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Lunedì, 18 Marzo 2019

L’erranza al tempo dei prodigi cromatici. “Montea” nella sua sfolgorante bellezza...

I cammini non li dimentico. Mai. Covano nel mio cuore come tizzoni ardenti, celati nella cenere. Pronti a pulsare di luce scarlatta ad ogni lieve soffio di vento. Oggi è un giorno di cammini e di ricordi. Tanti. E per I cammini non li dimentico. Mai. Covano nel mio cuore come tizzoni ardenti, celati nella cenere. Pronti a pulsare di luce scarlatta ad ogni lieve soffio di vento. Oggi è un giorno di cammini e di ricordi. Tanti. E per meglio ricordare devo raccontare. "Ogni viaggio ha un orizzonte verbale - diceva James Meumier - e il viaggio non raccontato è come un'avventura aborrita". Per questo scrivo dei miei cammini. Per far pulsare i ricordi. E condividerli.

La cima di Montea vista dall'anti-cima. Ph F. Bevilacqua La cima di Montea vista dall'anti-cima. Ph F. Bevilacqua


C’è la montagna più bella dell’intera Calabria ad attendere. Ci sono i suoi indicibili “frastagli dolomitici”, come li definì Giuseppe Isnardi, a lanciare richiami. Lo avverto. Montea, un nome che è nello stesso tempo un’onomatopea e un titolo nobiliare. Chi glielo ha messo, deve avere immaginato, dalla sua mole e dal suo profilo, la regina di tutte le montagne. Manco lassù da troppo tempo. Sebbene a lei mi unisca un legame indissolubile. Soffro per la sua assenza. Ricordo la sensazione che provai quando vi salii per la prima volta. Senza che alcuno me ne avesse mai parlato. Senza che alcuno mi avesse mai indicato la via. Solo perché la vidi ergersi, maestosa, disambientata, ripida nelle pendici e seghettata nel crinale, dalla vetta di una montagna più a nord, il Cozzo del Pellegrino. E la desiderai. Raggiunta la sua cresta sommitale, lunga quasi tre chilometri, ebbi una sensazione di spaesamento. Volgendo lo sguardo tutt’intorno, non scorgevo alcun segno di presenza umana. Non paesi, non strade, non case isolate. Solo montagne susseguentisi in tutte le direzioni. E valli incassate, corrugamenti rocciosi, foreste sconfinate, rupi, burroni. E pini loricati a centinaia. Di tutte le fogge e dimensioni. Da qualunque altra montagna ove ero stato sino allora si scorgeva sempre qualcosa che ricordasse l’impronta dell’uomo. Da Montea no.

Il bosco sulle pendici di Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua Il bosco sulle pendici di Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua


Nulla di nulla. Almeno in apparenza. Già, perché, in Europa, anche laddove si avverte la sensazione di trovarsi al cospetto della natura selvaggia, puoi star certo che l’uomo ha posto la sua pesante impronta nei secoli. Un’impronta che, col tempo, ho imparato a decifrare. Perfino qui, in questi luoghi che parrebbero irraggiungibili, sono arrivati i pastori, i boscaioli, i carbonai, i raccoglitori di manna.

E grandi imprese boschive, nella prima parte del Novecento, costruirono ardite teleferiche per portar via i tronchi ciclopici delle ultime selve primigenie del Sud Italia, che qui avevano uno dei loro più straordinari santuari. Ne restano ancora tracce in cavi, pulegge, pezzi sparsi in vari punti, come vestigia archeologiche celate nella giungla.
So che Montea è lì, alpestre, immota, solitaria, silente. Da sempre. Sorta molto prima di me, ancor prima dell’uomo stesso e vivrà ben oltre me, più in là dell’uomo. Forse è questa sua condizione, quasi eterna, che sfida la caducità di ogni cosa, a produrre su di me un effetto così forte.

Monte Petricelle. Monte La Caccia, Monte Faghitello (in basso), visti da Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua Monte Petricelle. Monte La Caccia, Monte Faghitello(in basso), visti da Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua


O forse è la sua forma così ripida, ardita, dirupata, selvaggia a risvegliare nel mio inconscio il pensiero di una condizione primeva, cui anelo segretamente dinanzi agli artifizi urbani. Il mito della wilderness su cui scrissero pagine memorabili Henry David Thoreau, John Muir, Aldo Leopold, John Perkins Marsh. Che qui posso illudermi di assaporare per qualche ora.
Anticipo a sabato per via del meteo. Sono riuscito a resistere ad una settimana di lavoro massacrante. Come si usa in questo tempo di sfaceli e di resilienze. Tentiamo un percorso a me parzialmente ignoto. Ho raccolto, per prudenza, qualche informazione sulle carte dell’Istituto Geografico Militare e da Domenico Riga, che lo ha fatto.
Partiamo da Fontana di Cornia, in territorio di Sant’Agata d’Esaro, con una luce calda e sfavillante, tra prati madidi di rugiada, scampanellii di armenti e, sullo sfondo, Montea, in tutta la sua folgorante bellezza.

