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Sabato, 21 Settembre 2019

Dalla valigia di cartone al Parlamento

I suggerimenti ai nuovi onorevoli italoargentini elargiti tra il serio e il faceto dati da un giornalista calabro-argentino. “La febbre della campagna elettorale è passata. E’ ora di ricomporsi e pensare al futuro.
Per gli sconfitti è finita ormai anche l’ansia e la drammatica preoccupazione di imparare a parlare bene l’italiano e di cercare di carpire qualche rudimento del linguaggio politico romano. Addio, insomma, a tante ansie notturne e ai sogni di gloria...
Ora i giochi sono fatti e quel ch’ è stato, è stato.
Per chi, invece, baciato dalla fortuna, ha vinto, si apre un mondo tutto nuovo e sconosciuto. Ci sono i rieletti, è vero, che tantecose le devono già sapere, ma per i nuovi è bene che sfoglino qualche manuale minimo su usi e costumi dei palazzi romani  del potere in cui si vedranno proiettati. Non è semplice, infatti, per chi è abituato ad altri modi e costumi, a un linguaggio diverso, riuscire rapidamente ad assimilare  gergo,  modalità e abitudini del mondo politico italiano, che ha -senza dubbio- tutta una sua consolidata e vissuta modalità procedurale di muoversi ed operare. Nelle piccole, come nelle grandi cose, nei momenti di stasi e in quelli più drammatici delle urgenze e delle prese di posizione inevitabili...
Attenzione, quindi.
Ma cosa raccomandare in concreto a queste matricole della politica italiana? Beh, bisognerebbe -ci pare- cominciare proprio dalla lingua. Il parlamento non è, come diceva ai suoi tempi il presidente Giovanni Leone, un “leggimento”, è un parlamento, bisogna parlare. E parlare in italiano.
Non correte, quindi, il rischio  dell’antico emigrato Cocolicchio, non “incocolicciate”, per favore, mescolando il dialetto, l’italiano e lo spagnolo, come comunemente fate. Tenete presente che il “jamón” argentino si chiama prosciutto, non  “camone”, insomma.
All’inizio non ci provate nemmeno a “prendere la parola” in tali sedi. Limitatevi ad ascoltare e intanto cercate di imparare bene la lingua, visto che ci avete tenuto tanto a diventare Onorevoli. Osservate molto come si muovono i  “colleghi” che trovate lì , come parlano, badate ai toni e alle sfumature infinite che hanno i “sì” e i “no” nella politica italiana.
Frattanto nei palazzi del potere godetevi la bellezza dei luoghi, rifatevi la vista con opere d’arte mai viste prima, con i grandi saloni, le statue, le scritte, i quadri, le luci, i monumenti. Pensate che vi tocca sedere su scranni già assegnati a uomini che hanno fatto la storia grande (e piccola) dell’Italia. Guardate, osservate, ammirate,  imitate. Ma -intendiamoci-  apprendete solo le cose buone. Perchè in quel mondo ci sono anche molti veleni: tentazioni, cose, iniziative e intraprendenze eccessive  in cui i politici italiani non sono davvero da imitare, anzi sono addirittura l’esempio di come non ci si deve comportare.

Palazzo Madama


Inoltre è importante non arrivare a Roma pensando che tutti lì  sono interessatissimi ai temi di cui voi vi considerate esperti: l’emigrazione, la storia, i problemi, le aspirazioni, le illusioni e i reclami della gente che voi andate a rappresentare. In genere, i vostri “colleghi” di lì non sanno di che si tratta e non stanno pensando certo alle nostre lagnanze. Per carità. Cauti, quindi, senza pugni sul tavolo e senza pretese eccessive. Voi pensate, per esempio, che la nostra emigrazione al Plata ha una storia straordinaria dal punto di vista umano ed operativo, un fenomeno  d’integrazione di massa che ha del miracoloso  e che meriterebbe di essere ricordato, riesaminato, valutato e studiato, ma lì non lo conoscono quasi per niente. Anzi, se in qualche momento vi doveste sentire appena tollerati nei consessi in cui vi toccherà stare, quasi ospiti non graditi, non vi offendete. Pagate volentieri il pedaggio dell’iniziazione e del fatto che “venite da lontano”.
Dopo tutto, non dimenticate mai che state passando dalla valigia di cartone dei nonni ai palazzi del potere.
Pensate che una volta l’aspirazione somma della nostra emigrazione in Argentina era “m’hijo el dotor”: vedere cioè il proprio figlio laureato. Voi siete andati oltre, siete diventati  “m’hijo el Onorevole”. Non capita tutti i giorni.
Infine, non vi inquietate se vi ricordiamo questecose: l’abbiamo detto, non è facile assimilare di punto in bianco le formalità e le sofisticazioni d’un mondo che vi si rivelerà completamente nuovo e diverso e che all’inizio sentirete anche un po’ ostile. Vi vogliamo dire soltanto di starci attenti e -questo sì- di non farci fare brutte figure nel rappresentarci.
Dopo tutto, in certe missioni, in certe circostanze è sempre più facile  sbagliare che indovinare. Ricordate l’episodio che si legge nella vita del grande Camillo Benso di Cavour: anche se lo conoscete, ve lo racconto di nuovo. Era il 1858 e l’Unità d’Italia era quasi tutta da fare. Cavour ne tesseva la complessa tela con la saggezza che la storia giustamente gli riconosce. Nel luglio del 1858, dunque, partiva da Torino per Plombières, nei Pirenei, per una delicatissima missione in un momento cruciale: doveva convincere Napoleone a partecipare al nostro “riscatto”, niente meno.  Il collaboratore più fidato che lo salutava alla stazione gli fece auguri e complimenti, gli ricordò dati e informazioni d’ultim’ora con  tante frasi d’incoraggiamento, anche perchè lo vedeva piuttosto pensoso. Cavour ascoltò tutto e fece nel commiato le raccomandazioni che doveva fare a chi lasciava in ufficio, poi al momento dell’ultima stretta di mano, alla partenza del treno, gli disse soltanto: “grazie, ma auguratemi una sola cosa: di non andare a fare minchionerie...”.
Lo vedete. Ed era Cavour. Quindi, non ce ne vogliate se insistiamo nel raccomandarvi di non farci fare brutte figure, di rendere omaggio -almeno mentalmente- alla valigia di cartone dei vostri antenati e di non fare minchionerie  nei palazzi romani dove i vostri nonni emigrati, quelli dei baffi ottocenteschi a manubrio, certo,  non sognarono mai di potere arrivare...”