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Lunedì, 09 Dicembre 2019

Fenomenologia dell’Opinione Pubblica. I partiti debbono orientarla o esserne semplici portavoce?

Si sono appena svolte, il 26 maggio c.a., le elezioni per l’elezione del Parlamento europeo e lo sconvolgimento dell’assetto politico che ne è derivato ha suscitato i più vari giudizi nei commentatori politici. Nonostante le forze europeiste abbiano prevalso con nettezza, la vera novità è ovviamente la crescita dei c.d. partiti “sovranisti” e/o nazionalisti.

Soprattutto, per quanto previsto, ha suscitato interrogativi il fatto che i partiti di destra, e certo non filoeuropeisti, del Rassemblement Nationale (Marine Le Pen) e Lega (Matteo Salvini) siano diventati i “primi” rispettivamente in Francia ed in Italia, due grandi Paesi fondatori dell’Unione Europea.
Al di là delle diversità delle opinioni, e al di là della tenuta del PD in Italia o del fatto che i socialdemocratici rimangano il primo partito tedesco, il tratto comune alle analisi mi sembra la diffusa critica ai partiti di centro-sinistra, con il pressante e continuo invito rivolto agli stessi di “cambiare” profondamente, ossia a percepire e recepire le diffuse istanze sociali che invece i partiti di centro-destra (anti-europeisti, securitari e talora xenofobi) avrebbero saputo intelligentemente cogliere.
Ma è proprio questo approccio che mi lascia perplesso.
In breve, la questione di fondo è: una forza politica che si candida alle elezioni, e dunque al governo di un Paese, deve avere come scopo essenziale quello di “recepire” le istanze (quali che siano: buone o cattive) che provengono dall’opinione pubblica o, piuttosto, quello di “orientare” gli elettori verso un coraggioso progetto di miglioramento sociale? È chiaro che bisognerebbe fare un po’ entrambe le cose: recepire ed orientare, ma sembra che la seconda funzione sia ormai da gran tempo trascurata, se non messa del tutto da parte. Le componenti “ideali” e i “progetti” politici sono diventati secondari rispetto all’obiettivo primario di conseguire il consenso elettorale: per questo tutto sembra ormai ridotto, in gran parte, a marketing politico, tutt’al più distinguendosi fra chi “manipola” davvero l’opinione pubblica (preference-shaping) e chi si limita ad “assecondarla” (preference-accomodating). Insomma, recepire è importante (si pensi all’uso positivo dei social media come tecnologia di ascolto sociale: listening technology), ma non è tutto.
Il tema è certo ben più complesso di come qui può essere esposto, ma è preoccupante che – sia a destra che a sinistra – si ponga di continuo l’accento sulla questione del “consenso sociale”, piuttosto che sui “contenuti politici” delle proposte presentate dai partiti. In ogni caso, l’unico consenso che dovrebbe essere considerato buono – perchè politicamente utile nel medio/lungo periodo – non è quello “passivo ed estemporaneo”, bensì quello “informato e critico”, ossia quello che viene da un’opinione pubblica matura.
La verità è che – al netto di vari, indiscutibili, errori compiuti dalle forze politiche di centro-sinistra (politiche neoliberiste, arroganza, apparenza di legami con le élites, deminutio del welfare, trascuratezza verso i ceti deboli, ecc.) – nel frattempo c’è stato, come in tanti rileviamo da anni, uno straordinario mutamento antropologico nelle società occidentali, le cui avvisaglie risalgono già in Italia all’avvento al potere di Berlusconi, non a caso paradossalmente votatissimo proprio da parte dei ceti sociali tradizionalmente vicini ai partiti di centro-sinistra (contadini, operai, impiegati, ecc.).
Insomma, semplificando oltremodo, a mio avviso non vanno tanto cambiati i programmi ideali di massima dei partiti di centro-sinistra – che pure, s’è detto, si sono macchiati di molti errori – quanto va cambiata e fatta maturare la volontà popolare, la “mentalità” concreta della gente, ormai stravolta da anni diseducazione, disinformazione e manipolazione massmediatica. Dunque, a me pare che la vera e urgente opera che innanzitutto andrebbe svolta è quella di una lenta “formazione” di un’opinione pubblica matura: lavoro di base lunghissimo, difficile, anzi quasi eroico perché assolutamente “contro-corrente” e obiettivo, in realtà, che dovrebbe accomunare tutte le forze politiche.
