandola a trovare quella sera, trovò il sacerdote riverso nel sangue. Non avevo capito che era stato ucciso, pensavo ad un ictus, ad un infarto. Spesso tornava tutto livido e si giustificava dicendo: “soffro di pressione alta sorella”. Quella sera doveva confessare un giovane, che avrebbe portato due pizze per mangiarle insieme e dopo sarebbe venuto da noi. Infilava la chiave nella toppa di casa, quando un uomo da destra lo chiamò; don Pino si girò, gli sorrise e disse: “me l’aspettavo”. Un altro, a sinistra, lo finì con un colpo solo dietro l’orecchio. Quello che mi sconvolge è che non ha reagito, non si è mosso. Era il 15 settembre, le finestre dei vicini erano tutte aperte, avrebbe potuto gridare, ma non lo fece. Una morte così non si improvvisa, la si può preparare solo attraverso una vita impegnata. Chi l’ha ucciso è un pentito, è un testimone di giustizia, per questo si sanno tutti questi particolari.

Padre Puglisi sarà presto Beato, è felice? Qual è la sua attività qui in questa contrada?

E’ sepolto a Palermo con Falcone, ma sarà spostato quanto prima perché Il 25 maggio lo faranno beato. Sulla sua tomba c’è un Vangelo aperto con una frase di Giovanni: “non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Sulla porta di casa dove è stato ucciso, invece, c’è una piccola targa con su scritto: “La mafia è forte ma Dio è onnipotente”. Ogni sera vado a letto stanca, la mia casa è un container, ma sono felice, è un’esperienza di povertà. Questa zona è un dormitorio, ci sono solo case, ma noi siamo le suore del buon samaritano, andiamo incontro alla gente, là dove c’è bisogno noi ci siamo. Ci vuole coraggio a stare qua, ma la Calabria è una terra bellissima ed io ne sono innamorata.

Ci può raccontare qualche aneddoto  su don Pino?

Diceva sempre sì a tutti. Sapeva ascoltare ma adorava parlare. Lui non era mai puntuale. Le persone ogni tanto glielo facevano presente: “ma don Puglisi, non mi aveva detto di venire alle nove… ? E lui rispondeva: “ma che ti ho detto io? L’appuntamento era alle 9, se non mi vedi per le 10, alle 11 te ne vai”. Era un prete povero, era solito mangiare dentro la scatoletta del tonno, per non sporcare il piatto, perché poi non aveva tempo di lavarlo. Qualche volta lo invitavamo da noi e gli mettevamo per scherzo i piatti uno sopra l’altro ed all’interno la scatoletta di tonno con un bigliettino: “tanto per non perdere il vizio”. Era una persona spassosa.