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Giovedì, 19 Settembre 2019

L’ANIMA DELLA MONTAGNA. E DELLA TERRA/Tra le nevi della Sila Grande

Sento gli alberi, e i loro pensieri. Avverto la montagna, e la sua commozione. Percepisco la valle, e le sue lacrime.

Gli alberi, la montagna, la valle sono creature animate, persone, compagni di viaggio. Se io sono “il soggetto”, loro lo sono in egual misura. L’impresa biotica sulla Terra non appartiene solo a noi umani!
Non è necessario parlare: gli spiriti sono ovunque. Nella neve sollevata dal vento. Nelle cortecce strinate dal gelo. Nelle fronde addobbate di bianco.

Sila Grande. Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua
Sila Grande. Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua

E poi il cielo azzurro e le nubi minacciose. E poi il ghiaccio nelle pozze. E poi il lago fra le ginestre. E poi le foglie dei faggi, sorprese dall’inverno ancora sulle fronde. E poi gli aghi dei pini, e le loro pallide collane. Mi basta, per sentirmi in pace, in relazione, in armonia. Con i miei fratelli e le mie sorelle. Con il padre, sopra il mio capo: Urano, il cielo stellato. E la madre, sotto i miei piedi: Gea, la Terra. E la bellezza pura e intonsa, ovunque, intorno a me.
Così osservando il mondo, si dissipa il paradigma antropocentrico. E riemerge, come da un nebbioso passato, la visione animista dei popoli primitivi. Vituperata da secoli di teologia, filosofia, storia, cultura: umana, troppo umana, come direbbe Nietzsche.
No, non è un impulso passatista, una disillusione verso la civiltà, che mi induce, in questa fredda giornata d’inverno, a dare anima al mondo, alle creature.

Sila Grande. La valle del Torrente Bufalo dal crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua
Sila Grande. La valle del Torrente Bufalo dal crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua


E’ un bisogno di relazione, invece, e di comunicazione. Il mio prossimo è chiunque stia sulla Terra e sotto il Cielo: albero, pietra, acqua, animale, pesce, foglia, fiore, goccia di rugiada. Perché in ciascuno di essi si addensa un briciolo dell’anima del Mondo. Perché di essi partecipa il sacro. Perché tutto il creato è una ierofania.
Rammento il mio credo, il mio dono. Dio non desidera altro tempio che la natura. Perché non v’è tempio più sontuoso della natura. Come ricorda Charles Eastman in “L’anima dell’indiano”. Dio non vuole parole né cerimonie. Gli basta la voce del vento e lo stormire delle fronde. Dio non vuol essere rivelato. Perché egli è il Grande Mistero. Dio non vuole candele. Gli bastano il sole e, di notte, mille stelle lucenti.
Dio non vuole incensi. Gli basta la resina dei pini e degli abeti. Dio non vuole acque sante. Gli bastano i fiumi, i torrenti, i ruscelli, le fonti. Dio non vuole un tetto. Gli basta la volta del cielo.
E’ Dio che cerco oggi quassù, fra le nevi della Sila Grande, sul crinale di Serra di Coppo, fra le valli del Bufalo e del Mellaro. Con alle spalle il Lago Arvo e dinanzi Monte Botte Donato. E con Dio cerco anche l’anima della montagna. Cerco quel che non si trova nell’esistenza desacralizzata delle città. Cerco lo spazio sacro che si oppone alla dimensione profana della vita. Cerco il tempo non monetizzabile, il tempo “inutile”. Cerco l’imago mundi, la soglia da varcare per entrare nel tempio. E trovo quassù il cosmo, che non può divenire caos.

Sila Grande. Il bosco di pini e faggi sul crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua
Sila Grande. Il bosco di pini e faggi sul crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua


Benché ogni giorno, migliaia di miei co-specifici lavorino per cancellare il cosmo, per abbattere il recinto del sacro, per produrre caos.
Ciò è stato reso possibile dall’illusione che l’uomo possa tutto. Che lui, e solo lui, sia fatto a immagine e somiglianza di Dio. Che tutto ciò che è fuori di lui non abbia anima. E chi è senza anima non ha diritti. Soprattutto, non ha diritto al rispetto.
Io sono un primitivo. Posseggo un’umile intelligenza emotiva. Mi commuovo dinanzi al sole che sorge, alla neve che cade, al cielo che si riempie di stelle. Il gelo non mi fa paura. Perché so che viene dal Grande Mistero. E serve alla montagna per riposare, riempirsi di linfa vitale.
Lasciando la strada, imboccando il sentiero fra i pini, calpestando la terra innevata, valicando il colle che domina il lago, seguendo il crinale, alto sulla valle, infilando gli stretti passaggi fra gli alberi vestiti di bianco, accogliendo il vento sul mio corpo … sento che il mio sangue muta.

Sila Grande. Fra gli alberi innevati sul crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua
Sila Grande. Fra gli alberi innevati sul crinale di Serra di Coppo. Foto Francesco Bevilacqua


Piano piano, passo dopo passo, l’uomo dell’antropocene lascia il posto alla lepre e al lupo, all’aquila e al capriolo, al ghiaccio e alla roccia, alla luce fervida del sole, al baluginio dell’acqua sul nastro d’argento che si dipana laggiù.
Qui solco i miei sentieri della Terra e dello spirito. Nel centro del Mondo. Nello spazio e nel tempo sacro. Stupito e pago. Ringrazio Dio per questa effimera scintilla di vita che ancora tiene accesa dentro di me.