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Domenica, 26 Gennaio 2020

L’ignavia è il peccato politico più grave. “Il Principe” 500 anni dopo

Roma: un convegno internazionale sul “Principe” di Machiavelli curato dal professor Gabriele Pedullà. È l’anno del “Principe” che - scritto nel 1513 - compie 500 anni il prossimo dicembre. L’opera rese famoso lo scrittore fiorentino (1469-1527) ed ha influenzato statisti, Roma: un convegno internazionale sul “Principe” di Machiavelli curato dal professor Gabriele Pedullà. È l’anno del “Principe” che - scritto nel 1513 - compie 500 anni il prossimo dicembre. L’opera rese famoso lo scrittore fiorentino (1469-1527) ed ha influenzato statisti, politologi e studiosi di tutto il mondo.

Niccolò Machiavelli


Uno dei primissimi omaggi al “Principe” è stato reso a Roma con un prestigioso convegno: “Il pensiero della crisi, Niccolò Machiavelli e il Principe”. Obiettivo: riflettere sull’attualità del pensiero machiavelliano attraverso interventi di esperti provenienti dal mondo letterario, storico e filosofico. Tredici studiosi di ultimissima generazione hanno offerto il loro prezioso contributo: Jérémie Barthas (Istituto Universitario Europeo), Guido Cappelli (Università di Extremadura), Paolo Carta (Università di Trento),Filippo Del Lucchese (Brunel University, Londra), Romain Descendre (Ecole Normale Superieure, Lione), Amedeo De Vincentiis (Università della Tuscia), Cristina Figorilli (Università della Calabria), Judith Froemmer (Università di Monaco), Andrea Guidi (Birkbeck University, London), Raffale Ruggiero (Università di Bari), Carlo Taviani (Istituto Italo-Germanico di Trento) e Cornel Zwierlein (Università di Bochum). A curare l’omaggio al “De Principatibus”, nella veste di direttore scientifico, è stato Gabriele Pedullà, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l'Università di Roma 3 e autore, tra l’altro, di “Machiavelli in tumulto. Conquista, cittadinanza e conflitto nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” (Bulzoni, 2011). Al professor Pedullà abbiamo chiestodi spiegarci perché “Il Principe” è ancora così attuale a distanza di cinque secoli.

Qual è stato l’obiettivo del convegno?

Mi sembrava importante fare il punto su come sta cambiando il modo di leggere Machiavelli. Per questo ho scelto di invitare studiosi provenienti da tutta Europa, selezionati tra coloro che negli ultimi anni hanno presentato alcune delle riletture più originali del suo lavoro.

L’idea era di capire se ci sono aspetti collettivi che vanno al di là delle singole prospettive di studio e lasciano intravedere l’affermarsi un nuovo potenziale paradigma di lettura del pensiero di Machiavelli. Negli ultimi trent’anni, il dibattito su Machiavelli è stato egemonizzato dalla scuola di Cambridge, e in particolare da due studiosi, Quentin Skinner e John G.A. Pocock. Pur nelle differenze tutti e due tendono a enfatizzare in Machiavelli l’autore dei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” ed a vedere, nell’autore fiorentino, un antenato della democrazia liberale contemporanea (anche se negli ultimi anni Skinner ha cercato di mostrare anche i parziali punti di differenza). Ne viene fuori un Machiavelli che non ha più nulla di scandaloso, contrariamente al modo in cui è stato letto per secoli.

Gabriele Pedullà docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Roma


Al convegno abbiamo cercato invece di riportare alla luce proprio gli aspetti meno conciliati del suo pensiero. Faccio degli esempi: Machiavelli è un teorico della bontà del conflitto e dei tumulti, in una dimensione che è non è solo quella dello scontro parlamentare di due forze che si contrappongono. Senza tumulti, per Machiavelli, non c’è libertà. Ma importantissimo (e sottovalutato) è anche il tema della guerra e della violenza come fondamento di ogni comunità politica. O quello, ancora più trascurato, dell’economia. Ne viene fuori un Machiavelli sicuramente repubblicano, ma soprattutto politicamente molto radicale. Probabilmente il pensatore politico più radicale prima della Rivoluzione francese.

Vi siete soffermati anche sul pensiero economico di Machiavelli?

