“Selim e Isabella” tra Napoli e Algeri. Romanzo con contaminazioni culturali e dintorni… Intervista ad Enrico Costa

Ormai si è felicemente “convertito” alla letteratura. Lui è Enrico Costa, noto professore ordinario di Urbanistica dell’UniMediterranea, di cui è stato cofondatore.
Dopo “Itinerari Mediterranei”, libro ricco di simboli e denso di suggestioni, letterarie, pittoriche, cinematografiche, sociologiche, musicali, impreziosito anche dalla prefazione dell’indimenticabile Renato Nicolini, Costa ha scritto “Selim e Isabella”.

Enrico Costa, professore ordinario di Urbanistica dell’UniMediterranea

Enrico Costa, professore ordinario di Urbanistica dell’UniMediterranea

Il romanzo, inserito nella deliziosa collana “La bottega dell’inutile” di Città del Sole Edizioni, narra le “fiabe parallele di un’italiana in Algeri e un turco in Italia” (controcopertina); la trama, infatti, è una sorta di commistione delle due opere rossiniane ricordate in contro copertina, si snoda in scene parallele tra Napoli e Algeri, per poi “sfioccarsi” in nuove storie nella seconda parte del romanzo.
Ci intratteniamo con l’autore sui molteplici aspetti della sua attività, di scrittore e di urbanista.

Enrico, questo tuo ultimo romanzo, o meglio, questa tua nuova “narrazione”, come preferisci dire, è felicemente contaminata da diversi generi artistici, la musica soprattutto: un chiaro “indizio” si nota nel sottotitolo, che richiama due opere musicate da Rossini, e poi, nella scelta dell’autore della presentazione, Nicola Sgro, direttore d’orchestra formatosi con Franco Ferrara ed Herbert von Karajan …

“Il riferimento a Rossini e al suo teatro musicale è tutt’altro che casuale, perché si radica nel tentativo che ha caratterizzato tutta la mia attività di docente, in Calabria, Campania, e Sicilia: quello, cioè, di far comprendere ai giovani non solo teorie e tecniche urbanistiche, ma anche l’originalità del nostro substrato culturale, di nazione. E quale occasione più gradevole, per non dire ghiotta, di quella fornita dall’opera buffa rossiniana come“prodromo” all’intero mondo del melodramma, invenzione tipicamente italiana…?”

La contaminazione non riguarda soltanto la tua attività di scrittore ….

“Infatti. Nella mia attività ho sempre proceduto con uno sguardo ampio. Non mi è stato difficile perché l’urbanistica, a cui ho dedicato un’intera vita, è di per sé una grande contaminazione, nella quale tutte le discipline coinvolte, Architettura, Geologia, Economia, Statistica, Demografia, Estimo, Scienze sociali, Geografia, Ecologia, Paesaggistica, da “autonome”, diventano parti necessarie e indispensabili di una sola, l’urbanistica, appunto”.

Ti stai riferendo alla multidisciplinarietà ?

Copertina di Selim e Isabella“Multidisciplinarietà è la parola giusta. E’ questa l’ impronta culturale, nel senso più lato possibile, con cui, in una logica di contaminazione, ho caratterizzato ieri l’insegnamento dell’Urbanistica, e oggi i miei esperimenti letterari. Con risultati di cui mi considero abbastanza soddisfatto. Tra i vari riconoscimenti che mi sono stati tributati, mi piace citare, il Premio Malafarina, del 2012, poi, nella primavera 2016, proprio mentre usciva “Selim e Isabella”, la nomina a Professore Emerito. A fine 2016, a suggello autorevolissimo, è arrivato il Premio Bertrand Russell ai Saperi Contaminati”.

Non a caso… Tu sei appassionato di letteratura, musica, cinema, arti, e i tuoi libri sono una sorta di duplice inno: alla bellezza, celebrata in tutte le dimensioni, estetiche ed etiche, e a ciò che a essa è inscindibilmente legata, cioè la capacità di comprendere che “ogni cosa ha un’anima”, come si legge nelle stupende “Elegie duinesi” di Rilke ….

