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Mercoledì, 17 Ottobre 2018

Cause ed effetti del Nazionalpopulismo e lo sgretolamento dell’etica pubblica

A differenza delle malattie fisiche individuali, che di solito – quando vengono – presentano gli stessi sintomi, le patologie sociali, in particolare quelle politiche, non si ripetono mai esattamente nello stesso modo, semplicemente perché, come si sa, la storia non si ripete.


Dunque accusare banalmente di “fascismo” alcune esternazioni e manifestazioni più estreme dei leader delle forze politiche – populiste e sovraniste – attualmente vincenti non solo in Italia (M5S e Lega), ma anche in buona parte del mondo [Donald Trump negli USA, Alice Weidel per il terzo partito tedesco: Alternative Für Deutschland, Marine Le Pen in Francia, Sebastian Kurz in Austria, Viktor Orban in Ungheria con i leader degli altri tre Paesi del c.d. patto di Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, ecc.] è indice di un approccio superficiale e semplicistico, che probabilmente non favorisce la comprensione profonda della realtà e non aiuta a trovare i rimedi per contrastare efficacemente l’involuzione politica in atto.
Al di là di alcuni episodi – da non sottovalutare e da tenere sotto controllo ma di natura essenzialmente folkloristica (le iniziative di CasaPound, qualche camicia nera, i saluti romani, svastiche e scritte inneggianti al duce, l’intestazione, poi abortita, di una via romana a Giorgio Almirante, ecc.) – il fascismo in Italia è morto ed è molto improbabile che la società italiana voglia ripetere questa drammatica esperienza storica.
Ciò non toglie che negli ultimi anni siano prepotentemente emerse alcune tendenze chiaramente eversive dell’ordine costituzionale (l’Ur-fascismo, o eterno fascismo, di cui parlava Umberto Eco), tendenze tanto più pericolose quanto più espresse in forma indiretta e subdola, ricorrendo all’uso demagogico del consenso popolare, senza espliciti agganci nostalgici – politicamente insostenibili – al vecchio regime.
Insomma, non c’è traccia (se non, ripeto, folkloristica) di fascismo storico, e ovviamente nemmeno di nazionalsocialismo, ma emerge un fenomeno nuovo, forse più preoccupante: il nazionalpopulismo, ché a ben vedere di questo stiamo parlando quando accenniamo ai partiti populisti e sovranisti oggi apparentemente dominanti.
Le caratteristiche di tali formazioni politiche sono note: promettere mari e monti, senza poi poterli mantenere, vellicando le aspirazioni di un’opinione pubblica immatura, manipolare i dati a proprio uso e consumo, incrementando lo scarto fra percezione della realtà e realtà effettiva (basti pensare all’ esasperazione, ora ingiustificata, dell’autodifesa privata o al timore, in questo momento altrettanto ingiustificato, sulle immigrazioni), attaccare per principio i diversi (negri, islamici, zingari…), manifestare intolleranza verso i diritti civili (in particolare verso le unioni civili e i gay), giocare sulle insicurezze sociali incrementando un diffuso “bisogno d’ordine”. Queste azioni preoccupano, anche per il modo becero e irrazionalistico con cui vengono perpetrate. Ma accade pure che venga sostenuto tutto e il contrario di tutto, spudoratamente, in modo qualunquistico e trasformistico, con un cinismo occasionalistico imbecille che – di fronte al mito, perennemente invocato, della sovranità popolare – rimette in discussione, non il fideismo scientifico: c.d. scientismo, ma le indiscusse conquiste della scienza e il principio di competenza (basti pensare alla polemica sui vaccini).
Ci imbattiamo ormai quotidianamente in questo modo di “fare politica”, incredibile e terribile, ma drammaticamente reale. Quest’approccio nefasto alla cosa pubblica non esprime tanto il rischio di un “neo-teppismo fascista”, quanto semplicemente l’esperienza di una “cialtroneria demagogica”, vincente perché rivolta a una società in gran parte, come dice Z. Bauman, ormai liquida.
