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Sabato, 21 Settembre 2019

Balle, insulti e demagogie: quanto può durare?

Da sempre le “parole” contano e da sempre il conflitto “verbale” non è meno importante di quello fisico. Per questo, in politica, il ruolo della propaganda – e quindi anche della disinformazione (in tutte le sue forme: dalla accorta omissione alla palese fake news) – è decisivo.

I politici lo sanno bene, da sempre, e spesso “narrano” storie (un tempo si diceva “raccontano balle”). In qualche caso addirittura mentono sapendo di mentire. Le tecniche più diffuse sono, in fondo, classiche e banali: a) “vendere” alla pubblica opinione risultati modesti, o addirittura negativi, come se si trattasse di successi storici e scelte epocali; b) dire soltanto quel che si presume ai cittadini piaccia sentirsi dire; c) prendere tempo e rinviare il più possibile le decisioni necessarie per risolvere i problemi reali.

Da sempre è stato così, anche durante le fasi storiche chiamate, in modo semplificatorio, prima e seconda Repubblica. Tuttavia oggi – sorvolando sull’assenza di expertise, ossia sull’evidente e diffusa carenza di competenze – il livello di spudoratezza dell’attuale classe politica è davvero stupefacente: sorprende la faccia tosta nello spacciare per vere cose inesistenti o, al massimo, tutte di là da venire.

Il fenomeno non va sottovalutato, perché – insieme all’abbondanza di dichiarazioni drammaticamente demagogiche e all’uso di un linguaggio aggressivo, se non calunnioso – dà vita ad una miscela esplosiva, che può produrre effetti imprevedibili. La gravità dello stato di spirale perversa in cui si trova l’opinione pubblica italiana discende dal fatto che il continuo tentativo di manipolazione viene sia dalla maggioranza di governo che dalle forze di opposizione, con l’aggravante che la stampa realmente libera – ossia non asservita all’uno o all’altra parte – è minoritaria. In ogni caso la gente legge sempre meno e si informa, o crede di informarsi, attraverso altri mezzi (internet, catene WA, social…).

Ormai siamo al punto che si può “dire” (e quasi quasi “fare”) tutto e il contrario di tutto.

Qualche esempio, volutamente semplificatorio e a tinte forti, di cui mi scuso: Berlusconi può essere definito un puttaniere pregiudicato e monopolista, o un illuminato imprenditore cattolico-liberale; gli attuali politici possono essere considerati dei bravi ragazzi che coraggiosamente stanno scardinando un sistema di potere corrotto o qualificati sbrigativamente dei cialtroni senza arte né parte; Salvini può essere un pericoloso demagogo fascistoide e secessionista o un buon “padre di famiglia” sovranista che difende gli interessi nazionali; la riforma Fornero delle pensioni è stata definita (da Monti) il provvedimento che ha “salvato” l’Italia dalla bancarotta, ma (dagli attuali governanti) invece è considerata, avendo creato decine di migliaia di esodati, un atto “criminale” generatore di profonde ingiustizie; il c.d. reddito di cittadinanza viene vantato come una radicale e storica riforma del welfare o viene disprezzato come una mera variante più estensiva del vecchio REI (reddito di inclusione), quindi un semplice sussidio di inoccupazione che favorisce il lavoro nero; ecc.

La continua proposizione di due chiavi di lettura opposte ed estreme – dunque in netta contraddizione – paradossalmente si ritrova diacronicamente, in alcuni casi, nelle dichiarazioni e nei comportamenti degli stessi politici. Per esempio: Renzi può, prima, annunciare di lasciare la politica se perde il referendum che praticamente cancella il Senato e, poi, riprendere a fare politica per di più da senatore, come pure può contestare l’Unione Europea (quando è lui al Governo), per difenderla invece subito dopo (quando la contestano gli altri); a sua volta, Salvini può insultare come disobbedienti ed eversivi i sindaci che si rifiutano di applicare integralmente il c.d. decreto sicurezza, ma finge di non ricordare che nel 2016, di fronte alla legge sulle unioni civili, non aveva esitato a dire: «Se una legge è sbagliata si può disapplicare […] invito tutti i sindaci di qualunque parte politica a non applicare la legge».

