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Venerdì, 24 Gennaio 2020

Adele Cambria si racconta. Un viaggio nel Sud alla ricerca dei culti femminili

Nell’ultimo romanzo “In viaggio con la zia” (Città del Sole editore),  Adele Cambria (la prima da destra) ha ripercorso i luoghi della Magna Grecia, attraverso un itinerario culturale tra Calabria e Sicilia. Un racconto suggestivo e formativo, intriso di citazioni Nell’ultimo romanzo “In viaggio con la zia” (Città del Sole editore),  Adele Cambria (la prima da destra) ha ripercorso i luoghi della Magna Grecia, attraverso un itinerario culturale tra Calabria e Sicilia. Un racconto suggestivo e formativo, intriso di citazioni e letture, ma anche di temi di attualità, in cui l’autrice accompagnata da due ragazzine, ha percorso i luoghi dell’infanzia, segnati da mito, tradizione, cultura ed animati dalla storia di figure di donne, dee, regine, ninfe, poetesse, amazzoni.

Marilu' Prati, Rosetta Neto Falcomata', Oriana Schembari e Adele Cambria durante la presentazione del romanzo a Reggio Calabria
Un viaggio formativo che ha  posto al centro il ruolo della donna nelle tante sfaccettature e nelle tante battaglie per la conquista dell’indipendenza, tramite la lezione impartita dalle lotte femministe degli anni Settanta.
Giornalista e scrittrice, figura rappresentativa del giornalismo femminile in Italia, Adele Cambria ha diretto negli anni Settanta la rivista Effe ed è stata tra le fondatrici del Teatro “La Maddalena”,  figura di spicco della cultura dal dopoguerra, nata a Reggio Calabria, ma trasferitasi a Roma, ha esordito nel 1956 firmando per “Il Giorno”, fondato e diretto da Gaetano Baldacci, e collaborando a Il Mondo di Mario Pannunzio. Ha lavorato per le maggiori testate nazionali, da Paese Serra a La Stampa, Il Messaggero, l’Espresso di Arrigo Benedetti, quindi l’Europeo, nuovamente al quotidiano Il Giorno, poi a Il Diario della settimana, Specchio della Stampa, Il Domani della Calabria, L’Unità. Ha realizzato inoltre, diverse trasmissioni con la Rai, sull’immagine televisiva della donna e sul Sud Italia.
Nel libro, l'alter ego dell'autrice è una "Zia" cinquantenne, di mestiere giornalista, che ha organizzato un viaggio nel Meridione per le sue nipoti quattordicenni. Un Sud di fine estate, rivisitato attraverso le tante figurazioni del maschile e del femminile nel mito, che hanno condotto le due bambine alla ricerca della Dea, la figura primigenia, secondo le antiche culture del Mediterraneo, governatrice del creato prima dell’avvento del pantheon maschile, eterno archetipo dello spirito femminile, il reale poi, ha irrotto nella lunga vacanza attualizzando in maniera radicale il fantastico mondo degli eroi e delle divinità.  Le tre protagoniste hanno intrapreso un percorso che da Locri,  le condurrà lungo la scia della storia dei culti femminili.

Il romanzo ha un messaggio intenso e carico di emozioni, da trasmettere alle nuove generazioni di donne, ripercorrendo i temi che hanno animato le lotte femministe degli anni Settanta. Un monito  ad effettuare le proprie scelte di genere?

