Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 15 Novembre 2019

Un nuovo sistema degli enti locali calabresi. Riforma indispensabile e non più procrastinabile

   A quanto pare, in Italia molte cose “cambieranno” nell’immediato futuro: prima la nuova legge elettorale, poi forse le elezioni anticipate, a seguire un nuovo governo, una nuova legge di stabilità, nuove relazioni con l’Unione Europea, ecc.
Tutto è destinato a cambiare, a velocità stratosferica, ma – viste dalla lontana Calabria – queste vicende sembrano non lasciare il segno. Purtroppo i problemi calabresi – che non mancano e sono tanti –“restano. Fra questi, resta il problema, antichissimo, degli enti locali: troppi, disorganizzati e inefficienti.

Un’immagine di Lamezia Terme, che nel 1968 con l’unione di Sambiase, S. Eufemia e Nicastro (legge. stat. n. 6/68) è diventata il terzo Comune calabrese con 71.000 abitanti e prima riuscita conurbazione calabrese. Reggio Calabria sullo Stretto nella foto di primo piano. Un’immagine di Lamezia Terme, che nel 1968 con l’unione di Sambiase, S. Eufemia e Nicastro (legge. stat. n. 6/68) è diventata il terzo Comune calabrese con 71.000 abitanti e prima riuscita conurbazione calabrese. Reggio Calabria sullo Stretto nella foto di primo piano.


Come si sa, il c.d. “federalismo all’italiana” si regge su tre piedi: Stato, Regioni e Comuni. Purtroppo, non essendo passata la riforma costituzionale, le Regioni mantengono intatte le proprie attribuzioni, come se la storia si fosse fermata e nulla fosse cambiato dalla riforma del Titolo V del lontano 2001. E invece tutto è cambiato in 16 anni, dalla crisi economica al sistema dei partiti. Ma anche la creazione delle Città metropolitane, in Calabria, sarebbe passata inosservata senza l’imposizione con legge nazionale di quella di Reggio, per altro ben distinta dall’“area dello stretto”, che infatti si svilupperà – se si svilupperà davvero – autonomamente, in via di fatto e per iniziativa degli enti locali interessati delle due sponde, calabrese e siciliana.
In questo marasma istituzionale – che vedeancora in piedi le Province, tranne che a Reggio – è assolutamente indispensabile la riforma dei nostri enti locali, in particolare dei Comuni calabresi, frammentati e dispersi su 15.000 km2 di territorio per lo più montuoso. Si tratta di enti non di rado economicamente disastrati e,nel caso dei più piccoli, in stato di deplorevole abbandono,anche in conseguenza della nuova emigrazione giovanile verso il Nord.
Per la verità, la questione è più generale – l’Italia, con solo 61 milioni di abitanti ha ben 7891 Comuni – ma in Calabria essa assume proporzioni clamorose. La nostra Regione, con appena 1.970.000 abitanti, ha ben 409 Comuni! La popolazione “media” per Comune è di 4817 persone. Più precisamente – su 409 Comuni – ben 324, ossia quasi l’80 % di essi (79,2 % per essere esatti) ha meno di 5000 abitanti. Dal punto di vista demografico, risiedono in questi Comuni minori ben 633.000 persone, ossia il 32 % della popolazione calabrese, che evidentemente – a differenza di quelli che vivono in centri più grandi (10.000, 15.000, 40.000 ab., ecc.) – faticano a fruire delle opportunità e dei servizi che solo enti locali di dimensioni maggiori, per ragioni di economia di scala, sono in grado di offrire.
Com’è noto, fortunatamente il T.U. sugli enti locali (n. 267/2000), riformato dalla legge Delrio (n. 56/2014), esclude che sia possibile creare nuovi Comuni con meno di 10.000 abitanti. Ma soprattutto l’attuale normativa prevede – anzi promuove – sia la fusione/incorporazione (art. 15) che l’Unione (art. 32) dei Comuni. Queste ultime sono «associazioni di Comuni per l’esercizio congiunto di funzioni e servizi» (sent. cost. n. 50/2015). Ad ogni modo, in entrambi i casi ai nuovi enti – che ex art. 133, II c., Cost., vanno creati con legge regionale – si riconosce autonomia statutaria e soprattutto significativi benefici finanziari (manna del cielo per enti spesso disastrati) e agevolazioni nell’assunzione di personale (atavico problema un po’ di tutti i nostri enti locali).

Un seminario di approfondimento sulle potenzialità e criticità delle fusioni tra Comuni si è tenuto nella Cittadella Regione il 15 maggio. I lavori della giornata, organizzata assieme al Formez, sono stati introdotti dal vicepresidente della Giunta regionale prof. Antonio Viscomi. Un seminario di approfondimento sulle potenzialità e criticità delle fusioni tra Comuni si è tenuto nella Cittadella Regione il 15 maggio. I lavori della giornata, organizzata assieme al Formez, sono stati introdotti dal vicepresidente della Giunta regionale prof. Antonio Viscomi.