 Il crinale di Montea visto da Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua Il crinale di Montea visto da Serra del Finocchio. Ph F. Bevilacqua


Percorriamo il sentiero che taglia alla base della montagna e attacchiamo una pendice nel fitto bosco ombroso, trafitto da lance di luce. Poi un lungo traverso per raggiungere la cresta di Serra del Finocchio, un contrafforte meridionale. Tralasciando tutti i segnali incautamente posti da qualcuno, come mi ha raccomandato Domenico. Due ore di pura erranza. Senza sentieri. Senza punti di riferimento. Un po’ di apprensione. Perché da qui, non avendo lasciato segnali, non saremmo in grado di tornare indietro in sicurezza. Poi, quasi all’improvviso, fuori dal bosco, sul primo culmine roccioso.
Ho visto queste montagne tante volte nella mia vita. Conosco i profili di ogni vetta. Sono salito su ciascuna di esse da più parti. Eppure è come se fossi qui per la prima volta. Oltre Montea, Monte Petricelle, Monta La Caccia. Dietro, sullo sfondo, a nord-ovest, la costa tirrenica. Ad ovest, invece, Serra La Croce, Monte Cannitello. E, in basso, Monte Faghitello. Dedali di valli serpeggiano, incassate, da ogni lato. Le foreste hanno nuovamente inghiottito qualunque segno dell’uomo.
Proseguiamo sino alla cima. Da dove tutto diviene aereo, siderale, immateriale. Ma a rendere il nostro cammino, oggi, un’esperienza estatica, è l’effetto della luce sulle fronde degli alberi. Qui, l’autunno è al suo acme più struggente.
5- Veduta verso ovest dal crinale di Montea. Ph F. BevilacquaOccorre profittare di quel breve periodo dell’anno in cui i boschi indossano le loro vesti più sontuose. Le indossano e le ripongono nel giro di tre, massimo quattro settimane. Lo fanno all’improvviso, a seconda di quanto sole, quanta pioggia, quanto vento hanno ricevuto. E tu devi restare vigile, guardarti intorno, capire il loro stato d’animo, cogliere le occasioni, sapere dove andare.
Oggi ci è concesso un privilegio unico. Basta che osserviamo, da quassù, a milleottocento metri di quota, le foglie, ancora appese ai rami, ovunque attorno a me, vicine e lontane. Così splendide e lucenti nel loro ultimo canto autunnale.E’ la stagione dei prodigi cromatici. E’ il tempo della bellezza e della caducità. Le foglie diventano smaglianti, bruciano del loro effimero splendore. Perché stanno per cadere. Cadono, esprimendo così la loro gioia. Senza rimpianti. Senza rimorsi. Ogni autunno è una lectio magistralis sulla vita! Un grande emiciclo di creste irsute si svolge intorno a noi. Da oriente ad occidente. Contro l’azzurro saturo del cielo. Le pendici sono dipinte con l’arancione dei faggi, il cremisi degli aceri, l’amaranto degli ornielli, il giallo dei pioppi, il verde dei pini loricati, il grigio chiaro delle rocce. Siamo in un sogno dipinto!

Il bosco lungo il Costone della Rupe. Ph F. Bevilacqua Il bosco lungo il Costone della Rupe. Ph F. Bevilacqua


Una biblioteca e un orto. Così vedo la mia vecchiaia all'Anello di Querce, sul limitare del bosco. E poi, finché il Buon Dio me lo consentirà, cammini giornalieri, nello stile di Thoreau, proprio a partire dalla mia casa, e un cammino-erranza più lungo e lontano, almeno una volta la settimana. E poi amici, che vengano da me: a camminare, a cogliere frutta e verdura, a suggere la luce impavida del tramonto, a sedere dinanzi al camino, a discorrere dolcemente. Non so perché abbia questi pensieri, ora, dopo la nostra lunga erranza su Montea. Faticosa, ardua, mistica. So, però, che tutto scorre, come insegnava Eraclito. Che passano le stagioni, gli anni, il tempo. Che nulla è eterno. La vita - se solo fossimo più lenti e riflessivi - ci insegnerebbe a capire questo elementare concetto. E a darci la forza e l'intelligenza per appagarci solo dell'essenziale, come direbbe Saint Exupéry. Ci siamo persi, oggi, nella foresta più fitta. Abbiamo errato a lungo.  Poi, dal crinale, nell'era dell'instupidita invasione dei droni, abbiamo navigato nel cielo grazie solo ai nostri piedi. E grazie ad essi abbiamo sorvolato creste e pinnacoli, foreste e praterie oblique. E poi, scivolando lungo uno dei tanti costoni che brancolano come tentacoli verso il fondo delle valli, siamo planati nell’aria e nel vento. Rendendo grazie a Montea per questa immaginifica lezione d'autunno e di vita.