Ah, le “Elegie duinesi” di Rainer Maria Rilke: inebrianti! Purtroppo, le ho conosciute soltanto da quarantenne, quando, nella seconda metà degli anni ottanta, mi recai a Duino a trovare la mia primogenita, Lucrezia, che aveva vinto un concorso che le consentiva di frequentare gli ultimi due anni delle superiori, invece che nel suo liceo romano,nell’incantevole castello di Duino. Lì, infatti, si tenevano i corsi residenziali “duinesi”, in lingua inglese, per duecento studenti selezionati in tutto il mondo. Proprio in quell’occasione, la magia della poetica rilkiana mi consentì di ricucire quel culto per la bellezza che solo l’immersione nelle arti, aggiunta a ciò che apprendi in famiglia, ti può trasmettere. E, a proposito della mia preziosa eredità familiare , mi piace ricordare che tutti i miei cari erano amanti della musica classica, e un mio bisnonno materno era violinista all’Opera di Roma…”

… e al DNA familiare mi pare tu sia “debitore” anche per l’amore verso il cinema …

“Dici bene. All’epoca del muto la famiglia di mio padre era pioniera del cinema italiano, con la prima donna regista in Italia, Elvira Notari, sorella di mia nonna Margherita. Era l’epoca in cui, prima di Cinecittà, il cinema si faceva a Napoli e a Torino…”

La Notari è stata una donna senza dubbio eclettica: oltre che regista, è stata attrice, soggettista, ha creato col marito una casa di produzione e una scuola di recitazione, e ha avuto un discreto successo negli Stati Uniti, anche se in Italia è poco nota …

Copertina di Itinerari mediterranei“Vero. Ne ho parlato con Francesco Rosi quando è venuto a Reggio per la laurea honoris causa che gli ho conferito qualche anno fa: ha definito il cinema della Notari pre – neorealista”

 C’è anche chi, vista la predilezione della Notari per le storie incentrate su personaggi femminili, considera il suo modo di fare cinema addirittura pre – femminista, anche se raramente le donne dei suoi film erano emblema di percorsi di emancipazione dalla loro condizione, anzi, spesso finivano con l’essere “vinte”…

“ Il cinema di Elvira riguardava vicende che implicavano il riscatto sociale della protagonista, che non sempre si realizzava, è vero. Comunque, lei si schierava sempre dalla parte dei vinti. Amava il cinema popolare, di deciso impianto realistico, e, proprio a causa di ciò, fu vessata dalla censura e osteggiata dal regime fascista. E dunque, fu poco amata dalla critica …”

 Mi pare che nel cinema lei abbia anche avuto un ruolo a metà tra l’arte e la tecnica …

“Vero. Si occupava anche della coloritura delle pellicole cinematografiche, che curava certosinamente, fotogramma per fotogramma, usando pennellini e colori inventati da lei…”

E allora, anche per la tua antenata arte e tecnica andavano a braccetto, come nel tuo caso. Ma, dimmi della pittura e dell’architettura: come è nato il tuo amore verso queste altre forme di arte … ?

“Fin da giovane non passava domenica senza che visitassi almeno una delle chiese-museo del centro di Roma. E le gallerie d’arte… ! Ho nutrito mente e cuore, soprattutto con Caravaggio e Bernini. Le architetture della capitale ne contestualizzavano i capolavori. Da qui, come dalle visite periodiche, prima con la famiglia e poi da solo, anche a Napoli e a Pompei, la scelta di studiare Architettura, che fu, quindi, del tutto naturale”.

E la letteratura … ?