È stupefacente e amaro constatare che una Regione come la Calabria abbia così lungamente tardato a fruire di tali opportunità, spesso per motivi futili e campanilistici, ben lontani da un sano municipalismo e da un vero rispetto per le autonomie.
Naturalmente ci sono dei precedenti storici significativi, ed emblematici, di “fusione” di comuni calabresi, che desidero ricordare:

  • 1927: Guardia Piemontese Terme, con circa 4000 abitanti, che univa Acquappesa con Guardia piemontese, ma già nel 1945 i due Comuni si sono separati e ri-costituti;

  • 1928: Taurianova, con circa 15.600 abitanti, che univa Jatrinoli, Radicena, Terranova Sappo Minulio, ma già nel 1946 Terranova riacquistò la sua autonomia e addirittura – più tardi, con d.p.r. 28 luglio 2005 – il Presidente della Repubblica C.A. Ciampi attribuì a Terranova lo status, per quanto sembri incredibile, di “città”, la più piccola d’Italia, avendo essa appena 523 abitanti!;

  • 1968: Lamezia Terme, che unisce Sambiase, S. Eufemia e Nicastro (legge. stat. n. 6/1968), divenuto così il terzo Comune calabrese con 71.000 abitanti e, finalmente, prima riuscita conurbazione calabrese;

  • 2017: Casali del Manco, ente che unisce i Comuni della pre-Sila cosentina di Casole Bruzio, Trenta, Serra Pedace, Pedace e Spezzano Piccolo, con 10.183 abitanti. È significativo che le agevolazioni finanziarie del Governo, in questo caso, dovrebbe aumentare i trasferimentidi 1,6 milioni di euro in più rispetto a quelli attuali, per 10 anni. Il referendum svolto ha avuto valore solo consultivo e il “no” ha prevalso solo a Spezzano Piccolo. Il voto negativo sarebbe stato determinante solo se il Consiglio comunale di quest’ultimo Comune avesse espresso parere contrario alla fusione, cosa che non è avvenuta, sicché entro 60 giorni dalla proclamazione dei risultati del referendum, la Giunta regionale ha presentato al Consiglio regionale il disegno di legge per l’istituzione del nuovo Comune (l. reg. “provvedimento” 5 maggio, n. 11/2017).


Come può intuirsi, sarebbe bene – anzi è indispensabile – che la Regione non decidesse in materia solo con leggi speciali/singolari com’è accaduto nel caso da ultimo ricordato, ma si dotasse di una legge generale, che fissi i criteri di massima per la creazione di nuovi enti locali nel rispetto della normativa statale vigente. Tale legge generale, che dovrebbe tutelare in modo speciale i borghi più belli e antichi, potrebbe – anzi utilmente dovrebbe – disciplinare anche le relazioni fra Regione e città metropolitana di Reggio, cosa ancora non avvenuta.
In questo quadro – di un auspicabile disciplina regionale organica degli enti locali –avrebbe davvero senso il CAL (Consiglio delle autonomie locali) previsto dalla Costituzione e disciplinato dal nostro Statuto, ma soprattutto sarebbe più facile immaginare la fusione di altri Comuni in Calabria. Per esempio (ma le ipotesi potrebbero essere molte di più):

  • Cosenza(insieme a RendeCastrolibero), con 112.363 abitanti;

  • Crotone (con Cutro, Isola di Capo Rizzuto e Strongoli), con 95.243 abitanti;

  • Corigliano-Rossano, con 77.206 abitanti;

  • Locri-Siderno-Gerace, con 33.000 abitanti;

  • Palmi-Seminara, con 23.000 abitanti (ma si può immaginare anche un “unione” con Gioia Tauro);

  • Villa S. Giovanni - Campo calabro, con 19.00 abitanti;

  • CardinaleChiaravalle CentraleTorre di Ruggiero, con 9.259 abitanti.


Per quanto ancora poche, in Calabria non mancano pure le Unioni di Comuni. Attualmente, se non sbaglio, ne esistono11, per 57 Comuni e circa 150.000 abitanti: 5 nel catanzarese ["Del versante ionico", "Dell'istmo", “Monte Contessa”, “Monti Ma.Re da Temesa a Terina”, "Presila Catanzarese"], 5 nel cosentino [“Arberia”, "Dei Casali", "La via del mare", “Soleo”, “Terre del Savuto”] e 1 solanel reggino [“Valle del Torbido”, con 6 Comuni (Gioiosa ionica, Grotteria, Mammola, Marina di Gioiosa ionica, Martone e San Giovanni di Gerace) e20.818 abitanti].
Sia fusioni che unioni sembrano la risposta migliore (ed in qualche modo sono anche la strada obbligata) per far funzionare il sistema, allo stato davvero pulviscolare e caotico, dei Comuni calabresi. Tuttavia – in mancanza di una normativa organica, ossia senza una legge regionale quadro sul punto – ancora una volta rischiamo di procedere in modo estemporaneo, caso per caso, sulla spinta di decisioni emotivo-irrazionali o sull’onda di emergenze. Purtroppo il fatto è che, oggi, un po’ tutto il sistema degli enti locali della nostra Regione è sull’orlo dell’emergenza sicché la riforma, da anni invocata, appare ormai improcrastinabile.
La riprova della drammaticità della condizione di molti enti locali calabresi, e dei rischi che stiamo correndo, risiede in un “altro” elenco di Comuni, ulteriore triste primato calabrese. Nel momento in cui scrivo, infatti, ci sono ben 19 Comuni commissariati in Calabria, per varie ragioni: Acri, Gioia Tauro, Amantea, Villa San Giovanni, Bagnara Calabra, Bovalino, Rizziconi, Tropea, Nicotera, Botricello, Laureana di Borrello, Ionadi, Bova Marina, San Luca, Spezzano Piccolo, Filandari, Nardodipace, Pietrapaola, Petrizzi.
E taccio sugli “altri” Comuni calabresi in passato commissariati, Reggio compresa.
Direi, dunque, che è tempo che Giunta e Consiglio regionale si diano da fare. In particolare, i consiglieri regionali si rimbocchino le maniche e producano la legge sugli enti locali (fra i quali è la città metropolitana). Gliene saremo tutti molto grati.