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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

L’8 marzo per stigmatizzare il “femminicidio”

E’ l’altra faccia dei tanti cambiamenti e delle tante conquiste al femminile e delle sempre più famose, e spesso poco concretizzate,  quote di genere che una recente legge ha rivisto, imponendo un equilibrio nella rappresentanza di maschi e femmine ai E’ l’altra faccia dei tanti cambiamenti e delle tante conquiste al femminile e delle sempre più famose, e spesso poco concretizzate,  quote di genere che una recente legge ha rivisto, imponendo un equilibrio nella rappresentanza di maschi e femmine ai vertici delle aziende; e quella, più buia, che vede le donne vittime di mostri sociali dalle sembianze umane. La violenzadomestica, subita dagli uomini di casa, anche padri o fratelli, è l’aspetto più inquietante della violenza di genere, ma è soprattutto la prima causa di morte nel mondo per le donne tra i 16 e i 44 anni. Più degli incidenti stradali, più delle malattie. In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato, spesso compagni o ex compagni di anni di vita, padri di figli cresciuti insieme. Dati che lasciano poco spazio ai dubbi e sui quali vogliamo accendere i riflettori proprio nella giornata dell’otto marzo,  appuntamento che deve andare oltre il classico ramoscello di mimosa per ascriverle  contenuti e spunti concreti di riflessione. Alla base, inquietanti interrogativi sulle violenze. Perché si arriva a questo? Cosa scatta nella mente dell’uomo al punto da squilibrare il sentimento d’amore e di  trasformarlo in totale pretesa, distruttiva, di possesso? Ed ancora: cosa costringe la donna a non denunciare? Un mix esplosivo, visto che quando nel mosaico si combinano questi due tasselli, siamo già nel tunnel del “femminicidio”. Lo ha definito così una sentenza del 2009 e il termine arriva ai giorni nostri con tutta la connessa importanza “sociale” di riconoscere per nome un determinato riprovevole  comportamento. Lungi dall’essere collezione di fatti privati; sequenza, per quanto numerosa, di comportamenti singoli, il femminicidio  è, infatti,  un vero e proprio fenomeno collettivo, che ha tanti volti ed è,  soprattutto,  trasversale, senza differenza tra ceti sociali e culturali. Alla base c’è una disfunzione emotivo-mentale dell’uomo che, però, molto spesso non viene riconosciuta. Inoltre, non nasce a caso, ma quasi sempre è “anticipata” da tutta una serie di azioni e comportamenti rispetto ai quali non si può più  restare inerti. Ed è questo il punto cruciale. Di qui l’interrogativo: perché la donna non fa l’unica cosa che dovrebbe fare, ossia  allontanare da sé e per sempre l’uomo che la sta minacciando, denunciando già dai primi segnali di aggressione? Da questa tempistica, che in fondo è un atto d’amor proprio, dipende la sua “nuova” libertà, la capacità di spazzare via il ciclo della violenza e il suo crescendo insopportabile  nell’ambito del rapporto di coppia. Agli strumenti cui si può far ricorso, si sono aggiunti  quelli offerti dalla tutela penale che, in questi ultimi tempi, si è andata ampliando con una serie di misure che rendono più pesante la sanzione per chi  commette violenza:  il delitto di maltrattamento, sia sul frontedelle intercettazioni che sul termine di prescrizione che viene raddoppiato, ne è un esempio emblematico. E poi, proprio nel giorno in cui un uomo dà fuoco alla moglie a Roma, arriva anche il primo strumento giuridicamente vincolante per gli Stati in materia di violenza sulle donne e violenza domestica: la Convenzione di Istanbul per cui il valore aggiunto è il riconoscere la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e forma di discriminazione. Il trattato, sottoscritto dall’Italia nel settembre 2012 ed in attesa di ratifica, è di ampia portata, contemplando, nel suo obiettivo principe di contrasto al fenomeno, misure per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e i procedimenti penali per i colpevoli; ancora, definendo e criminalizzando le diverse forme di violenza contro le donne tra cui il matrimonio forzato, le mutilazioni dei genitali femminili, lo stalking. Ed allora, cosa fare perché la donna non resti abbandonata a se stessa? Serve sicuramente che le case rifugio, i centri di ascolto, i centri antiviolenza rispondano alla funzione per cui sono nati. E serve ancora tutto il supporto sociale che dovrebbe venire dagli enti locali. E’ un percorso ancora da costruire; ma un esempio può venire da centri come quello della città di Modena, dove l’uomo che compie violenza viene preso in carico ed aiutato a capire il perché del suo gesto. Intanto, scrivere, raccontare storie e fare dell’associazionismo tra donne una forza pulsante del territorio, è un passo importante per prendere coscienza, informare e sensibilizzare. Conoscere è sempre meglio che curare, soprattutto se il fenomeno in questione, a dispetto della modernizzazione ed evoluzione dei tempi, vede la condizione  delle donne tornare pericolosamente indietro.