Piante che narrano un popolo in una riserva (Valli Cupe) che si fa emblema della ricchezza botanica calabrese

Un popolo, quello calabrese, raccontato attraverso una corposa rassegna scientifico-divulgativa di piante. Nessuna retorica, nessun cliché. “Solo” piante, 530 per l’esattezza, con tutto quel che ne deriva: da astrusi nomi scientifici, famiglie botaniche e forme biologiche a nomi dialettali, usi domestici e antichi saperi, finendo per snocciolare costumi, culture e tradizioni di una regione plurimillenaria e solcata da una vivida e sfaccettata anima faunistica.entobotanica in calabria copertina libro
L’orizzonte naturalistico e quello antropologico affiorano compatti dalla prima pubblicazione della Riserva Naturale Valli Cupe, “Etnobotanica in Calabria – Viaggio alla scoperta di antichi saperi intorno al mondo delle piante” (Rubbettino, pp. 341, euro 25), curata da Antonella Lupia (laurea in Scienze fisiopatologiche e specializzata in biochimica clinica), Raffaele Lupia (esperto di materie agrarie e forestali, si occupa di gestione sostenibile del territorio) e Carmine Lupia (botanico e direttore della Riserva). Un libro in cui uomo e natura emergono per quel che sono ab initio ma che l’uomo stesso, ferocemente distratto da sfavillanti habitat di cemento, ostracizza: l’uno il nutrimento dell’altra, visceralmente attratti nel medesimo vortice germinale.
Per fortuna, lo spirito di chi ci ha preceduto, con mani e piedi ben piantati nella terra fertile e ridente, riecheggia nel contesto smarrito di un’affannata modernità. Lo scopo del libro, tra le più complete opere del panorama etnobotanico, è proprio questo: sollecitare una maggiore sensibilità ecologica e attualizzare la relazione uomo-mondo vegetale, celebrando il mondo rurale calabrese «depositario di un sistema di saperi di altissimo livello, anche se sprezzantemente e sbrigativamente liquidato – nel recente passato e sull’onda di un vuoto intellettualismo di maniera – come apparato residuale di superstizioni e credenze popolari privo di qualsivoglia spessore culturale».
La memoria orale tramandata dai nostri antenati, che colpisce per lo spiccato taglio culturale, ci parla di un popolo straordinariamente capace di apprendere i più intimi meccanismi di funzionamento della natura: «una competenza esemplare su piante e animali, una padronanza incredibile di esperienze e conoscenze pratiche, un bagaglio inesauribile di consapevolezze inerenti l’ordine naturale che regna nel Creato».

Cascata Cavallopoli

Cascata Cavallopoli

Meglio ancora se il terreno di “caccia” è il polimorfo territorio calabrese. La cui presenza botanica più significativa si schiude in maniera esaustiva nella Riserva Naturale Valli Cupe, «una delle sintesi meglio compiute della Calabria, non solo per la natura spettacolare dei canyon, delle cascate e degli alberi secolari, ma soprattutto per la sua vasta biodiversità vegetale e animale».
La quasi totalità delle specie descritte nel libro, infatti, si trova nella giovane Riserva della Presila catanzarese, la quale racchiude tutte le fasce fitoclimatiche presenti nell’Appennino calabro: «il Lauretum, che corrisponde all’area di coltivazione di agrumi, vite e olivo, con associata foresta sempreverde mediterranea (boschi di leccio e sughera, rimboschimenti di pini mediterranei, macchia mediterranea), a clima prettamente mediterraneo; il Castanetum, o area di coltivazione del castagno, con associati boschi della fascia basale (querce caducifoglie e formazioni di latifoglie mesofile), a clima temperato; il Fagetum, con associati boschi della fascia montana (pinete di laricio, faggete, boschi misti faggio-pino laricio e faggio-abete bianco), a clima marcatamente continentale». In altre parole, la Riserva si fa emblema di tutta la regione e di gran parte delle aree protette che ne scandiscono il territorio. Tant’è che nell’area Valli Cupe è nato un centro studi di Etnobiologia, con annessa una rete museale unica in Calabria e in gran parte del Sud Italia, che ha permesso la disamina delle piante calabresi sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista storico-culturale.

