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Mercoledì, 17 Ottobre 2018

A Rimini di giugno, mi disturba il silenzio e mi manca la mia gente…

L’Imperatore della Grande Romagna ha la testa pelata, lucida e arsa dal sole. Cammina come un mortale qualsiasi, in canottiera bianca, pantaloncini, ciabatte da mare.

Ha un fisico possente, già imbrunito dai raggi di giugno. E la giusta età che dovrebbe avere un imperatore, sui sessanta. Vende qualcosa – la propone, meglio – ai bagnini della spiaggia di Rimini. A meno che non passi per impartire ordini ai sudditi. “Sono l’Imperatore della Grande Romagna”, così si è presen­tato al bagnino del lotto 37. Ci ha confabulato un po’. S’è allontanato con ampie falcate e il portamento eretto che si conviene al rango. Ho pensato si trattasse di uno dei tanti svitati in circolazione.

“L’hai riconosciuto? È famoso. È l’Imperatore della Grande Romagna” rivela al bagnino uno vicino a noi, tono allegro e divertito, non di derisione. “Va spesso al Maurizio Costanzo Show” aggiunge, tenendo gli occhi sui passi che l’Imperatore spinge verso il bagnasciuga, lontano laggiù, quasi all’orizzonte.

Anch’io lo guardo. È maestoso. Percorre senza fretta uno dei corridoi legnosi che conducono all’acqua, spalle diritte e testa eretta, di chi sa di suscitare ammirazione.

A me, non so perché, il pensiero corre a Peppe, che si crede Giorgio V d’Inghil­terra e da quarant’anni lavora come fosse alla paga di un negriero, per accumulare quanto gli manca per riscattare il regno che Elisabetta II gli ha sottratto. Ma questa è un’altra storia, di ominità e d’onore, di scarpe e minuterie sottratte ai Tedeschi, di morte pur di non indietreggia­re sconfitti. E di pazzia, d’ingranaggi che si sono guastati nella testa, hanno perso per sempre i sincronismi dopo i colpi di manganello subiti da poliziotti inglesi.

Lo rivedo più tardi, l’Imperatore. Passeggia sul ba­gnasciuga. Non ci degna d’attenzione. Giusto, noi siamo plebe. Se avessi provato a immaginarmelo, così lo avrei volu­to un imperatore, possente, tiranno per meriti di forza.

Può essere orgoglioso del suo impero. È costruito su niente, su un mare sciupato e torbido, senza tinta che non sia il grigio da lutto dei fondali di sabbia increspata in dune sottili e indurite da acciaccare i piedi. Al più, sarà profondo due palmi dal pelo dell’acqua, anche ad avanzare per un’ora verso l’orizzonte. Erbe malaticce e viscide salgono su dal pantano, lente e tremolanti, con noi che le scan­siamo d’istinto, perché non si sa mai. Pesciolini incolori e minuscoli tagliano di traverso da giù fin quasi in superficie, si restituiscono agli abissi – si fa per dire – raggiungendo una velocità sorprendente nel sottile spessore limaccioso, continuano a zigzagare veloci, con svolte repentine. Devono essere di scorza dura, ben tenaci e resistenti se guizzano vita dove tutto sembra destinato a boccheggiare gli ultimi fiati. Sul fondo, trasparenti resti di meduse. Eppure, questa caricatura di mare prospera e ci chiama a valanga, da ovun­que, facendoci accettare con tranquilla rassegnazione, a giugno, un ombrellone in settima fila, a noi che giù protestiamo per la seconda il giorno di ferrago­sto.

Siamo in tanti a consumare – a sprecare – giorni di vacanza qui dove è la spiaggia interminabile e non il mare a dare l’idea dell’infinito. E il calendario ancora non dice estate! Siamo in tanti, ma non facciamo rumore. Nessuno gioca, nessuno si rincorre, nessuno sguaia risate, nessuno parla ad alta voce. E nessuno prende il bagno. C’è chi sembra pro­varci. Si sciacqua appena, il breve tempo di restitui­re refrigerio al corpo e si rimette in salvo. Per poi correre subito a riparare i danni, sotto la doccia.

Mi disturba il silenzio. Mi manca la folla chias­sosa. Mi manca persino il fastidio di uno che ti rovina addosso senza chiedere scusa, che ti schizza tutto con un tuffo, che ti manda sott’acqua scambiandoti per un altro. Mi manca la mia gente, anche quella che disprezzi con occhiatacce e cerchi d’ignorare, perché gioca a scagliare più lontano i resti delle fette d’anguria, perché rifila una pallonata in faccia, perché s’ab­buffa del ben di Dio sotto l’ombrellone, si ciurla una cantina e dopo si stende all’ombra a dormire un sonno ubriaco, su un fianco che il sole presto abbru­stolirà.

Non ci sono giovani, solo una massa silente, po­che coppie con bambini, molti nonni. Vecchi strascicano sul bagnasciuga passi di sicuro terapeutici, ordinati dal medico, perché li scorrono avanti e indietro a lungo e controllando l’orologio. Hanno pelli raggrinzite, tagli da sala operatoria, volti su cui l’età ha infierito.