L’idea, partita nel 2000 – 2002,  di ripercorrere attraverso gli occhi entusiasti e smaliziati di due bambine 14enni, Nora e Yelena (Kashya), il  mito femminile della Magna Grecia, nei luoghi che mi sono appartenuti ed ho conosciuto, tra Calabria e Sicilia. Yelena, il cui vero nome è Kashya, è una ragazzina di Pietroburgo, dolce e sensibile, venuta a Roma per  le vacanze estive, affidata alla zia, che ha imparato la lingua italiana, ascoltando i racconti fatti in casa e poi c’è la figlia di una giornalista, più diretta e schietta, che metterà alla prova,  figurativamente il personaggio della zia. Un viaggio nei luoghi del Mediterraneo, dunque, con una Mary Poppins veterofemminista alle prese con due nipotine, una russa di grande fascino slavo, in affidamento temporaneo a lei e l’altra la vera nipote, prettamente italica, pungente e polemica. Un cammino d’istruzione “di genere”, in cui si sono fusi i simboli del mito, le rivisitazioni della letteratura femminista, le Grandi Madri, le Dee, con le tematiche imposte dal movimento delle donne, lo stupro, la sessualità, gli anticoncezionali, ma tracciati sempre con toni ironici e leggeri. La voce interlocutrice ha  accompagnato nel percorsole due bambine: “Ci immergiamo nel mare della Storia sconosciuta delle donne…” Con questa promessa è cominciato il viaggio snodatosi da Locri Epizephirii, dove c’è l’incontro magico con la dea Minerva, nei panni della moglie di un pescatore, incuriosita dalla presenza in caldo pomeriggio d’estate, di una donna adulta con due ragazzine. “Siamo femministe”, hanno risposte le nipoti alla dea, sviluppando l’identità, il ruolo e il sentire delle conquiste delle donne. La dea, dunque, ha ricordato che quella era la  città fondata dalle principesse di Locri, stufe di vedere i loro mariti sempre fuori casa a parlare di politica con dei ragazzini, insinuando con sottigliezza dubbi e ritrosie. Quindi le varie tappe, da Locri si è passati alla storia, sviluppando diverse tematiche: il  potere femminile che è sbagliato definire matriarcato, perché non corrisponde al patriarcato, intesocome una presa di potere con la gestione che ha portato alle guerre.

Nel libro, ha voluto compiere il viaggio nei luoghi della sua infanzia, rivivendoli con gli occhi di due ragazze, attente osservatrici dei cambiamenti avvenuti nel tempo. Una sorta di trasposizione della realtà, dove le ragazze devono continuare le conquiste…

Non mi sono sentita di consigliare mai nulla alle giovani. Vorrei, però,  che fosse indetto dalla casa editrice un concorso a premi tra le ragazzine delle scuole medie in Calabria, affinchè leggano il romanzo e  possano raccontare magari di aver tenuto anche loro un diario sugli avvenimenti della propria vita. I cambiamenti di ruolo a forza di spinte sono stati compiuti nel corso degli anni, ma è necessario proseguire nell’affermazione dei diritti delle donne. Sono partita a 22 anni da Reggio Calabria, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, avrei preferito iscrivermi alla facoltà di  lettere all’Università di Messina, ma per  sottrarmi al precariato dell’insegnamento, ho seguito gli studi giuridici. Dopo il trasferimento a Roma, incontrai un grande intellettuale il professore Salvatore Pugliatti, fu lui che mi spiegò chi era Picasso e mi propose di fare l’assistente, ma volevo diventare giornalista. Intanto, non sapevo ad esempio, che le donne nel ’53 non potevano entrare in magistratura. Quindi inviai la domanda, accludendo la laurea e chiedendo di partecipare al concorso in magistratura, ma  mi è stato risposto che avevo tutti i requisiti tranne il sesso. Da allora, ci sono stati diversi cambiamenti per affermare ed accrescere  il ruolo delle donne. Il mio desiderio di fare giornalismo, mi ha portato, purtroppo, lontano dalla mia città. A Roma, iniziai a girare le redazioni in cerca di una collaborazione.  Incontravo pochissime donne giornaliste e tutte mi guardavano con disapprovazione, essendo una giovane rivale.  Ho dovuto lottare tanto, perché il giornalismo non era considerato un lavoro per le donne. Adesso le cose sono diverse anche in Calabria. Quando lasciai Reggio Calabria, nel ’53, c’era solo la Gazzetta del Sud, al contrario adesso, quando ritorno nella mia terra  o vado in Sicilia, sono intervistata spesso da donne, giovani e di talento, che potrebbero avere una carriera brillante. Mi sono sentita indignata, dunque, quando sono venuta a conoscenza che vengono retribuite in modo non adeguato. E’ una realtà difficile, che può essere migliorata. Coloro che desiderano intraprendere la carriera di giornalista, devono prepararsi, studiare con attenzione e scrupolosità, seguendo gli insegnamenti giusti.