La riflessione sul suo pensiero economico sta acquistando crescente importanza. Machiavelli, si è scoperto da poco, sviluppa una riflessione molto approfondita (quantunque non esplicita) sul debito pubblico fiorentino. Firenze è uno dei primi Stati a essersi dato un di pubbliche finanze che ricorda e in qualche misura anticipa il debito pubblico moderno, storture comprese. Machiavelli progetta di affrancare la sua città dalla dipendenza dai prestiti anzitutto liberandola dalla schiavitù degli esosi mercenari. Il tema della lotta ai mercenari è ben noto nella bibliografia machiavelliana. Machiavelli pensa che la “serva Italia” debba riacquistare la libertà attraverso un esercito di cittadini, ma al tempo stesso – come ha mostrato al convegno Jérémie Barthas – questa predilezione per la coscrizione obbligatoria ha ragioni non solo strettamente militari ma anche economiche. Firenze si indebitava soprattutto per pagare i condottieri di ventura; arruolare le truppe nel contado, tra i contadini della repubblicana, avrebbe voluto dire anche far saltare il sistema del debito da cui traevano vantaggio soprattutto le più ricche famiglie fiorentine, che prestavano i soldi necessari allo stato ricevendone in cambio interessi altissimi (anche il doppio di quelli pagati normalmente). La critica delle armate mercenarie va inscritta dunque nella costante lotta di Machiavelli contro lo strapotere dell’oligarchia finanziaria e commerciale di Firenze.

Che rapporto c’ètra la teoria politica e la teoria militare di Machiavelli?

Sono strettamente legati. Quello che a me sta a cuore è che con il passare degli anni Machiavelli sembra interessarsi sempre di più agli aspetti prettamente tecnici della guerra. Dal “Principe” ai “Discorsi” e dai “Discorsi” all’“Arte della guerra” assistiamo ad un progressivo approfondimento delle medesime questioni. Questa tecnicizzazione del suo pensiero mi ricorda l’evoluzione intellettuale di un altro grande pensatore politico, cioè Marx. Come Machiavelli, anche Marx parte da una formazione umanistica (nel suo caso filosofica); e come Machiavelli anche lui a un certo punto capisce che per parlare in maniera concreta delle cose che gli stanno a cuore e ribaltare la filosofia idealistica di Hegel non ha alternativa che dotarsi di un sapere radicato in una disciplina tecnica, che nel suo caso però non è l’arte militare, ma l’economia. Per Machiavelli invece il luogo dove si decidono la forza e la debolezza degli Stati è il campo di battaglia. Ed è per questo che Machiavelli si vede costretto ad andare sempre più a fondo nella sua riflessione sul modo in cui un comandante deve condurre le sue truppe in guerra. L’esercito è quello che per Marx è la struttura economica: il momento della verità. Tutto il resto viene dopo.

Nella sua relazione al convegno ha insistito molto sul ruolo degli ufficiali intermedi nella riflessione militare di Machiavelli.

Una delle novità della riflessione militare di Machiavelli è l’attenzione eccezionale che lui dedica alla dimensione più piccola della guerra, vale a dire al momento della tattica oltre che a quello della strategia. Quella che potremmo chiamare la microfisica della battaglia.

Antonio Gramsci considera positivamente la lezione di Machiavelli. Per l'autore dei "Quaderni del carcere" il moderno Principe "dovrà  incarnarsi nell’azione di un partito politico rivoluzionario".


Nella trattatistica medievale e umanistica, principalmente ispirata alle opere dei romani Vegezio e Frontino, c’è spazio per la mente del generale e per il braccio del soldato, mentre il problema della connessione tra le diverse unità viene del tutto trascurato. Al contrario Machiavelli, rifacendosi al trattatista greco Eliano, da poco tradotto in latino, scopre la dimensione intermedia degli ufficiali di collegamento, cioè i decurioni (uno ogni dieci soldati), che hanno il compito decisivo di assicurare la compattezza della formazione e – per proseguire la metafora corporale – rappresentare un poco il sistema nervoso dell’esercito. È un problema tecnico ma non solo. Potremmo dire anzi che nella riflessione machiavelliana sul modo in cui si può far arrivare l’impulso dello stratega ai singoli soldati si coglie in nuce il senso più profondo del realismo machiavelliano: che non è la rinuncia ai grandi progetti, ma al contrario l’insistenza sulla necessità di ricondurre sempre la parte al tutto, e di non accontentarsi della pianificazione generale se non poi si sa come mettere in pratica il disegno complessivo. In questa esigenza di concretezza politica e guerra si assomigliano molto.

Il potere della Chiesa cattolica si è affievolito nel corso del tempo, l’Italia è unita da 150 anni e non è più un accozzaglia di ducati o staterelli che giocano a farsi la guerra. Però siamo lontani dall’aver raggiunto un sistema politico efficiente. Secondo lei quali commenti farebbe Machiavelli dinanzi all’Italia del 2013?

