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Martedì, 15 Ottobre 2019

L’ultimo sindaco borbonico di Napoli

Il calabrese Giuseppe Pignone, ultimo sindaco borbonico di Napoli. In un libro di Vincenzo Diego il crepuscolo del Regno delle Due Sicilie. “Le luci dell’immenso palazzo reale stavano per spegnersi. La clessidra della storia, per i Borbone, stava per far cadere gli ultimi granelli di tempo”: con  queste parole, molto evocative per la verità, Vincenzo Diego tratteggia nel suo libro il crepuscolo del Regno delle Due Sicilie, lo scenario in cui si snoda la vicenda politica ed umana dell’ultimo sindaco borbonico di Napoli, Giuseppe Pignone d’Alessandria, marchese d’Oriolo. “I gigli recisi, Giuseppe Pignone del Carretto e la fine del regno borbonico”, questo il titolo del volume appena uscito per i tipi di Valentina Porfidio Editore, in cui l’autore narra la bella e suggestiva storia dell’aristocratico calabrese, che re Ferdinando II, nel 1857, aveva chiamato a ricoprire la carica di primo cittadino della capitale del Regno. Giuseppe Pignone era nato ad Oriolo, in Calabria Citra, l’8 maggio del 1813 da Carlo e Isabella Pignatelli dei duchi di Montesarchio Irpino. Ancora oggi, in questo piccolo centro dell’alto Ionio cosentino, il castello, tra i più imponenti e ben conservati della Calabria, costituisce la vestigia del potere e della magnificenza del nobile casato. La famiglia del marchese, di antica e potente nobiltà di origine provenzale, era infatti molto influente a quel tempo presso la corte dei Borbone. E proprio le frequentazioni a corte valsero al futuro sindaco di Napoli la fiducia del sovrano, che lo volle in quel posto di grande prestigio e responsabilità, dopo Andrea Carafa dei duchi di Noja. Non si può dire che il suo mandato lo svolse in un clima di calma piatta Giuseppe Pignone.

Il castello di Oriolo (Cs)


Dalla morte di “Re Bomba” all’ingresso di Garibaldi in città, tutti gli avvenimenti che accompagnarono i suoi anni al palazzo del municipio furono di una intensità straordinaria. Compreso il matrimonio tra Francesco II e Maria Sofia di Baviera, ultimo evento di grande fastosità di una dinastia che si avviava fatalmente al tramonto, che lo vide nei panni di organizzatore dei festeggiamenti civili. Non c’è dubbio però che la parte più interessante del volume è quella che riguarda la trattativa tra il Pignone e Garibaldi, che precedette l’ingresso di quest’ultimo in città il 7 settembre 1860. È una pagina di storia drammatica, in cui sui consuma la fine del regno borbonico e, tra tradimenti e cambi repentini di casacca, il passaggio di consegne delle chiavi della città all’ “Eroe dei due mondi”. Emblematica a tal riguardo è la scena della partenza del re per Gaeta, descritta piacevolmente da Diego: “Il momento era arrivato, il Palazzo Reale salutava per sempre Franceschiello e la sua Corte. Francesco II non lo immaginava, ma la sua città non la rivedrà più. Uscito dal palazzo in carrozza, con la moglie Maria Sofia e due gentiluomini di corte, si accorse che più avanti nella farmacia reale del dott. Ignone, ancora poche ore prima suddito devotissimo, alcuni operai stavano staccando dall’insegna i gigli borbonici”. Sul piano storiografico spicca in particolare il rifiuto del sindaco Pignone di decretare l’annessione di Napoli al Regno Sabaudo, prima che Garibaldi ne assumesse il governo. Si trattò di un estremo sussulto di dignità di fronte alle pretese di Cavour e dei piemontesi. Più un gesto simbolico in verità, che un atto dalle conseguenze politiche significative e durature: un mese dopo sarà lo stesso Garibaldi a firmare il decreto di indizione del Plebiscito che formalizzerà l’annessione dei territori che furono del Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia.

Una vista notturna del Castello di Oriolo (cs)


L’8 settembre del 1860, il giorno dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, il marchese d’Oriolo rassegnava, irrevocabilmente, le dimissioni dalla carica di sindaco. Il Dittatore avrebbe voluto che rimanesse al suo posto, ma Giuseppe Pignone fu irremovibile, dando così prova della sua coerenza, ma anche una lezione di dignità in un frangente della storia meridionale in cui a predominare erano abbondantemente il trasformismo, l’opportunismo, i voltafaccia. E che Garibaldi avesse in gran considerazione questo nobile calabrese, lo si evince dalla parole che gli dedicherà in una lettera del 10 settembre 1860: “So che l’opera Sua, a giudizio dell’universale, è riuscita utilissima al Municipio, e di ciò, che la onora, io pure le rendo grazie. Confido che non sia lontano il momento in cui io possa rivederla in qualche pubblico ufficio, degno di Lei”. Rimane un dubbio, in ogni caso: incontrando Garibaldi a Salerno, il Pignone volle solo concordare il suo ingresso in città, in modo da evitare inutili spargimenti di sangue oppure volle contribuire, sia pure indirettamente, alla sua impresa di unificare l’Italia? Difficile a dirsi, e questo il libro non ce lo dice. Forse entrambe le cose, il che sarebbe stato anche plausibile, vista la temperie.