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Giovedì, 21 Novembre 2019

Svolte epocali ed eterna transizione italiana

Ben venti anni fa, nel lontano 1999, avevo dedicato un corposo saggio al tema de “Le transizioni costituzionali”, organizzando anche un convegno sul tema: a leggere bene i segni dei tempi, fin d’allora si poteva scorgere il problema di una transizione italiana ancora “incompiuta” o, se si preferisce, “perenne”.

Nel frattempo, l’Italia – un Paese per molti versi, invece, fermo, immobile e decadente – in questi 70 anni di storia repubblicana (1948-2019), cambiava e ricambiava tumultuosamente: si passava da un sistema elettorale all’altro: ben quattro (il mattarellum nel 1993, il porcellum nel 2005, l’italicum nel 2015, il rosatellum nel 2017); per contenere l’iniziale separatismo di U. Bossi, veniva riscritto l’intero titolo V sulle Regioni nella seconda parte della Costituzione (2001); morivano i partiti dell’assemblea costituente (DC, PCI, PSI, PRI, PSDI, PLI, MSI, ecc.) e se ne formavano di nuovi (AN, FI /PDL, Lega Nord, Margherita-PCI/PDS/DS/PD, ecc.), a loro volta presto sostituti da altri (“Lega” tour court, M5S, ecc.); si passava da un governo (con connessa maggioranza) all’altro: dal 1948 ad oggi se ne sono succeduti ben 65, dal II De Gasperi (primo governo post-monarchico) al I Conte (primo governo della XVIII legislatura). Il più breve è stato il Fanfani I nel 1954 (appena 22 giorni), il più lungo il Berlusconi II (quasi 3 anni e 8 mesi: 2001-2005). Ma la durata media complessiva dei governi italiani è di appena 1 anno e un mese. Inoltre, di questi 65 governi, almeno tre sono stati c.d. “tecnici” o del Presidente, per circa 4 anni. Ed oggi sono rimessi in discussione persino alcune costanti, o elementi di continuità comuni a centro-destra o centro-sinistra, del tradizionale indirizzo politico italiano: la ferma fedeltà atlantica e il convinto europeismo.

 Ma la “transizione” è una categoria concettuale che non riguarda solo il nostro Paese e le diverse “fasi” della sua storia repubblicana. La c.d. accelerazione della storia – fenomeno iniziato nel secondo dopoguerra del secolo scorso e manifestatosi clamorosamente sempre più nel XXI secolo – spiega molte cose: tutto il mondo cambia continuamente, con ritmi imprevedibili e soprattutto con una velocità pazzesca, non presente in passato e alla quale non riusciamo ad assuefarci.

È singolare come – saltando all’incirca di decennio in decennio – gli eventi si susseguano sorprendentemente in modo incalzante e imprevedibile: dall’offensiva terroristica “comunista” in Germania (Banda Baader-Meinhof negli anni ’70 del secolo scorso) e in Italia (assassinio di A. Moro: 1978), al crollo del muro di Berlino e alla fine della guerra fredda (1989), al nuovo terrorismo di matrice islamica e all’attacco alle torri gemelle di New York (2001). In particolare negli ultimi vent’anni – dall’inizio del nuovo millennio ad oggi (2000-2019) – i cambiamenti, radicali, si sono manifestatisi con velocità ancor più vertiginosa. Si pensi solo all’inarrestabile processo di globalizzazione, con conseguente grande crisi economica dei Paesi occidentali (ricorrendo al solito ciclo decennale: più o meno 2007-2017) e al passaggio dal tradizionale bipolarismo fra le due superpotenze nucleari al nuovo multilateralismo geopolitico, fino all’ascesa di nuove potenze economiche emergenti (BRICS), in particolare della Cina.