Nessuno può sapere cosa Machiavelli direbbe nella situazione attuale. Se non altro però possiamo indicare quale tradizione di giudizi sui mali dell’Italia è stata costruita a partire dalle sue parole. A partire dal Risorgimento, un gran numero di riflessioni prima sulla divisione italiana prima e sulla debolezza dello Stato nato dal processo unitario poi hanno insistito sul ruolo disgregante di un potere alternativo come quello della Chiesa. Gli italiani, secondo questa lettura, pagherebbero la “doppia fedeltà” cui sono stati educati per secoli; il senso dello Stato languirebbe insomma per la concorrenza del Vaticano, al quale si può imputare di avere abituato i cittadini a “contrattare” una parziale “disobbedienza” dalle istituzioni civili. Dietro questa interpretazione si avverte nettamente la presenza delle riflessioni di Machiavelli sul Patrimonio di San Pietro come ostacolo alla creazione di un soggetto politico unitario nella penisola. Quasi che, portato a compimento il Risorgimento, gli italiani avessero continuato a riproporre una ancestrale condizione di fedeltà limitata alle istituzioni. Oggi questa lettura risorgimentale è contestata da più parti, ma è difficile negarle alcuni elementi di verità.

Cinquecento anni dopo la stesura del “Principe”, papa Benedetto XVI rinuncia al pontificato, suscitando un grande clamore. Circa duecento anni prima della stesura del Principe, nel 1294, si dimise un altro papa, Celestino V. Secondo lei l’effetto suscitato dalle due rinunce è lo stesso? E ancora: la religione è diventata “un mezzo per tenere unita la popolazione nel nome di un’unica fede”, come Machiavelli auspicava?

Le dimissioni di Celestino V e di Benedetto XVI sono imparagonabili. Il primo fu probabilmente forzato a rinunciare al proprio titolo papale; al contrario di papa Ratzinger che cerca di rispondere alle esigenze della Chiesa moderna, che non può affidarsi ad un sovrano pontefice non più in grado di svolgere compiutamente le sue funzioni. Vale la pena di ricordare gli ultimi anni della vita di Wojty?a, quando era malato e incapace di seguire la macchina amministrativa della Chiesa. Sono stati anni di grandi malumori all’interno delle gerarchie ecclesiastiche e della comunità dei fedeli, in quanto, con il papa in quelle condizioni disperate, non si sapeva chi effettivamente gestiva il potere concreto (probabilmente lo stesso Ratzinger). Machiavelli amava poco la Chiesa di Roma, ma dava un grande valore a quella che noi oggi chiamiamo la “religione civile”: una religione pensata per creare appartenenza, legame; non a caso religione viene dal latino “religare”, che significa tenere assieme. E qui conviene ricordare sempre che nella Firenze del tempo di Machiavelli non c’era una singola cerimonia civile che non fosse accompagnata da una cerimonia religiosa, con tutte le sue connotazioni rituali specificamente fiorentine. La religione civile non ha necessariamente una natura confessionale, specie nelle attuali società pluraliste e multiconfessionali. Per esempio, siccome per Machiavelli la religione deve potenziare la coesione e non dividere i cittadini, dal suo punto di vista nell’Italia di oggi il cattolicesimo non potrebbe mai essere una religione civile efficiente in quanto non condivisa da tutti gli abitanti della penisola. In casi come questi serve un minimo comun denominatore più ampio, capace cioè di accogliere anche le altre fedi, dai valdesi agli ebrei, e dai mussulmani ai buddisti. Senza dimenticare gli atei. Perché una religione che funzioni al giorno d’oggi deve essere in grado di mobilitare anche loro.

Sembra che la classe politica abbia strumentalizzato le parole di Machiavelli, il quale sosteneva, è vero, la separazione della politica dall’etica, ma per il perseguimento di fini nobili e giusti, che dovevano essere conseguiti anche a costo di utilizzare metodi crudi e violenti. Secondo lei, oggi, con le dovute differenze, è possibile attuare una buona politica del tutto priva di influenze etiche?

