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Venerdì, 22 Novembre 2019

La crisi è finita o si preannuncia una “tempesta perfetta”?

Dal 2007 fino all’anno scorso, per quasi 10 anni, l’Italia ha fatto i conti con la più grave crisi economica non solo del XXI secolo (la gran parte dei 17 anni trascorsi in questo scorcio di tempo, infatti, sono stati Dal 2007 fino all’anno scorso, per quasi 10 anni, l’Italia ha fatto i conti con la più grave crisi economica non solo del XXI secolo (la gran parte dei 17 anni trascorsi in questo scorcio di tempo, infatti, sono stati caratterizzati dal segno “–” della de-crescita, e non si tratta della “decrescita felice” di cui parla S. Latouche), ma anche del XX secolo, visto che la crisi ha avuto dimensioni maggiori e più estese di quelle sperimentate nel Novecento (compresi gli effetti del crollo della borsa di Wall Street nel 1929). Una crisi, per le sue dimensioni e diffusione, forse sistemica più che ciclica e contingente. Per di più, fra i grandi Paesi occidentali, siamo giunti a ri-scoprire il segno “+”, la crescita economica, praticamente per ultimi ed in forma ancora contenuta: circa l’1 % di sviluppo economico.

Un’immagina della Banca centrale europea  (Bce) Un’immagina della Banca centrale europea (Bce)


Naturalmente, come già abbiamo avuto modo di ricordare in passato, il benessere di un Paese non si può misurare semplicemente attraverso il PIL (Prodotto Interno Lordo), dovendosi valutare un’infinità di altri fattori, legati non solo al dato quantitativo della produzione, quanto piuttosto alla “qualità della vita” e all’effettivo benessere (Welfare), o grado di felicità, della gente: GNH (Gross National Happiness), NHI (National Happiness Indicator), HLY (Happy Life Years), BES (Benessere Equo e Solidale), ecc.
Ma certo i “dati” della produzione economica, insieme a quelli dello stato delle finanze, restano indicatori decisivi della salute di una comunità organizzata. E quelli italiani, per usare un eufemismo – pur non descrivendo un Paese economicamente morto (ci sono settori di eccellenza in crescita: agricoltura biologica, cantieristica navale, elettronica, ecc.) – certo non sono entusiasmanti.
In questo senso, in molti ambienti corre una domanda, davvero inquietante, che perciò viene formulata spesso con modi perplessi e sottovoce: «ma la crisi è finita o… deve incominciare?».
Purtroppo, accanto a una debole ripresa, restano molti “dati” drammatici su cui riflettere. Gli economisti più seri ce li ricordano continuamente, e forse anche stancamente, visto che – nonostante i loro ammonimenti – nulla o ben poco cambia. Provo rapidamente ad elencarli:

  • da circa quarant'anni tutti i Governi della Repubblica hanno attinto a piene mani per finanziare la spesa corrente pubblica al debito pubblico, trascinandolo fino agli attuali 2.239 miliardi di euro (erano 2.218 nel 2016), ben sapendo che gli oneri non sarebbero gravati sui propri elettori – gli unici, comodi, riferimenti politici dei Governi ricordati – ma sui loro figli e sui figli dei loro figli, non ancora elettori o elettori comunque troppo lontani per essere rilevanti;

  • dal 2011 (Governo Monti) ad oggi, il debito risulta aumentato di oltre 50 miliardi l'anno con un tasso di incremento di 4 volte superiore rispetto alla crescita del PIL;

  • al di là di minori (anche se non trascurabili) distinzioni, gli ultimi 4 Governi (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) hanno continuato ad aumentare la spesa pubblica fino agli attuali 828 miliardi;

  • complessivamente, rispetto allo sviluppo del 2007, il PIL è sceso di circa 11 punti, sicché – sempre chesi mantenga il tasso di crescita attuale – ci vorranno ancora circa 13 anni per raggiungere un livello pre-crisi;

  • il debito pubblico italiano dovrebbe attestarsi nel 2017 al 132,6 %, mentre il Fondo Monetario Internazionale lo vorrebbe ridotto almeno al 110 % del PIL;

  • in ogni caso, se entro fine aprile 2017 il Governo con corregge i conti pubblici per la percentuale, apparentemente minima, dello 0,2 % (3,4 miliardi di euro), la Commissione europea attiverà una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per mancato rispetto degli impegni finanziari concordati con l’UE.