Se riteniamo invece come prioritario il “cambiamento” dei partiti – a maggior ragione in conformità ai desiderata di un’opinione pubblica in gran parte non illuminata, anzi manipolata – non andremo lontano ed il problema di fondo resterà, non essendo affrontato alla radice. I cambiamenti “dei” e “nei” partiti hanno un senso solo se contestualmente sono accompagnati da (e determinano) un cambiamento positivo delle società di cui essi sono strumento di mediazione. Non vanno dimenticati, infatti, tre fattori decisivi per comprendere la sfida che le forze politiche incontrano nell’attuale contesto politico, dominato da tendenze populiste e sovraniste:
- il naturale logoramento, ossia l’inevitabile disaffezione da parte dell’elettorato, nei confronti di chi ha governato da molti anni, n.b.: non conta (o conta relativamente) se bene o male. Per esempio, l’Appendino (M5S) è stata votata dai Torinesi, nonostante questi ultimi riconoscessero il precedente “buon governo” di Fassino (PD);
- l’accresciuta volatilità del voto: a differenza del voto “di protesta”, il c.d. voto d’identità si è assai ridotto e la gente cambia opinione in maniera ormai rapidissima e sorprendente. Ne sono prova la veloce “parabola” discendente (in altri momenti ascendente) del PD di Renzi e oggi, parrebbe, dello stesso M5S;
- l’irrazionalità del voto. Le ragioni per cui le persone votano una determinata forza politica piuttosto che un’altra purtroppo non nascono da un’accurata e complessiva analisi dei programmi e dei candidati, e quindi raramente sono meditate e razionali, ma ben più spesso, invece, hanno carattere estemporaneo, impulsivo e irrazionale. In breve: si vota un partito perché soltanto “un” punto specifico del programma, benché secondario, risulta particolarmente gradito (per esempio: l’animalismo) o perché un’affermazione pubblica del leader – non conta se vera o falsa – ha colpito profondamente l’attenzione dell’elettore («gli immigrati tolgono il lavoro agli italiani»), ecc.
Questi tre fattori, che potremmo definire di psicologia politica di massa, confermano l’attuale contesto sociale e politico, che i sociologi definiscono “liquido” ed io preferirei piuttosto definire “torbido”.
Dunque, per restare alla metafora, in primo luogo bisognerebbe far “decantare le acque”, svolgendo un capillare compito di “pulizia”, permettendo al singolo cittadino – accecato da propaganda martellante e assordato dai rumori della disinformazione continua – di vedere e sentire davvero, ossia di percepire la realtà effettiva. In secondo luogo, bisognerebbe “orientare” eticamente le persone verso ideali politici alti, ossia etero-centrici (e dunque non egoistici), per conseguire obiettivi comuni, di lungo periodo, solidali ed inclusivi. N.B.: si tratta di obiettivi “costituzionali”, dunque prodromici a qualunque (legittima) politica di destra o di sinistra.
Tale processo di formazione/maturazione politico-sociale deve ripartire dal basso, cominciando dagli ambiti micro-sociali (l’associazione, il club, la parrocchia, la scuola di base, il quartiere, le periferie…) e deve essere graduale (esigendo contatti veramente “umani”, dunque tempi lunghi e relazioni interpersonali, non solo mediatiche). È un’operazione molto difficile perché si tratta di “remare contro” una forma mentis purtroppo ormai diffusa: individualista, volta a soddisfare solo istanze contingenti ed immediate, economicista, egoistico-pragmatica, miope ed escludente.
Forse sfugge che la formazione di cittadini “maturi” è davvero un interesse bipartisan, ossia di tutti i partiti, anche di quelli che ora sembrano trarre qualche vantaggio dall’attuale demagogia comunicativa. Infatti, un’opinione pubblica in preda pulsioni irrazionali – e dunque ormai fuori controllo – è pericolosamente instabile e pronta a mutare continuamente bandiera e leaders, ritorcendosi contro chi l’ha usata. Gli “apprendisti stregoni” combinano sempre guai. In questo senso, l’esperienza di Berlusconi è emblematica: il mutamento antropologico di cui parlavo – cui per anni hanno contribuito proprio le televisioni e la stampa del Cavaliere – alla fine ha favorito la Lega di Salvini. E l’attuale propaganda della Lega, a sua volta… “dove” porterà e “chi” favorirà?
Dunque, è tempo che i partiti – tutti: non solo quelli di centro-sinistra – la smettano di inseguire le pulsioni irrazionali delle masse, per indirizzarne invece virtuosamente la forza verso obiettivi politici alti e solidali. Quali? Basterebbe rileggere la Costituzione.