La formula secondo cui Machiavelli sarebbe colui che ha separato la politica dalla morale è senza dubbiola formula più famosa della critica machiavelliana del ventesimo secolo. La si deve a Benedetto Croce, che la espresse in un articolo uscito all’indomani del delitto Matteotti. Si tratta di una frase famosissima, assieme a quella secondo cui il fine giustificherebbe i mezzi. Volendo riassumere il problema del rapporto tra politica e morale in Machiavelli, comincerei ricordando che tutto il pensiero etico rinascimentale ruota attorno alla condanna della figura del tiranno. Il tiranno è il cattivo governante per eccellenza, indipendentemente dal fatto che sia un signore o un magistrato repubblicano. La sua fisionomia, anche per questo, rimane sfuggente. Proprio per questa difficoltà di riconoscere a colpo sicuro un tiranno i grandi esperti di diritto avevano cercato sin dal Trecento di individuare dei segni precisi che cancellassero ogni incertezza e permettessero di bollare un governante con questo appellativo (che, nella giurisprudenza del tempo scioglieva tutti gli obblighi dei sudditi e dei cittadini nei suoi confronti). Da cui un lungo e minuzioso catalogo di azioni interdette. Tiranno è chi cerca di mettere i suoi concittadini gli uni contro gli altri, chi mira a impossessarsi delle loro ricchezze, chi passa di guerra in guerra per evitare che, perdurando la pace, gli abitanti del suo Stato possano decidere di sbarazzarsi di lui (il tiranno utilizzerebbe insomma l’emergenza del conflitto esterno per rafforzare il proprio potere)… E così via. Il pensiero di Machiavelli prende forma in questo contesto. E il vero scandalo del “Principe” è che per lui non sono più le singole azioni a decidere di chi è tiranno e di chi non lo è. Anzi, il termine tiranno non è pronunciato neanche una volta sola nel “Principe”, anche se questo non vuol dire affatto che per Machiavelli tutti i principi siano uguali. La distinzione tra principi buoni e cattivi rimane in piedi, ma non va più cercata nei vari gesti isolati compiuti da ciascuno di essi. In altre parole, non basta più una sola azione tirannica per essere automaticamente bollati come tiranni. Machiavelli invita piuttosto a giudicare del comportamento complessivo, perché riconosce che talvolta anche i buoni sono costretti a ricorrere a stratagemmi non perfettamente accettabili da un punto di vista morale per assicurarsi il successo nello scontro con i malvagi: non rispettare i patti, tramare nell’ombra, ricorrere alla violenza…L’argomento di Machiavelli toglieva ovviamente forza alle armi di coloro che all’inizio del Cinquecento utilizzavano la giurisprudenza per denunciare la propensione tirannica di determinati sovrani o magistrati ingiusti. Rifacendosi a Machiavelli qualunque principe, infatti, da quel momento avrebbe potuto rinviare alla necessità che lo aveva costretto ad agire contro i principi dell’etica, depotenziando la forza della complessa casistica elaborata dagli uomini di legge per denunciare pubblicamente la vera natura dei governanti malvagi. Ed è per questo che molti dei primi lettori di Machiavelli gridarono legittimamente allo scandalo. Il mondo politico di Machiavelli è straordinariamente moderno, perché invece di fondarsi su una rigida contrapposizione tra bianco e nero, ci insegna che gran parte dello spazio della politica è di colore grigio, se non altro nel senso è molto difficile stabilire con esattezza se un politico sta operando per il benessere dei suoi cittadini o se invece è interessato unicamente al proprio tornaconto privato (la colpa principale dei tiranni, secondo l’insegnamento di Aristotele). Ma questa amara considerazione di Machiavelli non vuol dire che nella sua opera viene a cadere ogni rapporto tra politica e morale: vuol dire semplicemente che questo rapporto si è fatto molto più complicato rispetto a quanto avevano creduto i giuristi del Trecento come Bartolo di Sassoferrato. Questo guadagno intellettuale ha però un prezzo. La maggiore complessità dell’approccio di Machiavelli si ottiene infatti a spese della efficacia nella lotta ai tiranni. E questo non dobbiamo dimenticarlo mai: anche perché, se Machiavelli è stato sicuramente un genio, sarebbe assurdo pensare che i suoi avversari fossero degli ingenui o che non avessero delle ottime ragioni per criticare il suo approccio alla grande questione del male in politica.

L’ignavia può essere considerata tutt’ora come uno dei peggiori difetti dei politici?

L’ignavia è il peccato di Celestino V, il papa che dantescamente ha fatto “il gran rifiuto”. Come insegna il “Principe”, Machiavelli è invece un teorico del coraggio e persino dell’impulsività. Non solo infatti la fortuna aiuta gli audaci, ma, come leggiamo nel “Principe”, essa è donna e come tutte le donne ama i giovani impetuosi, che sono soliti “batterla” per costringerla a ubbidire (una immagine non proprio politicamente corretta ma che descrive bene l’immaginario politico sessuato degli uomini del suo tempo). Il successo, insegna Machiavelli, dipende dalla capacità di prendere la fortuna al volo. Mentre l’uomo troppo “respettivo” o come diremmo oggi prudente, finirà immancabilmente per mancare le opportunità che gli sono offerte. Da questo punto di vista è vero: nella prospettiva di Machiavelli, l’ignavia è forse il peccato politico più grave.