Canyon dell'Inferno

Canyon dell’Inferno

Sfogliando le 530 schede di “Etnobotanica in Calabria” ci imbattiamo in millenarie tradizioni e pratiche curiose: che siano alimento o medicina, materia prima per utensili o mezzo per adornare e nutrire la bellezza del corpo, le piante hanno sempre ruotato intorno alla vita degli uomini, di tutte le civiltà da tempi ormai immemori. E i calabresi, cosa ne facevano delle piante? Con il fiore della cimiciotta greca (lumìnu in dialetto) che fungeva da stoppino, ad esempio, realizzavano lampade votive, semplici ma ingegnose, dette appunto lumìni. Riempivano dei bicchieri, raccontano gli autori, con acqua e olio, sulla cui superficie sistemavano un pezzetto di sughero forato al centro. Dentro il foro veniva fatto passare il fiore della cimiciotta che, pescando nell’olio, alimentava la fiamma.
Dalla buccia del melograno (granàtu, melogranu in dialetto), invece, estraevano un colore verdino per tingere i vestiti; la scorza essiccata del frutto, inoltre, veniva impiegata per la preparazione di decotti utili per risolvere le gastroenteriti negli animali.
Sempre come colorante venivano impiegate le radici della robbia (attaccarròbbe in dialetto), da cui si estraeva una tintura rossa per dipingere le uova intere, elemento decorativo dei dolci pasquali (pizze dolci, cuzzupe, ecc).
Il legno di olmo (in dialetto urmajinu, ùarmu, ormu, urmu), molto duro e resistente, era considerato eccellente per costruire il mozzo (mùajulu) della ruota dei carri. Si tratta di un pezzo speciale, sottoposto a forti sollecitazioni (collegato all’asse e ai raggi della ruota), che quindi veniva scelto con particolare cura dagli artigiani.

Cascata delle Rupe

Cascata delle Rupe

Un noto detto recita ruta, ogni mala astùta (la ruta spegne ogni male): è una pianta aromatica alla quale sono attribuite proprietà magiche. Viene difatti utilizzata contro il malocchio. Nella Locride, e in particolar modo a Gerace, viene consumata cruda con il pane.
Con il lampone (in dialetto frambòsa, formosa), il cui commercio alimentava l’economia dell’altipiano silano e dei paesi della Presila, un tempo si usava insaporire il latte di capra o di vacca e quando non esistevano ancora i moderni sistemi frigoriferi si produceva il gelato tradizionale. A tal proposito, la tradizione del gelato in Calabria, spiegano gli autori del libro, si perde nella notte dei tempi. A fine inverno nelle montagne calabresi ancora abbondantemente coperte di neve si usava scavare grosse buche che venivano riempite di neve pressata e ricoperte con frascame, foglie e terra. Erano le cosiddette nivére, ingegnoso sistema che consentiva di conservare intatta la neve fino all’estate quando, specialmente in occasioni importanti come le feste patronali, sistemata in sacchi di juta e caricata sul pianale dei carri per essere trasportata in città e paesi, veniva utilizzata per fare il gelato al lampone e le granite (scirubétte in dialetto locale) al lampone, alla fragola, al caffè, al limone, alle mandorle e soprattutto al vin cotto. Si ricorda ancora, in Aspromonte, la figura del Jelatàru o Vaticale che curava la realizzazione delle nivére e il commercio della neve, regolato da apposite norme e consuetudini locali.

Cascata del Campanaro

Cascata del Campanaro

Il corbezzolo (in dialetto cacùmbaru, cacùmmaru, cacòmuru, ‘mbriachellu) è una delle piante più care alla tradizione rurale e sicuramente una delle più note per gli svariati utilizzi che se ne possono fare. Il ciocco veniva spesso usato in sostituzione di quello di erica per la costruzione delle pipe. Rami con foglie e frutti fungono da sempre da addobbi natalizi. Con il legno, poi, si realizzavano cucchiai, coppe, utensili da cucina e carbone. Dai fiori del corbezzolo si ottiene un buonissimo miele e i suoi frutti, commestibili, si possono consumare sia allo stato fresco che conservati sotto spirito; inoltre sono ottimi per preparare marmellate e liquori. Ma attenzione: se ne consiglia un consumo moderato per la lieve tossicità che potrebbe presentare. Il suo nome scientifico (arbutus unedo) deriva probabilmente dai leggeri disturbi che può causare: unedo è la contrazione del termine latino unum edo, ovvero “ne mangio uno solo”. Quanta storia e quante storie dalle radici della terra…

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