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Sabato, 21 Settembre 2019

Serretta della Porticella. Caterina, i dendronauti, l’oracolo del Pollino

Non li aveva mai visti, Caterina, quei guerrieri catafratti che sfidano gli elementi sulle alte cime del Pollino.

Pollino. Serretta della Porticella

Oltre i duemila metri di quota, dove nessun’altro albero osa arrischiarsi. Non aveva mai guardato le radici serpiformi, i tronchi immensi, le cortecce a mosaico, i rami protesi verso il cielo come membra di oranti. Caterina l’avverte come una mancanza, troppo acuta per un errante. Perciò, nel giorno del suo compleanno, va a rifugiarsi nel Macondo del Pollino: San Lorenzo Bellizzi, il paese cui si sarebbe ispirato Gabriel Garcia Marquez nei suoi “Cent’anni di solitudine” se fosse nato in Calabria. A dormire in una vecchia casa di pietre amorevolmente restaurata. Nel luogo dove bellezza, accoglienza, spazio, tempo, silenzio sono i soli lussi che questa piccola comunità di eremiti può offrire. E che siano questi i nuovi lussi delle società opulente dell’Occidente ce lo conferma Tierry Paquot nel suo “Elogio del lusso”.

Camera con vista sulla “Jacca ‘i Varrili”, l’immane colpo di scure che dà vita alla Gola di Barile, separando Timpa di San Lorenzo da Timpa di Porace e Timpa di Cassano. E da lassù, Caterina lancia trepidi, silensiosi richiami agli altri erranti sparsi per il mondo.

Pollino. Pino loricato su Serretta della Porticella.

Da buon junghiano, non lascio mai cadere occasioni e coincidenze. E così mi offro subito di accompagnare l’adepta del nostro “Ordine Pedestre dei Camminatori Erranti” in questo rito oracolare, in questa ricerca del mito. Da quelle creature, infatti, si va come gli antichi greci al Santuario di Delfi: per ricevere vaticini, divinazioni, illuminazioni.

Al mattino presto arranchiamo fra le gigantesche forme telluriche dell’alta valle del Raganello. Se posso, salgo sempre da qui al nostro santuario, non per la via più nota. E’ l’antico sentiero di Casino Toscano, cui si giunge da Civita o da San Lorenzo per una via molto malmessa. In pochi vengono qui. Benché questa valle remota sia ancora abitata dagli eroici epigoni dell’antica civiltà contadina del Pollino. Ne incontriamo uno, con un gregge di capre e pecore e quattro grossi cani pastore. Vive in una masseria dove siamo già stati a comprare del formaggio dalle mani della vecchia madre, che pare uscita da una fiaba omerica.

Tutto è avvolto in una nebbia spettrale. Ma la nebbia è esattamente ciò che il mio cuore desiderava. Perché errare nella nebbia è un privilegio unico: come specchiarsi nell’abisso indistinguibile del proprio animo. Dove tutto è velato e indecifrabile e misterioso e onirico.

Pollino. Grande Porta del Pollino. Fra i faggi

L’autunno precoce ha colorato i faggi e gli aceri. Resistono ancora gli ontani, i cerri, i pioppi. Il terreno nel bosco è un micro paesaggio. Con le foglie, l’erba, i funghi, i frutti, i rami, l’humus, la rugiada. Ragioniamo di una frase di Nietzsche suggerita da un’amica. Nietzsche osserva come nel dono altruistico, il donatore attinge a un suo desiderio prima ancora che a un bisogno dell’altro. Lo stesso concetto che aveva espresso già Max Stirner, al quale – secondo prove documentate – Nietzsche si ispirò. E mi sovviene anche un episodio del viaggio in Italia di Goethe. Nel percorrere da solo in carrozza un’ardita strada che scendeva verso il Lago di Garda, il poeta ordinò al vetturino di fermarsi. Scese e sostò a lungo ad osservare il paesaggio magnifico. Il vetturino, sentendolo singhiozzare, gli chiese cosa fosse successo. Goethe rispose: “piango perché non ho un amico con cui condividere tutta questa bellezza”. Bene, oggi è come se vedessi per la prima volta i luoghi, nonostante sia venuto qui decine di volte. Perché li osservo con gli occhi di Caterina! Perché faccio mio il suo stupore! Perché sono lieto di avere accanto i miei amici!

Al limite superiore dei faggi, un cartello indica le gelide sorgenti del Raganello: chi potrebbe immaginare che sotto le grandi “timpe” di pietra quel rivolo forgia nella nuda roccia i suoi gironi infernali! Le fronde degli ultimi faggi fluttuano nei loro colori infuocati. Poi, oltre il limite della vegetazione arborea, l’orlo della Grande Porta del Pollino. La nebbia nasconde la vista dei piani che fece dire un giorno, ad una giovane straniera che portai con me: “Ma questo è … il luogo più bello che abbia mai visto!”

Pollino. Serretta della Porticella. Sotto un Pino loricato

Entriamo fra i guerrieri di Serretta della Porticella. Sono alberi certo. Ma non comuni. Pini loricati li chiamano. “Pioche” in dialetto locale. Sono venuti fin quassù, nei millenni, per sfuggire all’invadenza delle altre specie arboree. Anche loro sono eremiti. Vivono in rade comunità di giganti millenari (i più grandi hanno anche 1200 anni di vita). Non recano altra arma se non la loro magia oracolare, la loro deità incarnata. La nebbia è la loro atmosfera, il velo attraverso cui traspare l’essenza soprannaturale. I dendronauti hanno svolto il loro compito: come amanti degli alberi (da “dendros”, che in greco significa legno) hanno vagato in cerca del loro vello d’oro. Caterina è giunta a Delfi. La scortano sino all’oracolo del Pollino, per ascoltare l’antico vaticinio: “Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie?”

*Foto di Francesco Bevilacqua.