Mario Draghi, presidente della “Bce” Mario Draghi, presidente della “Bce”


Di fronte a questi “dati”, che già parlano da soli (re ipsa loquitur), più d’uno paventa il rischio che si stia avvicinando la classica «tempesta perfetta», ossia l’inizio vero di una crisi di cui finora avremmo visto solo la prima pallida parte, anche per la sopravvenienza di tre ulteriori fattori:

  • una preoccupante fragilità del sistema bancario nazionale (il caso del MPS è emblematico);

  • la mancata utilizzazione dello straordinario vantaggio della presenza di Mario Draghi alla direzione della Banca Centrale Europea, periodo destinato ora a concludersi e caratterizzato da una fase economica del tutto favorevole (acquisto di titoli del debito pubblico italiano), per l'azione del Quantitative Easing che ha portato i tassi di interesse a quota zero se non addirittura negativi. Abbiamo così perso un’occasione unica per concludere un processo di riforma della spesa pubblica appena iniziato e mai veramente portato a termine;

  • una rinnovata fragilità politica del nostro Paese, che aveva avuto, invece, durante il Governo Renzi, un periodo di accettabile stabilità politica e un minimo di credibilità riformista internazionale. Instabilità che – in assenza di adeguate leggi elettorali – potrebbe ora portare, nella prossima legislatura, addirittura a Governi populisti o a una sorta di immobilismo politico, per intenderci alla belga (lungo periodo di assenza di veri Governi).


Nessuno, ovviamente, può sapere cosa effettivamente succederà nei prossimi mesi ed anni, tanto più che anche il quadro internazionale è profondamente mutato, non sempre in meglio: l’UE ha il problema di evitare l’“effetto domino” della Brexit al suo interno; gli USA hanno la “gatta da pelare” di un Presidente aggressivo, protezionista ed antiambientalista; le politiche interne, ed estere, di Russia e Turchia sono pericolosamente aggressive; il Mediterraneo è molto agitato, fra immigrazione clandestina, strutturale instabilità libica e un Medioriente ancora in guerra; in Asia, la Corea del Nord sembra incontrollabile persino dalla Cina; ecc.
In questo quadro così complicato, gli osservatori più equilibrati dovrebbero evitare di porsi come “Cassandre”, ruolo fin troppo facile (vista l’esistenza, prima ricordata, di molti problemi) e per nulla utile (descrivere i pericoli, senza indicare soluzioni, non serve).
Dobbiamo tutti, invece, cercare di fare lo sforzo di pensare e vedere anche il positivo, che per fortuna non manca. E, di conseguenza, abbiamo tutti anche il dovere di fare un coraggioso “scatto di reni”, con uno spirito ricostruttivo e propositivo. Nessun’impresa, individuale o collettiva, può riuscire senza capacità di rischio, senza volontà di valorizzare le risorse esistenti, fiducia nel prossimo e speranza nel futuro.
Contrariamente a quanto forse qualcuno pensa, l’Italia gode – non tanto di fortuna sfacciata (il c.d. “stellone italico” che ci avrebbe protetto, finora, da gravi attentati terroristici), quanto – di una buona immagine esterna: un Paese con diversi problemi (la criminalità organizzata è forse il primo), ma ricchissimo di storia e di cultura, di gente solidale e pacifica, sostanzialmente aperta, che ama mangiare e vestirsi bene, con una delle più grandi e qualificate industrie manifatturiere del mondo, senza passati coloniali da mantenere surrettiziamente e pericolose ambizioni di supremazia geo-politica, ecc. Insomma, se vuole, l’Italia ha ancora un buon brand da utilizzare per potersi promuovere e, con sé, promuovere i suoi prodotti DOC (denominazione di origine controllata) e DOP (denominazione di origine protetta), che il mondo ama insieme al nostro, inimitabile, “stile di vita”.
Servono, però, classi politiche non populistiche, senza ansie elettorali, e quindi Governi solidi e stabili, il cui respiro sia di lungo periodo, con una “visione” del futuro, capaci di molte riforme (anche impopolari), di una vera politica industriale (non di grandi infrastrutture faraoniche, ma di un grande progetto di piccole opere di manutenzione delle infrastrutture e dei servizi esistenti), che valorizzi le PMI (piccole medie imprese), e metta al primo posto veramente – come tutti dicono, mapochi fanno – lavoro, giovani e Sud. Può sembrare un sogno fatto di slogan, ma può diventare un progetto reale alla nostra portata.
Anche l’Europa, a sua volta – pur nella crisi in cui versa – resta probabilmente il luogo migliore al mondo dove nascere e vivere. In particolare, l’Unione Europea costituisce il modello di organizzazione giuridico-politica “continentale” più interessante mai realizzato. Ma a condizione – esattamente l’opposto di quel che sta accadendo, con l’esplosione dei nazionalismi – che riscopra le sue radici solidali e rafforzi in senso federale il suo processo di integrazione. Ma questo è tutt’un altro discorso…