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Martedì, 20 Novembre 2018

“Tempo” e “politica”: la chiave di volta per capire molte cose

Il rapporto fra tempo e politica è di estrema rilevanza, per cercare di capire le scelte politiche, sia dei governanti che dell’elettorato.

         L’irrazionalità delle scelte politiche, che spesso ci stupisce, è in realtà la manifestazione più evidente del fatto che o si dà troppa importanza al tempo (come quando la classe politica, in vista di imminenti elezioni, amministrative o nazionali, prende provvedimenti economicamente sciagurati, soprattutto per le generazioni future) o che si trascura il tempo (come quando l’elettorato, pur di avere un vantaggio contingente e immediato, sceglie di ignorare le conseguenze nefaste che “per tutti”, in futuro, da quelle scelte discenderanno).
          In entrambi i casi manca la corretta percezione del tempo, e degli effetti nel tempo, delle decisioni prese. L’approccio psicologico è drammaticamente infantile: il presente condiziona la decisione e il futuro non c’è ancora, dunque… non ce ne si cura, come quando il bambino piccolo che gioca a mosca cieca si copre il volto e pensa, così, di essere sfuggito alla vista degli altri.
           A ben vedere, l’importanza del fattore “tempo” è di straordinaria portata per la comprensione della realtà più in generale: non parlo in termini fisici (l’universo spazio-tempo di Einstein) – non ne avrei la competenza – ma in termini filosofico-politici, a me più consoni. Provo a spiegarlo.
            In breve, è proprio il tempo che fa la “differenza”. Per esempio, l’intelligenza (come del resto la normalità) è un concetto difficile e controverso – chi può dire con certezza chi è intelligente (e cosa è normale)? – ma, affinché i consociati possano “convivere” dandosi delle regole comuni, è necessario ricorrere a tali concetti, stabilendo, più o meno convenzionalmente, chi è intelligente (e cosa è normale). Si esclude così, per esempio, che una persona con un grave deficit intellettuale possa gestire un centro di fisica nucleare – per questo si fanno, o si dovrebbero fare, concorsi – e che un pedofilo possa dirigere un asilo infantile. Naturalmente, ripeto, i confini dell’intelligenza e della normalità sono incerti e flessibili: basti pensare, per esempio, alla tragedia degli omosessuali, o di altre minoranze (ebrei, zingari…) e a quanto tempo è occorso affinché finalmente non fossero discriminati.      
            Ma vengo all’intelligenza. Come si misura o si valuta? Con il “tempo”! Più o meno tutti siamo in grado di risolvere un test d’intelligenza – prima o poi – ma convenzionalmente è “più” intelligente solo chi lo fa nei tempi rapidi previsti (quale che sia il tipo di test di intelligenza: matematica, spaziale, emotiva, pratica, ecc.). In breve, lo “sviluppo cognitivo” di un individuo – ché, alla fine, questa è l’intelligenza – è legato al “tempo” che ci mette la persona a percepire la realtà. Le persone più “intelligenti” ci arrivano prima, molto prima, di tutti gli altri. E di questo fatto, in sé banalissimo, non ci scandalizziamo, ma di solito non ne percepiamo la sconvolgente portata generale.
          Non ci stupisce, per esempio, che – in media – un bambino di due/tre anni sia “meno intelligente” di un adulto di trenta, perché minore è lo sviluppo delle sue capacità cognitive. Gli esperimenti lo confermano: se a un bambino di due/tre anni fai vedere un pasticcino e gli proponi di scegliere fra quello subito e una torta (o 10 pasticcini) dopo, fra 15 minuti, il bambino quasi sempre sceglie il pasticcino subito. Perché? Perché il “tempo” è determinante nella percezione della realtà e il bambino non ha una corretta percezione del tempo, dunque della realtà. Lo sviluppo cognitivo, o intelligenza, si misura e si valuta essenzialmente con il “tempo”. Infatti, più si guarda lontano nel tempo, più si è intelligenti, fino a diventare…profeti!
         Cosa ne dobbiamo dedurre? Che le scelte sono irrazionali non tanto in sé, ma quando non tengono conto del “tempo” o, se si preferisce, quando non sono in grado di percepire l’importanza del fattore “tempo”. Ora, ciò che vale sul piano individuale, in questo caso vale anche in larga misura sul piano sociale e, dunque, politico.
