Cascate di Marmarico. Dispersi, fra la terra e il cielo

Una di notte. Classico dei miei dopo-cammini. Ho dormito appena quattro ore. Ma adesso sono sveglio, con gli occhi sbarrati dall’impellenza di scrivere. Ho ancora nelle orecchie il sax tenore di John Coltrane in “Kind of blue” di Miles Davis, che riempie l’abitacolo mentre viaggiamo fra i boschi delle Serre, da Ferdinandea a Bivongi, dopo aver recuperato l’auto lasciata al mattino al punto di partenza dell’escursione.

 Serre. Alla base delle Cascate Marmarico. Ph F. Bevilacqua

Serre. Alla base delle Cascate Marmarico. Ph F. Bevilacqua

Ogni cammino ha un suono e una musica. Il suono di oggi è il fraseggio maschio, pieno, del sax di Coltrane. La musica, invece, è il fragore femmineo, ancestrale di Marmarico: partitura per acqua che erompe, rupi brunite, pozze di smeraldo, ed un coro di alberi pencolanti nel vuoto. Torno a Marmarico dopo qualche anno d’assenza. Qui, negli anni ottanta, conducemmo un’epica battaglia per non far ricostruire una vecchia centralina idroelettrica, con opere moderne che avrebbero deturpato uno dei luoghi più straordinari dell’Appennino. Quella ripida condotta forzata, così come venne realizzata ai primi del ‘900, con le chiuse, il grande tubo di ferro rugginoso e imbullonato, le gallerie, la centralina sul fondo delle gole, è un mirabile esempio di archeologia industriale.

Serre. Vallone Folea. Le Cascate di Marmarico viste dall'alto. Ph F. Bevilacqua

Serre. Vallone Folea. Le Cascate di Marmarico viste dall’alto. Ph F. Bevilacqua

Mentre le stradine e i sentieri di servizio dovrebbero servire da punto di riferimento per come si integrano con il fiabesco ambiente naturale che li circonda. Vengo in questi luoghi solo d’inverno, o all’inizio della primavera. Possibilmente dopo piogge abbondanti e col cattivo tempo. Marmarico è più bella quando è in piena ed emerge dalle fredde nebbie, come una ninfa fra le brume delle montagne. E quando non incontri frotte di turisti goderecci che, da quando divulgammo le cascate, si fanno scarrozzare su e giù, in fuoristrada, lungo gli appena cinque km che le collega all’abitato di Bivongi, sul fianco destro della valle della Fiumara Stilaro. Partiamo da Ferdinandea, la bella casa padronale ove fu ospite Matilde Serao, la quale scrisse ammirate descrizioni del luogo sul Corriere della Sera nel settembre del 1886.

Serre. Vallone Folea. Sullo sfondo, M. Consolino e M. Stella. Ph F. Bevilacqua

Serre. Vallone Folea. Sullo sfondo, M. Consolino e M. Stella. Ph F. Bevilacqua

Attorno i resti delle antiche industrie siderurgiche borboniche alimentate dai metalli provenienti dalle miniere delle basse gole fluviali delle Serre e dal combustibile sottratto ai vasti boschi circostanti. Scendiamo lungo la condotta forzata che parte dalla piccola diga sul Torrente Folea, in una grande foresta di abeti banchi, faggi, cerri. Giungiamo alla confluenza con l’altra condotta che proviene dal contiguo Torrente Ruggiero. Le casette lillipuziane dei pastori e dei contadini, che, sino a cinquant’anni fa, vivevano su questa altura boscosa, sono ormai invase dai rovi. Una stradaccia di esbosco ha sostituito, per un lungo tratto, l’antico sentiero che zigzagava attorno al tubo della condotta forzata che faceva precipitare l’acqua per centinaia di metri. Tutt’attorno lo sfacelo di un diboscamento. Ovunque frane, smottamenti tagli a raso, sbancamenti. In quella che era una meravigliosa lecceta. E pensare che siamo nel Parco Regionale delle Serre!

Serre. Vallone Folea. Ontano nero. Ph F. Bevilacqua

Serre. Vallone Folea. Ontano nero. Ph F. Bevilacqua

Alla terza galleria scavata nella roccia di duro granito sbuchiamo su uno spettacolare belvedere che domina dall’alto le cascate. Poi giù, lungo il sentiero, provvidenzialmente risparmiato dalle ruspe, sino al fiume. Risaliamo sino alla base dell’imponente serie di salti d’acqua avvolti fra un intrico di vegetazione e di rocce. In queste gole fluviali della Calabria, pare, a volte, di essere precipitati nella foresta pluviale di qualche remota regione del Sud America. Il fiume è carico per le piogge degli ultimi giorni e per lo sciogliersi della neve sui monti.

Serre. Vallone Folea. Scorcio del fiume. Ph F. Bevilacqua

Serre. Vallone Folea. Scorcio del fiume. Ph F. Bevilacqua

Nella mia immaginazione le cascate hanno sempre a che fare con qualcosa di corporeo: il liquido amniotico di un ventre materno, che rompe le acque; o un liquido seminale, che feconda la terra. Perciò ho bisogno di raccoglimento quando vengo in luoghi come questo. Ed è con amore e devozione che ritraggo le cascate, come avrebbe fatto un antico viaggiatore sul suo taccuino di disegni. “Per l’uomo religioso – scrive Mircea Eliade – la Natura non è mai esclusivamente naturale […]: uscito dalle mani degli dèi, il Mondo rimane pregno di sacralità”.
Ci distacchiamo a malincuore dalle cascate e scendiamo dolcemente lungo la stradina che porta a Bivongi. Fra macchie intricate, antichi terrazzamenti, eriche, lecci, ciliegi prematuramente fioriti, paesaggi senza tempo.

Serre. Bivongi. S. Giovanni Theresti. Interno della chiesa. Ph F. Bevilacqua

Serre. Bivongi. S. Giovanni Theresti. Interno della chiesa. Ph F. Bevilacqua

Poi il pellegrinaggio finale a San Giovanni Theresti, la piccola chiesa bizantina, alta su un poggio favoloso, appeso come un nido d’aquila, fra la valle della Stilaro e quella dell’Assi. Ci accoglie un giovane monaco greco-ortodosso, che, con i suoi compagni ha ricolonizzato il famoso luogo di culto. Silenzioso, lo sguardo ascetico, l’espressione mite e malinconica. Le icone delle madonne orientali, i dipinti dei santi greci, le candele lunghe, la solitudine e il silenzio, il cielo che trascolora, completano l’aura di sospensione temporale, di incanto interiore che ci ha cullato per ore, dispersi fra la terra e il cielo.

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