Non vedo tedeschi. Hanno tradito persino loro, prima fedeli nei secoli quanto la Benemerita. Le ragazze giunoniche dei miei ricordi giovani, bianche e rosse in viso più che le sorbe in agosto, devono aver disce­so la penisola, fino a noi barbari. Ci sono però i maschi predatori, una cattiva semente che non s’è persa. Sebbene siano diversi da quelli degli anni gloriosi. Da noi non raccatterebbero una centenaria conservata sotto sale per non perdere la pensione. Si pavoneggiano nei fisici po­derosi, fanno guizzare i muscoli, lanciano sguardi ammiccanti. Ma hanno volti castigati, perdenti. E, nel cervello, ingranaggi che non devono funzionare granché. Si muovono a bordo mare, in due o tre, additandosi un l’altro attempate si­gnore dagli occhi non ancora rassegnati. Offendono. Se potessi, se ne avessi lo stomaco e la forza, li prenderei a calci in culo. Seppure, a pensarci, è l’Imperatore che dovrebbe incaricarsene. E scacciarli, impedendo le insidie a donne con l’età delle nostre mamme, e la sfortuna di non sapersi arrendere agli anni, all’avvenenza svanita.

Un anziano burbero ha appena rimproverato Luigino, colpevole d’avergli schizzato addosso con la paletta due, tre granelli di quella sabbia finissima che non ti le­vi più dai piedi e che senti addosso pure dopo dieci docce. Torno per un attimo figlio della mia terra. Prenderei anche lui a calci. Ha esagerato. Lo scruto torvo. Faccio per ri­battergli. Resisto a stento.

Affittiamo un pedalò. Ma hai voglia pedalare, si tocca, e siamo già cento metri in dentro. Sempre gli stessi pescioli­ni, le stesse dune, gli stessi vecchi – loro giunti alla meta, per l’acqua che ora arriva alla vita e consente di orinare, e lo fanno, lo smascherano le gambe aperte e le palpebre socchiuse per concentrarsi, per abbattere gli ostacoli frapposti dalla prostata.

Tempo scaduto, tocca rientrare. Vallo a capire però qual è il nostro lido. Visti dalle profondità del mare – di nuovo, si fa per dire – sono tutti uguali. Mancano i riferimenti, non uno scoglio, non un’insenatura, non una spiaggia che si restringe, che s’incurva. La risolve Giorgio. Ha ricordato il numero dello stabilimento e là ci dirigiamo.

Mi scappa un sorriso amaro, assieme a uno sbuffo di naso. E mi do dello stupido. Cosa ci facciamo qua, noi che viviamo in una cittadina su un pianoro a picco sul mare? Noi che evitiamo di bagnarci alla Ciambra perché il Petrace smuove la terra della foce, e la corrente ce ne manda un po’ che appanna la vista del fondale? Persino l’onda qui hanno diversa. S’abbatte pigramente. Forse pietosa, s’è adattata ai ritmi, agli anni cadenti. E avverte per tempo, avanzando lunga e lenta.

Ce ne andiamo. Nel pagare al bagnino, ci assale le narici un aroma proveniente dal cucinino.

“Linguine al nero di seppia” dico, inspirando a colmarmi i pol­moni.

Quello sente e si mostra sorpreso, non se lo aspettava. Chiede da dove veniamo. Ci facciamo riconoscere per gente di un mare vero. E lui sgrana gli occhi, incredulo della nostra presenza là.

In albergo, Luigino, cinque anni e mezzo, fa amicizia a modo suo con la bambina di pari età o poco meno affacciata al balcone del piano di sotto. “Io mi chiamo Luigi, e tu?”.

“Io Giulia”.

“Senti Giulia… Ti faccio vedere il mio pisello?”. E fa per tirarsi giù il costu­mino.

Beh, siamo noi, siamo finalmente noi, siamo la vita.

L’ho rimproverato, impedendomi alle risa che spin­gevano a esplodere fragorose. E l’ho ammonito al pericolo che la madre della bimba potesse averlo udito.

Scendendo, le incontriamo per le scale, madre e figlia.

“Ciao, Luigi” dice la madre, carezzandolo.

E lui, rivolto a me, complice: “hai visto che non ha sentito?”.

A sera usciamo.

La passeggiata è di quelle che lasciano il segno. Dilegua il grigiore del mare, la monotonia della spiaggia, gli anziani lì a rammentare che toccherà pure a te.

Rimini è un’altra cosa di sera. Negli immensi marciapiedi, uno sfavillio di luci. In­gentiliscono. Le case e gli alberghi sembrano gra­devoli, senza più lo squallore dell’impatto nel giorno assolato. E la folla affascina. Eppure è la stessa del mattino. È che si maschera sotto vestiti eleganti, ha i volti festosi. E cammina con passi che la calca fa appari­re stabili e sicuri. È una faccia nuova e gradevole, quella con il cielo della notte. Ma a essere cambiata è Rimi­ni, tirandosi a lucido per il buio dorato e godereccio.

Anche alla Tonnara staranno passeggiando sul lungomare, per consumare le ore inutili della sera, avvolti da una penombra che immiserisce. Indossano abiti sobri, non hanno a chi mostrarsi, dove andare, non ci sono vetrine da guardare né locali dove tuffarsi giovani. Da un lato, dentro l’oscurità, il mare. Lo rivela il fruscio dell’onda, il dondolio di lampare che si fanno pensare case sparse nella campagna, la brezzolina che tra­scina un’aria salmastra e inganna ch’è finalmente notte da riuscire a dormire. Agli occhi, lo rivela solo la luna, tracciando sull’acqua un riflesso increspato d’oro. Dal lato opposto, s’inerpica l’Aspromonte.

È terra di confine, la nostra. Da godersi di giorno, con quello che ci ha dato in dono la natura, perché dove ha messo mano l’uomo…

Rimini ci addita perdenti.