         Molto in breve – e a rischio di apparire fin troppo divulgativo e di propinare psicologia delle masse in pillole – direi che il popolo (che in sé non esiste se non come fictio iuris, mentre esistono le persone concrete) spesso è un po’ come un “bambino” piccolo, perché quasi sempre fa una grande fatica a gestire e capire l’importanza del tempo. Per questo talvolta fa, o accetta, scelte irrazionali.
          Sia chiaro: non abbiamo alternative alla democrazia, ma le decisioni popolari (democratiche) non riguardano, non possono riguardare, “ogni” aspetto della vita individuale e sociale. Avremmo, altrimenti, una “democrazia totalitaria”, che fa della volontà della maggioranza una forma terribile e subdola di dittatura. Per esempio, la determinazione di cosa è “malattia” e i rischi connessi non è, non può essere, una decisione democratica, trattandosi invece di una constatazione scientifica, cui gli organi democratici “devono” soggiacere.
         Il fatto doloroso da accettare per ognuno di noi è che i gradi più alti della conoscenza non sono appannaggio di tutti. Ovviamente non mi riferisco, qui, a forme singolari di conoscenza, come quella soggettiva mistica (paradossalmente invece forse alla portata dei più piccoli e semplici), ma alla conoscenza intersoggettiva socialmente utile, come per esempio quella “scientifica”, che ci permette di controllare in parte la natura, curare malattie, ecc.: in breve, vivere meglio. 
        Una buona democrazia costituzionale ha un disperato bisogno del riconoscimento delle conoscenze qualificate e delle competenze, che – non necessariamente contro, ma almeno insieme a, la volontà popolare – sono decisive per la determinazione del “bene comune”. Purtroppo non sempre volontà popolare e bene comune coincidono (vox populi, vox Dei) e la storia è piena di esempi drammatici che attestano come scientificamente quest’equazione non funzioni: basti pensare al vasto consenso “popolare”, almeno iniziale, dato al fascismo, al nazismo e allo stalinismo.
         Il populismo – malattia di tutti i tempi, ma oggi vera e propria epidemia – è, in fondo, l’epifenomeno di una diffusa e grave incapacità di descrizione, e percezione, del tempo e, quindi, della realtà (che al tempo è strettamente connessa). Oggi la distanza fra percezione della realtà e realtà effettiva è abissale, perché sia chi governa sia chi è governato “non vuole” fare i conti con il tempo, ossia con la parte più scomoda, ma purtroppo non ignorabile, della realtà.
         E chi ha, del tempo, una percezione migliore? Gli esperti e i saggi, che studiano la realtà, ossia i fenomeni nel tempo. Non bisogna essere “elitisti” per accedere a questa semplice verità. Per questo il popolo e la democrazia – da soli – non bastano. Serve anche il rispetto di regole, per dir così: di gestione del tempo – meta-democratiche (costituzionali) – e del consiglio di saggi (scienziati, filosofi, religiosi, poeti…).
         Dunque, come un bambino piccolo può strillare molto, ma alla fine ha bisogno dell’aiuto dei genitori per non farsi male, così il popolo può credere di poter decidere tutto quel che vuole, ma alla fine ha bisogno di esperti/competenti/saggi che ne indirizzino e ne limitino le scelte potenzialmente irrazionali, pena l’annientamento del popolo stesso. Nel tempo.
         Il popolo tedesco ci ha messo 12 anni (1933-1945) per capire, dopo immani tragedie, cos’era il nazismo; il popolo italiano ha impiegato più di 20 anni (1922-1945) per capire, drammaticamente, cos’era il fascismo; i popoli dei Paesi dell’Est Europa, prima di comprendere fino in fondo la tragedia del comunismo storico, hanno dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino (1989). Ma più di un saggio aveva avvertito – per tempo – dove portavano le scelte di Hitler, Mussolini, Stalin…
         È sempre una questione di tempo.
         In conclusione, non è la democrazia il problema, ma l’uso strumentale – populistico, appunto – della volontà popolare, che è indispensabile per una buona convivenza sociale, ma certo non esprime un potere assoluto, ossia senza limiti. Dobbiamo sempre ricordare che il popolo è sovrano, sì, ma «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1, I c., Cost).