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Sabato, 29 Febbraio 2020

La Sila di Virgilio e il game di Baricco

Cinque del mattino. Buio, silenzio, pace. E freddo. Inizio la lunga colazione che accompagna l’entrata nello stato di veglia: due boccali d’acqua. 

Avvolto in una coperta. E con in testa la calottina di lana grigia che portavo ieri durante il cammino. Ho sognato di fare politica: strano, perché la politica ed io siamo come il diavolo e l’acqua santa. Provo a decifrare il sogno. Ma con calma. Oggi sarà una giornataccia. Spero di non dissipare in poche ore l’effetto antidepressivo della piccola avventura di ieri. Ho dormito perfettamente e mi sono alzato dal letto senza sforzo. Seconda fase: una mela e sette mandorle. Il mio impegno in politica nel sogno rappresenta forse la tragica illusione di riuscire a cambiare il mondo. Che non è mai cambiato e non cambierà. Il potere e il successo economico sono i soli valori di riferimento. L’alta finanza regola il gioco. Il “Game” di cui parla Alessandro Baricco nel suo libro non è affatto la rivoluzione digitale, come vuol farci credere, ma, più prosaicamente, l’informatica al servizio dell’alta finanza. La massa di Elias Canetti non è che un gregge belante in cerca di quel po’ d’erba fresca che gli sarà concessa dal padrone. Ma sto divagando! Sono passato, intanto, alla terza fase: pane nero tostato con miele ed un bicchiere d’orzo fumante. Non chiedetemi se è salutare, se sono gli alimenti giusti: nella sequenza tutto ha un senso solo per me. Ieri sera, prima di addormentarmi, ero in fuga dalla realtà. Tolkien la chiamerebbe evasione (in “Albero e foglia” la paragona a quella del prigioniero). Sì, perché nei panni della massa ben regimentata io ci sto stretto. E tutte le volte che posso, senza venir meno ai doveri che la vita mi ha procurato, evado, mi stacco dalla massa, cerco di seguire solo me stesso. Sabato sera ci sono riuscito. Ho avuto un po’ di tempo per riflettere. Sul cammino del giorno appresso, intendo. E’ la volta della Sila Grande. Avverto Sasà Pellegrino, il genius loci delle montagne fra la Sila Grande e la Sila Greca, l’Aragorn di Monte Altare, della valle del Trionto, di Monte Paleparto. Non è un guerriero, non porta al fianco una spada elfica. E’ un uomo mite e generoso, sempre fuori dalla massa. Arriviamo al Rio Fossiata alle 8,30. La foresta è ancora nell’ombra. Meno sette gradi centigradi. Soffro un po’. Ma dopo appena dieci minuti di cammino con le ciaspole devo alleggerirmi. Oggi è l’ultimo giorno utile di questa breve perturbazione per vedere la meraviglia della neve nell’antico bosco da resina di Gallopane. Quando arriviamo, dopo un paio d’ore di cammino, ai pini larici giganti, trovo esattamente quel che il mio cuore aveva immaginato. Le rosee cortecce di queste conifere pluricentenarie completamente strinate dalla neve e dal gelo. Le ritraggo nell’esatta inquadratura che avevo immaginato la sera prima, mentre, con gli amici dell’Associazione Santi Quaranta Martiri, attraversavo all’indietro la macchina del tempo, in una vecchia casa del centro storico adibita a sacrario della memoria. Senza luce artificiale, a lume di candela, dinanzi al focolare. Mentre mani esperte calavano nell’olio bollente piccole forme di grispelle. Mentre sorseggiavamo del forte vino rosso. Fissando il fuoco vedevo il destino del giorno appresso. Me la rido un po’ di Baricco, del suo libro, della sua lunga preconizzazione sul futuro del mondo dominato al “Game”, scuoto la testa all’affermazione secondo cui quelli della Silicon Valley californiana, con le loro innovazioni, avevano in mente di impedire che si ripetano gli orrori del Novecento: ma perché, dopo la seconda guerra mondiale i conflitti non li abbiamo forse esportati in tutto il mondo? E non ne abbiamo avuto uno tragico, come quello Jugoslavo, anche nel cuore della “pacificata” Europa? Il “Game” ha prodotto solo più omologazione, più obbedienza, più illusioni. Mentre l’ira sta montando. Per ora, solo in disorganiche ribellioni. Non solo con le fughe dal Terzo Mondo, ma anche con le contestazioni in Occidente. C’è però, dietro l’angolo, uno tsunami di diseredati, di arrabbiati che esploderà. Altro che “Game”! Altro che gioco! Altro che realtà virtuale! Altro che “oltremondo”! Fossi in Baricco smetterei di credere all’artificiosa creatività che insegnano alla Scuola Holden e comincerei a imparare qualcosa dalla realtà. Io, intanto, mi godo la sacca di memoria che sopravvive nel bosco di pini, continuazione ideale della visione avuta nel fuoco la sera prima. Torno a quando le conifere della Grande Sila di Virgilio venivano lasciate vivere perché dal loro cuore si ricavava la resina, la pece bruzia, “servibile a molti usi”, come scrive Dionigi d’Alicarnasso. Procediamo affondando nella neve alta nonostante le ciaspole. Con il sole che, innalzandosi nel cielo, scaccia il gelo dell’aria. Dai rami cade polvere di diamanti, come una frusciante cascata di pulviscolo. Seguiamo le tracce di un grosso animale. Sotto un pino, ecco il giaciglio ove ha dormito. Poi, d’improvviso, l’apparizione: un cervo con i palchi incastrati tra i rami bassi di un faggio. Pochi attimi di pura estasi, di immersione in una realtà che quotidianamente dimentichiamo. Ma che pure è sempre lì, si perpetua, resiste. Non per il nostro divertimento, non per farci ottenere più like il giorno dopo sul “Game”, ma per mantenere equilibrio, armonia, bellezza, senso, sul pianeta azzurro che abbiamo insozzato con la nostra ingordigia, che abbiamo ridotto ad una giostra, un casinò per i nostri stupidi, infantili, boriosi giochini.