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Mercoledì, 24 Luglio 2019

MONTE FAGGIO, I DUE MARI, IL TRAMONTO. La preghiera e la festa (vera) di due privilegiati matti

Pranzo di Natale. Mi limito alla prima portata. Sono già vestito da cammino.

Come scrive Henry David Thoreau, non mi sento in pace con me stesso se ogni giorno, quando ne ho l'opportunità, non cammino almeno quattro ora in natura. Mi congedo dai parenti che ancora stanno all’inizio del banchetto: sanno che sono un po’ matto.

M. Faggio. Faggi illuminati dal tramonto*

Oggi è comparso un Sole abbacinante, dopo giorni di pioggia. Come se l’astro che dà la vita alla Terra volesse riappropriarsi della sua festa. Il 25 di dicembre, infatti, per i romani era il giorno natale del Sole Invitto. La nascita di Gesù fu inventata molto tempo dopo, nel IV secolo, allorché la Chiesa scelse proprio quel giorno per cancellare l’antica festa pagana. Come del resto fece, con abile opera di rimozione e sovrapposizione, con tutti i culti pre-cristiani. I nuovi riti vennero solennizzati a partire del 354 per volontà di Papa Liberio. Lo spiega l'archeologo Francesco Cuteri in un prezioso libretto edito da Rubbettino dal titolo "La vera storia del Natale".

Un solo errante, Alessandro, ha la faccia tosta come la mia. Abbandona anche lui il pranzo senza esitazione. Passo a prenderlo. Non abbiamo nulla di preciso in programma. Vogliamo solo uscire dal mondo degli umani, salire verso l'alto, avvicinarci a quel cielo terso inondato dal Sole Invitto. In silenziosa intesa proseguiamo in auto verso la montagna alle spalle della città. Da queste nostre piccole, anguste, arretrate, "invivibili" città del Sud, ci vuol poco ad evadere ed a trovarsi in piena natura. Ci sentiamo due pazzi che scappano dal manicomio, come Jack Nicholson e il gigantesco indiano in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman. 

Crinale M. Faggio, la pineta al crepuscolo*

Lasciamo l’auto a Sambate di Platania. Ci inguainiamo ben bene. A mille metri oggi fa molto freddo. Pensiamo ad una passeggiata ordinaria. Un itinerario usuale sulle montagne del Reventino, quelle che io chiamo “le montagne di casa.” Sempre Thoreau: “I dintorni offrono ottime passeggiate; e sebbene per molti anni io abbia camminato quasi ogni giorno […] non ne ho ancora esaurito tutte le possibilità. Una prospettiva assolutamente nuova rappresenta una grande felicità, che può venir colta in qualsiasi pomeriggio.”

Ci incamminiamo incerti, inconsapevoli nel “nostro” pomeriggio: neppure noi sappiamo precisamente perché siamo stati colti da questo bisogno impellente ad un’ora così tarda. Sotto l’anemometro che qualche impalatore di montagne ha piazzato quassù per misurare il vento, si ode un sibilo violento. Come se quella creatura impalpabile che spazza mari, pianure e montagne si fosse ribellata alla tracotanza dell'uomo che pretende di imprigionarlo e volesse buttar giù quell’orrenda, malaugurante antenna metallica. Più avanti, su un noto cumulo di rifiuti (computer, carcasse di auto e moto, macchinette da gioco perfino) sono cresciuti i rovi, come per renderlo invisibile.

Alla prima altura fuori dai vecchi castagni ci avvediamo che qualcosa di prodigioso è in atto in questo piccolo-grande pezzo di mondo. Si distinguono perfettamente sia il Tirreno che lo Ionio. Verso sud le nubi stanno rapidamente svanendo. E l’Istmo di Marcellinara, che divide la Sila dalle Serre e costituisce il punto più stretto dell’intera Penisola, è di una nitidezza cristallina. Si scorgono perfino le case, i filari di ulivi, le strade, i paesi. Sino al Golgota di pale eoliche che devasta le alture a sud. Anche il cumulo di eternit abbandonato a margine della stradina che da anni abbiamo denunciato alle autorità è ormai coperto dalle felci. Dopo gli ontani napoletani che stanno gradualmente riconquistando il crinale che gli fu sottratto dall’uomo, ecco i pini dei rimboschimenti. Ondeggiano come bandiere spazzate da raffiche furenti.

M. Faggio. In lontananza l'Etna fumigante*

Le pozze sulla stradina sono ghiacciate. Dure, nel fango, le tracce delle moto da cross e dei quaad che scorrazzano da queste parti. Oggi no. Nessuno, oltre noi, è venuto quassù: troppo occupati a rispondere agli ordini inespressi delle feste, a conformarsi ai comportamenti coatti. In così poco spazio si assembra tutto il male che come uomini abbiamo fatto alla Terra e tutto il bene che ella ci restituisce nonostante tutto.

A Capo Bove scorgiamo nel cielo un conciliabolo fra nuvole, sole, vento e linee d’orizzonte. Capiamo che forse possiamo farcela a raggiungere Monte Faggio in tempo per il tramonto. Saliamo rapidi, fiottando vapore dalla bocca, incespicando nel nugolo di basse piante spinose che tappezza il sottobosco dei pini e facendo la gimcana fra le ginestre che attorniano la cima. Siamo su, esattamente quando il sole sta compiendo il suo rito serale. A nord, la valle del Savuto, la Catena Costiera, la Sila, l’Orsomarso, il Pollino, si stanno addormentando in una luce azzurrina velata di rosa. A sud-ovest Apollo Helios lancia dardi infuocati verso il cielo ricamato di nubi. Alla sua destra, sfumato dalla lontananza, la sagoma inconfondibile dell’Etna fumigante. Il globo rosso indugia sulla linea dell’orizzonte, benedicendo la Terra e noi. Si, avverto che sta parlando anche a noi due, piccoli, attoniti, smarriti, increduli per aver meritato tanto privilegio. Ci disponiamo alla preghiera. Ti prego, Sole Invitto, che ogni giorno muori e rinasci per darci la vita, salva la realtà. Sì, la realtà, quella che gli uomini stanno cancellando sempre più rapidamente, martoriandola con idiozia, virtualità, iper-tecnologia, violenza, spietatezza. Torniamo, ora, verso casa, nella luce tenue del crepuscolo e poi nell’oscurità della notte: due privilegiati matti che incespicano nel buio del sentiero e delle loro vite, ma che hanno visto, per pochi istanti, cos’è una festa vera.

* foto di Francesco Bevilacqua