Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 22 Novembre 2019

Repubblica parlamentare ma “a correttivo presidenziale”. Dopo 5 sistemi elettorali in 70 anni, ecco il Rosatellum bis o 2.0

In un Paese in effettiva ripresa economica – ma ancora alle prese con notevoli guai (un enorme debito pubblico, 1/3 dei cittadini sulla soglia della povertà, tendenze xenofobe crescenti, ecc.) – gli italiani si sono ritrovati con l’ennesima legge elettorale: il c.d. rosatellum bis o 2.0, dal nome del suo principale estensore.

Se già la complessità e tecnicità dell’argomento certo non aiuta, il disinteresse – se non l’insofferenza – dei nostri connazionali verso il tema dei sistemi elettorali non è privo di ragioni. Si tratta – semplificando molto e deliberatamente ignorando le altre leggi elettorali vigenti (per Comuni, Provincie, Regioni e Parlamento Europeo) – del quinto “tipo” di sistema elettorale che ci diamo, dall’inizio della Repubblica ad oggi. In 70 anni, infatti, ne abbiamo provati ben cinque:

  1. dal 1948 al 1992 il tradizionale proporzionale;
  2. dal 1993 al 2005 il mattarellum [sistema misto, maggioritario con quota 25% proporzionale e “scorporo”, aggirato da liste-civetta];
  3. dal 2005 al 2014 il porcellum [sistema proporzionale, con 4 soglie alte e premio di maggioranza, invece, senza soglia];
  4. dal 2015 al 2017 l’italicum [sistema proporzionale, con premio di maggioranza (eventuale), soglia (40%) e doppio turno];

fino ad arrivare, ora, appunto al

  • rosatellum [misto, proporzionale (63%) con quota maggioritaria (37%), senza voto di preferenza e senza voto disgiunto].

“E’ destinato a crescere - scrive il costituzionalista Antonino Spadaro - il ruolo del Presidente della Repubblica, vero moderatore e reggitore del sistema nelle situazioni di crisi”.