Ma nulla accade per caso. L’involuzione politica in atto è un frutto avvelenato di un malessere diffuso e un’invida sociale che vengono da lontano: dalla criminalità politica dei partiti corrotti degli anni Ottanta, da un devastante ventennio di berlusconismo (che ha instillato in troppi italiani la corsa al facile guadagno) e di rincretinimento televisivo (C’è posta per te, Il grande fratello, ecc.), da ben quattro governi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) non “scelti” dagli elettori, dall’oscillazione irrazionale fra iperpessimismo disastroso (M. Monti) e iperottimismo solo statistico (M. Renzi), da una crisi economica quasi decennale che ha creato milioni di disperati (su 60 milioni di italiani, 5 in povertà assoluta e 9 in povertà relativa: cifre spaventose), dalla conseguente crescita vertiginosa di inaccettabili disuguaglianze sociali, da un uso patologico (dunque da un abuso) dei social network, ecc.
Una diffusa ignoranza, spesso in buona fede, alimenta l’attuale involuzione politica. Molti tendono tenacemente a sfuggire la realtà su sé stessi, perché semplicemente conoscerla, e accettarla umilmente, produrrebbe frustrazione. Ora, il fenomeno psicologico della frustrazione ha un enorme rilievo “politico” perché – quando assume dimensioni collettive – spesso si traduce in invidia sociale, che produce reazioni emotive e pulsioni irrazionali: superficialità, semplificazione, presunzione, arroganza. Nel caso dei Paesi democratici, tali reazioni si traducono in diffusa protesta popolare, sotto forma o di astensione dal voto o di voto a partiti populisti e antisistema. Ma è facile prevedere che l’esito della rivolta populista mondiale contro il c.d. establishment – a causa dell’approccio irrazionale che la caratterizza – sciaguratamente sarà proprio un (involontario) aumento delle diseguaglianze. L’idea semplificante dell’adozione, in Italia, di una flat tax “per il popolo” ne è un esempio evidente: almeno nella sua versione originaria è invece una tassa che favorisce i più ricchi, non certo i più poveri. È una storia vecchia: nessuno, più del popolo, è capace di danneggiare (s’intende: involontariamente, inconsapevolmente) gli interessi del popolo stesso.
Ma la questione è ancora più grave. Negli ultimi decenni, non solo si è progressivamente, quasi impercettibilmente, abbassata la più generale soglia etica degli italiani, ma anche, purtroppo, si è lentamente sgretolata quella che da tempo chiamo l’“etica pubblica”, l’idem sentire de republica: in estrema sintesi, l’identificazione sociale della maggioranza dei cittadini con i valori dell’Italia del Risorgimento, della Resistenza e della Carta costituzionale, identificazione che è cosa ben diversa e più alta del mero e macchiettistico senso dell’“italianità”, il quale invece è rimasto e oscilla – nell’attuale immaginario collettivo – dalla suonata di mandolino all’Italietta furbastra e pavida che si intravede in alcuni film di Alberto Sordi.
Tutto ciò conferma, al di là di ogni facile ottimismo sul futuro, il parziale fallimento negli ultimi anni delle agenzie educative (famiglia, scuola, formazioni sociali: partiti e sindacati compresi). Nonostante gli sforzi di formazione degli italiani in senso solidaristico, pluralistico e inclusivo – dunque in senso autenticamente cosmopolita e popolare – ci troviamo di fronte, oggi, una società in larga misura chiusa in sé stessa, in preda a presunzione nazionalistica, pronta a individuare il nemico esterno nell’Unione Europea (che invece è l’unica “casa possibile” per tutti), piena di paure irrazionali, in breve populista e nazionalista: “nazionalpopulista”.
Ed è questo il vero dramma: il mutamento antropologico degli italiani, non il fatto che qualche cialtrone venga eletto e governi. In democrazia può succedere e, in fondo, è sempre successo. È il Paese reale che è cambiato, purtroppo non in melius ma in peius. Insomma, preoccupa il “vuoto etico” – quindi anche politico – che l’Italia nasconde, anzi che insipientemente esibisce come virtù pubblica.