Potrei continuare, non solo nella sfacciata applicazione del principio “due pesi e due misure”, ma negli esempi di insulti gratuiti. È normale che un politico di lungo corso (Daniela Santanché, Agorà, Rai 3, 10 gennaio 2019) possa permettersi il lusso di dire che «Claudio Baglioni ha le mani sporche di sangue come gli scafisti, non è esagerato dirlo»? Ed è normale un Paese dove un ammirevole medico (Gino Strada, Otto e mezzo, La Sette, 24 gennaio 2019) può impunemente dire di autorevoli esponenti di governo, in modo tranchant, che sono «fascisti e razzisti»? Ecco, la mia idea è che un Paese così non si avvia ancora alla guerra civile, ma certo non è normale ed in buona salute.

Si dirà che incoerenza, demagogia e toni aggressivi – favoriti dal populismo e dal sovranismo – sono ormai malattie mondiali, perché presenti in tutte le democrazie contemporanee. È vero. E infatti può dirsi che, almeno da questo punto di vista, non solo l’Italia ma tutto il mondo non gode di buona salute.

Chiudo con qualche nota meno amara, se non di speranza.

I sondaggi, da valutare con estrema prudenza, continuano a narrare di un idillio fra l’attuale classe politica e una significativa parte dell’opinione pubblica, ma gli stessi sondaggi confermano pure che la “credibilità” dei politici – tutti: prima di destra e di sinistra, ora anche populisti – ormai è dovunque a un livello bassissimo. Per di più cresce l’astensionismo elettorale (alle recenti elezioni sarde, ha partecipato appena il 15,5 % degli aventi diritto!). Perciò, è ragionevole pensare che le attuali diffuse strategie comunicative, inutilmente aggressive e scioccamente demagogiche, alla fine – ossia nel lungo periodo – non daranno i frutti sperati, pure sul piano elettorale. Piaccia o no, il corpo elettorale è instabile, sfuggente, mutevole e, alla fine, non perdona: quanti politici, oggi sull’altare, si ritroveranno domani nella polvere?

Dovremmo conoscere tutti bene la fallacia del successo costruito sull’onda del presunto consenso di “massa” (osanna!), che nasconde sempre il successivo boomerang della tragedia (crucifige!). È una legge nota ed evidente nel caso dei dittatori, prima adorati e poi massacrati (si pensi a piazzale Loreto a Milano nel 1945, o ai corpi dei coniugi Ceausescu a Bucarest nel 1989, ecc.). Ma – fatta la tara della violenza fisica – questa legge vale anche nei regimi democratici: persino per i personaggi oggi più spudorati ed osannati, verrà il momento del redde rationem! Prima o poi, dovranno fare i conti con la realtà, ossia con i fatti, la cui forza, alla fine, è sempre più forte di ogni propaganda (re ipsa loquitur) e, prima o poi – di fronte alla gestione disinvolta del potere e al mancato rispetto delle regole – dovranno fare i conti anche con gli organi di garanzia per fortuna ancora presenti negli Stati di diritto (magistrature, Corti costituzionali, ecc.). Infine, pure i semplici eccessi verbali, prima o poi, si pagano, secondo la dantesca “legge del contrappasso”: chi di calunnia ferisce, spesso di calunnia perisce.

Ritorniamo, dunque, prima che sia troppo tardi, ai tradizionali “metodi” della buona politica: “condividere” obiettivi comuni, senza pregiudizio sul colore politico dei proponenti, dialogare senza insultarsi, provare a ragionare, essere costruttivi, riconoscere i dati statistici ufficiali, accettare le analisi e i consigli delle persone competenti, ecc....