Enrico Costa con Zina Croce relatrice alla presentazione di Itinerari Mediterranei

Enrico Costa con Zina Croce relatrice alla presentazione di Itinerari Mediterranei

“Attribuisco il merito di questo mio grande amore – tanto grande da volergli dedicare gli anni che mi restano davanti – alla scuola, e precisamente a due docenti eccezionali che trasformarono il mio liceo scientifico in uno straordinario, quanto inaspettato, liceo classico, purtroppo senza greco. Una era la locrese Maria Antonietta Foti docente di Italiano e Latino, crociana, proveniente da una allora lontanissima, e per me ancora ignota, Calabria: lei, donna di intense passioni culturali, era innamorata all’inverosimile della libertà di pensiero, “alla Mario Pannunzio”, anima dello storico settimanale “Il Mondo”. L’altra docente, di lingua e letteratura inglese, allora “protetta” dall’anonimo cognome maritale, era (lo scoprii nel tempo…) la grande poetessa Margherita Guidacci, sensibilissima traduttrice delle liriche di Emily Dickinson. Come vedi, anche con la scuola sono stato veramente fortunato, e sempre più spesso penso ad Antonietta e Margherita come a due mie insostituibili grandi Muse”.

Due Muse che, sicuramente, avranno avuto un’importanza fondamentale nel farti vivere “il bello di certa letteratura come ricerca gioiosa e disinteressata della bellezza”, come ha scritto Raffaele Gaetano nella bella prefazione al tuo Selim e Isabella…

“Senza dubbio. A Raffaele Gaetano, poi, mi lega – dai tempi della sua trasmissione televisiva “Libraria”- un rapporto di stima e amicizia pluriennale basato sulla condivisione di una concezione “alta” della Bellezza. E poiché quello di Selim e Isabella è un meraviglioso viaggio, come avrei potuto, di fronte a tanta Bellezza non chiedere la prefazione proprio a Raffaele, grande esperto di Estetica, ben sapendo che sarei andato a colpo sicuro…?”

L’amore disinteressato del Bello è esaltazione dell’immensa“utilità dell’inutile”, ricordando il titolo del bel libro di Nuccio Ordine…

“Ne sono convinto. E lo sono stato al punto tale da aver scritto Selim e Isabella proprio pensando alla sua inclusione nella collana “La bottega dell’inutile”. Sono stanco di scrivere per cambiare il mondo. C_Inutile OrdineHo voluto dedicarmi a lettori per i quali ha valore migliorare il proprio mondo interiore attraverso il piacere della lettura di testi apparentemente inutili ma, che in realtà, forse sono più utili di tanti manifesti e proclami che col tempo hanno svelato la propria effettiva inutilità”.

In Selim e Isabella ci sono pagine in cui descrivi delizie pasticciere in modo così “gustoso” che sembra di vedere, e quasi assaporare, makroud, kodritkadir, baklawa, ghotaab,, mhalbiya…, gli esotici dolci di cui scrivi. Immagino che nel corso della stesura del libro hai fatto anche ricerche di tipo gastronomico…

“Nel mio girovagare, prima fra Turchia Armenia e Iran, poi fra Egitto, Palestina e Israele, e soprattutto nel Maghreb, Tunisia Algeria e Marocco, di quei profumi mi sono beato direttamente alla “fonte”, e di quei sapori mi sono nutrito a lungo, quindi non mi è stato difficile scriverne. Piuttosto, mi sono dedicato alla ricerca sui nostri dolci, in particolare mi sono interessato alle origini seicentesche, e ai significati erotici, della Sfogliatella Santarosa. Chissà a cosa pensava quella monaca del convento situato nella costiera amalfitana, quando, armeggiando in cucina fra pasta frolla e golosi ripieni, inventò l’ammiccante Santarosa … E comunque, nel mio libro il bel Selim non ha saputo sottrarsi a tali aromi, odori e sapori”.

Insieme al dolce, c’è anche l’amaro… : a pagina 62 gli eunuchi cantano “Qua le femmine son nate soltanto per servire”, e a pagina 65, sul “burbero e arrogante” Mustafà, una sorta di dongiovanni arabo, si legge: “salta da una voglia a un’altra … sembra avercela proprio con tutte...”