Una veduta del quirinale
Una veduta del quirinale

All’attuale sistema elettorale siamo pervenuti non senza sofferenze e contorcimenti: prima il terribile porcellum (l. n. 270/2005), voluto dal centro-destra – com’era largamente prevedibile – era stato in gran parte dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale (sent. cost. n. 1/2014); poi, anche l’imperfetto ma tutto sommato passabile italicum (l. n. 52/2015), voluto questa volta dal centro-sinistra, è stato parzialmente annullato dal giudice delle leggi (sent. cost. n. 35/2017). Il rosatellum (l. n. 165/2017) presenta almeno il pregio di non costringere gli italiani a votare con i c.d. “consultellum” e “italicum corretto”, le due normative elettorali residue – disarmoniche perché differenti fra Camera e Senato! – rimaste in piedi dopo le pronunce costituzionali. Fra i pregi, a ben vedere, va segnalato proprio il fatto che storicamente si tratta della prima legge elettorale uguale per Camera e Senato, per di più approvata a grande maggioranza: 60% dei deputati e 67% dei senatori. Senza entrare troppo in dettaglio, ricordo che sia alla Camera che al Senato – escludendo i 18 parlamentari della circoscrizione estero, cui non si applica il rosatellum – i seggi sono assegnati per il 63 % con una quota proporzionale (collegi plurinominali, con non più di 4 candidati per lista, per massimo 8 seggi da assegnare) e per il 37 % con una quota maggioritaria (collegi uninominali). Il cittadino dispone di una scheda unica, senza possibilità di voto disgiunto, o incoerente, fra uninominale e proporzionale. Ciò significa che, in assenza di indicazioni sul proporzionale, il voto viene ripartito fra tutte le liste collegate al candidato dell’uninominale e, così pure, il voto nel collegio proporzionale si riverbera politicamente, in via automatica, nel contiguo collegio uninominale. In pratica, il candidato uninominale spesso sarà di fatto il capolista “coalizionale” e i partiti potranno mettersi insieme (“apparentarsi”) condividendo lo/a stesso/a candidato/a uninominale. Il punto è delicato: non può ignorarsi il rischio che venga alterata la volontà dei votanti (c.d. effetto “trascinamento” del candidato uninominale sui candidati proporzionali e viceversa), ma è pur vero che l’elettore è preventivamente informato delle conseguenze del suo voto e che il sistema, in tal modo, garantisce un minimo di omogeneità in organi – Camera e Senato – la cui composizione numerica è comunque fissa (e non modificabile, quale effetto del voto disgiunto a prevalenza proporzionale, come nel Bundestag della RFT). Nei collegi plurinominali le candidature sulla scheda sono alternate (donna-uomo). Nei collegi uninominali non più del 60% dei candidati/e può essere di uomini o di donne. Se sono ragionevoli le soglie di sbarramento previste [3 % per le liste (in teoria, più di 1 milione di voti) e 10 % per le coalizioni], appare invece discutibile la presenza di una sorta di voto diseguale a danno dei partiti piccolissimi, che certo non vanno promossi – nel 2013 (porcellum) i partitini (appena lo 0,46 % dei voti) hanno preso ben 6 deputati! – ma nemmeno troppo penalizzati. Infatti, nel rosatellum i soggetti politici compresi fra l’1 e il 3 %, nella singola coalizione (sotto l’1% il voto è disperso), si limitano a “portare acqua”, rectius: voti, ai grandi partiti. Non è la prima volta che accade in Italia, ma è forte il rischio di liste di partiti c.d. “cespugli” (in cambio, per gli stessi, di candidature sicure nei collegi uninominali). L’omogeneità del programma di coalizione può tuttavia attenuare il danno. Quanto alla mancata previsione di un “voto di preferenza” al proporzionale, il c.d. listino bloccato presenta il noto vantaggio di scoraggiare clientelismo e corruzione, senza per altro escludere che il voto di preferenza, buttato fuori dalla porta, rientri dalla finestra attraverso elezioni primarie interne ai partiti. Non guasterebbe, in questo senso, una legge ad hoc. Inoltre la Corte costituzionale si era già espressa ammettendo implicitamente liste bloccate corte: nel rosatellum, infatti, i candidati non sono più di quattro e quindi sono conosciuti dal corpo elettorale. In ogni caso, esiste pur sempre il voto ad personam dell’uninominale. In tutto il mondo, del resto, quando davvero si mira a far scegliere direttamente i candidati agli elettori, ordinariamente si adotta il maggioritario con collegio uninominale e non un sistema “misto” ultra-compromissorio come questo. Permane pure la discutibile ipotesi di pluricandidature, ma fortunatamente attenuata: ci si potrà candidare in 1 collegio uninominale e in 5 plurinominali (nell’italicum era previsto fossero addirittura 10). In conclusione, il maggior difetto del rosatellum – a parere di chi scrive – è la sua natura compromissoria, dunque la sua “miopia”. Un buon sistema elettorale dovrebbe sempre cercare di coniugare, in un mix equilibrato, le due diverse (ma parimenti fondamentali) istanze di “governabilità” e “rappresentanza”, ora a vantaggio dell’una ora dell’altra. Qui non pare che il legislatore abbia preso decisioni nette e può dirsi che solo un partito-coalizione che superi il 40% abbia discrete possibilità di governare. Purtroppo, in assenza di premi di maggioranza (o di altri, adeguati meccanismi maggioritari), la legge elettorale appena approvata certo non sembra favorire la governabilità, a maggior ragione in un sistema politico presumibilmente tripolare quale sembra essere, oggi, quello italiano. È stato calcolato – ma si tratta solo di simulazioni, da verificare poi sul campo – che il meccanismo complessivo si mostra disproporzionale per circa l’8 %. Dunque – anche laddove ciascuno dei tre poli decidesse di allearsi con un altro (cosa drammaticamente finora esclusa dal M5S) – il rischio è che si formino, non tanto vere groß Koalition alla tedesca, quanto piuttosto coalizioni di governo disomogenee e fragili, quindi potenzialmente instabili. Né può escludersi persino la formazione di un semplice “governo di scopo”, che tiri a vivacchiare giusto quanto basta a far approvare al Parlamento una nuova legge elettorale migliore (perché capace di garantire un minimo di stabilità) e si ritorni a votare quanto prima. Prospettiva, quest’ultima, che oscilla fra l’incubo e la liberazione. L’Italia sembra un Paese conservatore e politicamente diviso, in cui è davvero arduo (non dico impossibile) ogni tentativo di vera riforma, non solo elettorale. Nel quadro appena descritto – potremmo dire di ritorno al passato (non alla c.d. I Repubblica, ma certo a coalizioni post-elettorali mutevoli) – una sola cosa è certa: chiaramente è destinato a crescere il ruolo del Presidente della Repubblica, vero moderatore e reggitore del sistema nelle situazioni di crisi. Come giustamente ricorda l’amico e collega Stefano Ceccanti – prendendo a prestito la formula da J.C. Colliard – la nostra forma di governo resterà, sì, parlamentare, ma sempre più... «a correttivo presidenziale». Un esito, credo, non auspicato da nessuno. Ma tant’è.