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Domenica, 20 Ottobre 2019

Uno scandalo senza rimedio? Storia di un inganno: il porto “senza marinai” di Gioia Tauro...

"Lo scandalo Gioia Tauro". Così lo definì all'inizio degli Anni Novanta il senatore Gerardo Chiaramonte, meridionale e meridionalista, tra i maggiori esponenti dell'allora Pci. Uno scandalo. Da politico avvertito e onesto, aveva capito che quel porto, nato da un inganno, "Lo scandalo Gioia Tauro". Così lo definì all'inizio degli Anni Novanta il senatore Gerardo Chiaramonte, meridionale e meridionalista, tra i maggiori esponenti dell'allora Pci. Uno scandalo. Da politico avvertito e onesto, aveva capito che quel porto, nato da un inganno, sarebbe rimasto prigioniero di un destino ingrato. Non gli sfuggivano alcune circostanze sospette che, messe in fila, davano il senso di un grande raggiro e, insieme, di una forte ostilità nei confronti di Gioia Tauro.porto-gioiatauro La posa della prima pietra era avvenuta nel 1975, il 25 Aprile, giorno della Liberazione, alla presenza del ministro per il Mezzogiorno dell'epoca, Giulio Andreotti. Il porto doveva essere realizzato al servizio del quinto Centro siderurgico, la grande industria estratta dal cilindro del governo Colombo sotto l'infuriare della Rivolta di Reggio. Ma il sogno dell'industrializzazione ben presto si dissolse, anche se la verità fu tenuta nascosta per molto tempo ai calabresi. Quel 25 Aprile si celebrava la nascita di un morto. Già due anni prima, nel 1973, lo scenario era mutato: il conflitto arabo-israeliano (la cosiddetta "Guerra del Kippur") aveva prodotto anche la chiusura del Canale di Suez e la conseguente crisi internazionale dell'acciaio. Che doveva farsene l'Italia di un colosso siderurgico in piena crisi? Non si ebbe, però, il coraggio di dire le cose come stavano e si preferì continuare a mentire spudoratamente. Solo molti anni dopo, durante una infuocata riunione a Palazzo Chigi e sotto l'assedio di trentamila calabresi, Giulio Andreotti, diventato nel frattempo presidente del Consiglio, ammise che l'opera era stata cancellata dall'agenda di governo.
Da allora, il porto ebbe una vita autonoma. Con una delle tante acrobazie linguistiche volte a mascherare l'assoluta povertà di idee, venne definito polifunzionale. Tradotto: in quel momento non serviva a niente ma in prospettiva poteva servire a tutto. E infatti, dopo una serie di occasioni puntualmente naufragate sugli scogli della realtà, ecco l'irrompere sulla scena di Angelo Ravano che ottiene in dono dal governo dell'epoca la generosa concessione per 49 anni e avvia l'attività di transhipment. Il resto è storia recente. Alle prime difficoltà, seguite ad un lungo periodo di affari d'oro, la "crisi" viene scaricata sui lavoratori (377 licenziamenti) e il cielo della Lamia si fa sempre più scuro. In fondo, c'era da aspettarselo: è la naturale conseguenza dell'aver puntato tutto sul transhipment. Alla faccia della polifunzionalità! Quel peccato originale ha condannato il porto ad un lento, insesorabile declino.
"Se Gioia Tauro muore, muore la Calabria!", tuona oggi il consigliere regionale Carlo Guccione. E' vero. Ma è vero anche che questa tragica eventualità non sembra scuotere la coscienza del Paese - indifferente a ciò che accade in questa regione salvo i fatti di cronaca - e di una politica ostaggio dell'economia e della burocrazia. Eppure quel porto, in posizione strategica al centro del Mediterraneo, avrebbe enormi potenzialità. Viene una profonda malinconia a vederlo deperire. E fa tanta rabbia che sia sempre oggetto di dibattiti nei quali ognuno ha la sua ricetta e nessuno si preoccupa di praticare la cura. Chiacchiere e distintivo. Quando invece si potrebbe ripartire da una semplice domanda: ma esiste al mondo un porto dove non si è mai visto un marinario? Un porto nel quale anche le gigantesche gru, al calar del sera, sembravano vedove inconsolabili di sogni mai sognati?

Ma dove vanno i marinai?