“Ovviamente Mustafà è disdicevole ma – e non voglio scusarlo – di cosa parliamo, quando l’ironia rossiniana, e prima ancora mozartiana, si è trasformata, oggi, nella tragedia quotidiana dei femminicidi, dell’acido gettato in faccia alla donna che non ti ama più e che per questo merita di vivere sfigurata, delle ragazze massacrate e fatte in tanti pezzi da riempire un paio di trolley…? In confronto Mustafà non è altro che un dilettante, la caricatura di sé stesso, a suo modo un simpaticone …”

Diciamo così. Ma torniamo alla Bellezza. In “Itinerari mediterranei”, scrivi che vedere l’ambiente calabrese come contenitore di bruttezze “ha conseguenze molto gravi”, perché “il calabrese vi abita con disagio esistenziale, perciò lo odia, e lo distrugge”…. Forse, si dovrebbe imparare a ri-guardare – nel duplice senso, suggerito da Franco Cassano (“avere riguardo, tornare a guardare…”) – ciò che ci appartiene, e considerarlo veicolo di identità, di sviluppo…. Cosa dice, in merito, l’urbanista …?

Con Francesco Rosi a lezione di Urbanistica“L’urbanista con il quale tu stai amabilmente conversando è un antiretorico, stanco dei ritornelli (il Km più bello, la posizione unica, il patrimonio irripetibile, e via cantilenando) sulle labbra di chi, di fronte a pochi spiccioli di spesa, è disposto ad annientare tutto ciò di cui ci si vanta, senza conoscerlo né apprezzarlo, di fatto contribuendo alla distruzione di beni che invece potrebbero essere messi a reddito nell’ambito di un turismo sostenibile. Mi piacerebbe una Calabria con poche chiacchiere, e con serie politiche del territorio. Non a caso nel mio libro affido a Ottavio, giovane architetto e personaggio chiave, il compito di far suonare e cantare territori e paesaggi….Per quanto riguarda Franco Cassano, e la sua teoria dell’avere riguardo, è “vox clamans in deserto”, almeno quanto Marc Augè con i suoi “non luoghi”: è stato più letto che seguito, e ha tanto affascinato i lettori sensibili quanto indispettito gli speculatori. Insomma: una tragedia. Per quanto mi riguarda, e non è un gioco di parole, sul ri-guardo, non vedo spiragli..”

Torniamo alla letteratura. In Selim e Isabella c’è un gusto per l’immaginifico che, come per il cinema che tu ami, è frutto di una “ immaginazione che vola ben più in alto dei pensieri”, per dirla con Fellini; ma vi si avverte anche un impegno di “attento e documentatissimo ricercatore” (Nicola Sgro) anche sui costumi di un mondo, quello arabo che, evidentemente, ti affascina molto …

“Non potrei non essere affascinato da quel mondo, che conosco profondamente, anche per avervi vissuto e lavorato quasi cinque anni. Per quanto riguarda il cinema e i suoi riflessi sulla mia personalità, essendo “cresciuto a pane e cinema”, non me ne meraviglio più di tanto. Mentre m’inorgoglisce il maestro Nicola Sgro, che nel suo testo introduttivo a Selim e Isabella mi riconosce, quando tratto di melodramma, la qualità di “attento e documentatissimo ricercatore”. Vuol dire che come scrittore, pur cambiando temi e argomenti, sono rimasto profondamente me stesso. E non mi pare poco”.

Ancora una domanda: cos’altro dovremo aspettarci dal Costa scrittore, dopo l’inno al Mediterraneo di Itinerari mediterranei e l’inno alla Bellezza di Selim e Isabella?

“ Lessico lirico”. E’ il titolo del mio prossimo libro. L’ho scelto come mio “debito” nei confronti di capolavori del secondo Novecento italiano come “Cronaca familiare” di Vasco Pratolini e “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, senza dimenticare “Vestivamo alla marinara” di Susanna Agnelli. Non so se sarà ancora un “inno”, ma sicuramente è un atto d’amore verso la famiglia. Naturalmente, il tipo di accoglienza che i lettori vorranno riservarmi, sarà dirimente sull’alternativa continuare a scrivere, o iscrivermi a una bocciofila (magari con vista sullo Stretto) …”.

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