Ma le novità forse più significative e sconvolgenti di questi ultimi due decenni riguardano l’espansione mondiale di internet e dei social network, l’onnipresenza della cybernetica, dell’informatica e sempre più dei robot, quale ultimo stadio della rivoluzione industriale iniziata nel secolo precedente. I cambiamenti connessi toccano ormai tutti i campi, non ultimo di rilevanza bioetica. Si pensi alle straordinarie modificazioni possibili attraverso le nuove tecniche genetiche (CRISPR-Cas9) o alla prospettiva, solo in parte lontana, di “dar vita” a umanoidi, ossia ad androidi (robot con apporti biologici, dunque aspetto, umano: al femminile ginoidi) o addirittura a cyborg (organismi cibernetici o bionici: esseri umani innestati da protesi artificiali meccaniche ed elettroniche che ne potenziano le capacità e la sopravvivenza).

Tutti i cambiamenti in corso (e quelli che si preannunciano) hanno profondamente mutato culture e stili di vita, con effetti sconvolgenti sulla vita umana, al punto che si può a ragione parlare di “mutamento antropologico” in atto che, a ben vedere, addirittura relativizza l’ipotesi dello “scontro di civiltà” ipotizzato da S. Huntington, perché – piaccia o no – i cambiamenti in atto riguardano il mondo intero e sono trasversali a tutte le culture e civiltà tradizionali. L’intero sistema di valori di fondo su cui si sono rette molte istituzioni è interamente messo in crisi: sia a) sul piano interno, sia b) negli altri Paesi, sia c) nelle relazioni internazionali.

Nel primo caso a), in Italia il processo di secolarizzazione, ormai avanzatissimo, non ha lasciato in piedi quasi nessuna istituzione tradizionale: famiglia, Chiesa, partiti, sindacati, persino gli organi di garanzia costituzionale, ecc. È sorprendente, per esempio, come oggi – anche senza rinvangare l’antifascismo – si sia attenuata la percezione collettiva del rischio autoritario/totalitario, che invece permane.

Nel secondo caso b), la drammatica farsa inglese della Brexit, il nazionalismo neo-protezionistico americano di D. Trump, l’esplosione dei c.d. gilet gialli in Francia e la crescita di AfD (Alternative für Deutschland) in Germania conferma che gli sconvolgimenti ed i problemi non sono solo italiani.

Nel terzo caso c), la stessa più importante organizzazione internazionale – l’ONU – è in crisi profonda: dietro la patina degli interventi a difesa dei diritti umani spesso nasconde interessi economici (materie prime: petrolio, coltan, cobalto…) o geopolitici (strategie militari, ecc.). Il caso recente, per esempio, della nomina nella commissione ONU che si deve occupare della questione femminile, proprio del magistrato iraniano oscurantista che ha condannato una donna (la quale ha avuto la sola colpa di togliersi il velo in pubblico) a 38 anni di carcere e 148 frustate, è indicativo del carattere spesso screditato di tale istituzione internazionale.

Insomma, i cambiamenti sono così profondi, generalizzati e straordinariamente accelerati, che la categoria concettuale della “transizione” emerge in tutta la sua ingovernabile complessità. Dobbiamo quindi accettare il fatto che le presenti difficoltà italiane non sono altro che un frammento di una transizione più generale: viviamo un momento “epocale”, una fase di passaggio mondiale la cui cifra tipica è l’incertezza.

Anche per questo si dice che le nostre società, intendo quelle dei Paesi occidentali, sono “liquide” e “nichiliste”, dominando in esse un’inquietudine di fondo per l’assenza di riferimenti assiologici sicuri e di istituzioni stabili di riferimento: il passato non basta più e il futuro è molto incerto. Tanti, troppi, sono confusi, spaesati, spesso impauriti di fronte a una complessità che sommerge e non pare gestibile.

Ma ogni tempo di transizione – per quanta inquietudine porti con sé – può sempre diventare un tempo di “crescita”, un’evoluzione piuttosto che un’involuzione. Tutto dipende da noi: in particolare dalla nostra capacità di mantenere i nervi saldi, nel caos generale, cercando di conservare ciò che è essenziale (e non è certo poco), ma senza chiuderci al nuovo che avanza. Beninteso, quando il “nuovo” non è la riproposizione in veste aggiornata e accattivante di pericolose “ricette antiche” (illiberali, non democratiche, eversive, non solidali, solo nazionalistiche e quindi implicitamente non inclusive).