Tra la ‘Merica” e don Pasco: da bovaro a contadino…

Peppe era nato bovaro. Con una pariglia di buoi tutta sua – forti per l’aratro e per trascinare giù dalla monta­gna i tronchi – e tuttavia bovaro. Non intendeva esserlo per la vita. Aspirava a diventare contadino. S’era trovato il puntiglio orgoglioso di vedersi indurire le mani su terre che gli appar­tenessero e di non ubbidire ad alcun padrone. Eppure, bovari erano il padre e i fratelli, bovaro era stato il nonno, sempre bovari fin dove riusciva a spingersi la memoria, senza mai schiodarsi dall’immobilità.contadini
Appena svoltato l’angolo del Novecento, poco più che diciottenne fuggì dal destino lì immutabile. E partì per la Merica. Nel ventre scuro del piroscafo, un’umanità dolente e cenciosa, famiglie intere, uomini soli, ragazzi affidati a se stessi e alla benevolenza del Cielo. Nella stiva erano ammassati da poter spremere olio.
Fu tenero e triste compagno di Giuseppe il ricordo degli sguardi che in chiesa gli aveva insistito addosso Maria, la giovine con cui da un po’ faceva scherma d’occhi. In quel modo gli si era promessa, e con un velo di lacrime – una le si staccò al primo battito delle palpebre.
Perché si portasse alla loro altezza e gliela concedessero, Giuseppe doveva però diventare almeno pic­colo possidente. La famiglia di lei si riteneva più in alto nella fragile e sottile gerarchia in cui insisteva a sezionarsi il popolino, se non altro per avere alla portata sciancati che soccorressero a ritenersi migliore. Precedeva la sua, se davvero la precedeva, di non più di una generazione, dei pochi anni dacché avevano smesso la zappa a gior­nata e accudivano un podere di proprietà.
Alla Merica, Giuseppe ci rimase tredici anni, bestia da macello a dannarsi a costruire la ferrovia che spartiva in due la Louisiana, piatta quanto la superficie del mare in quiete. Ci sareb­be rimasto di più se non si fosse messa in mezzo la diceria che il rientro in Italia sarebbe stato sbarrato per sempre a chi non fosse tornato per servire la patria entrata in guerra. Gli erano toccati il piroscafo a solcare le acque del ritorno e il fronte, dove aveva avuto stabile al fianco la morte, il pensiero di poterci incappare, che un po’ lo era morire. E non ne valeva la pena, non per l’ostinazione di ricondurre dentro i confini nazionali quella terra brulla e pietrosa che nessuna erba riusciva a spanciare e dove neppure affondava la zappa né era detto che riuscisse a penetrare il piccone. Poi, era distante quasi un giorno e una notte di treno, troppo, tanto che non veniva da pensarla Italia. Di sicuro, non valeva le vite che li esalavano l’ultimo fiato.
La giovane non lo aveva atteso. Ma, anche a intestardirsi, non avrebbe potuto. Lunghi assai, tredici anni. Lunghi persino pochi mesi, quan­do sono altri a decidere. Così, la promessa non aveva varcato l’estate, infrangendosi sulla prima proposta soddisfacente giunta ai suoi.
Peppe lo appurò alla Merica, quando lei era già sposa e madre – glielo rivelarono con cautela paesani appena arrivati. E, all’impegno di dopo, aggiunse un’ansia di rivalsa, per procurarsi un ritorno che scatenasse rimpianto.
La Merica e i gradi di caporale guadagnati in trincea lo restituirono Giuseppe per tutti, dopo ch’era partito Peppe per quelli di casa e Pepparè per il popolo.
Acquistò un podere, l’ultimo rimasto a don Pasco, un mezzo nobile – tinte del sangue, di un celeste tenue, lontane dal blu che spacciava. Spuntò un buon prezzo, don Pasco era uno scioperato con la fretta, dannosa, di realizzare denari con cui tornare ai vizi. E si staccò dalla ’bassa gente’ di una distanza intollerabile per i nati pari, costretti ad aggiungere l’amaro della sconfitta al sapore sorboso di doversi imbrattare, ancora e sempre, in terra d’altri.
Prima di prendere moglie, si godette le lusinghe e le lisciate di pelo di chi aveva per casa ragazze in età da marito. E si levò lo sfizio di rifarsi sulla famiglia che non lo aveva atteso, perché ne sdegnò la figlia più giovane. Gliela paravano sempre davanti agli occhi, agghindata di belletto e di un sorriso ampio. Le preferì Carmela, che aveva cinque anni quando lui era emigrato.
Nelle sere di levantina, con acqua da doverci nuotare e vento che s’accaniva per sradicare il paese, stavano seduti, grandi e piccoli, attorno alla ruota con il braciere e Giuseppe snodava la sua voce lenta, e catarrosa quasi avesse uno scaracchio stabile in fondo alla gola, a raccontare del mondo mericano sfavillante di luci e che offriva occasioni a chiunque avesse buona volontà e la testa per afferrarle, di gente con la pelle talmente scura da sembrare parte del buio, da non riuscire a separarne i contorni dalle ombre della notte, del ponte di Broccolino, del quartiere italiano dove avevano creato l’ambiente dei luoghi di provenienza. E del mare Oceano – era ancora convinto che Oceano fosse il nome – l’acqua immensa che il piroscafo aveva affrontato lamentando contorti gemiti legnosi mentre scalava onde gigantesche e ripiombava giù con un tonfo che afferrava alla bocca dello stomaco inducendo il vomito.
In casa, sua era la parola a mettere un punto fermo e definitivo su ogni questione e sue le decisioni, senza possibilità di opporsi, giuste o sbagliate che fossero. In campagna, era la sua stanchezza a stabilire che anche gli altri ne erano gravati e ch’era tempo di mollare la fatica.
La sua vita, tra gli ulivi. E dentro la macchina olearia, il secondo acquisto, fatto ancor prima d’aver finito di onorare le cambiali del fondo, ne aveva firmate tante da ritrovarsi con la mano anchilosata. Era al bordo della fiumara, per sfruttarne l’acqua, incanalata fino a lambire la ruota porziana e a forzarla a un moto che si trasferiva al resto degli ingranaggi, con destinazione ultima le ruote in pietra nella vasca della molitura.
La sera, Giuseppe sedeva sulla sponda del let­to, si toglieva le rustiche calze di lana, i pantaloni e la giacca di orbace, la camicia senza il colletto. E si sciacquava nella baci­nella con cui Carmela gli andava appresso, attendendo paziente che fosse lui a scegliere il momento. Dopo, si concentrava sulle mani. Ne osservava il dorso, il palmo carezzando i calli, le lisciava l’un l’al­tra, le rigirava, le artigliava pure, se assalito da faticosi pensieri che non confidava a nessuno. E “fottiti, padrone” esplodeva infine. Le mani e i calli erano i segni del progresso, d’una fatica che apparteneva soltanto a lui.
Morì però com’era nato e come non avrebbe voluto né nascere né morire: bovaro. Perché gli si smarrì la mente, per il sangue che la penetrava lento e parco. E gli si cancellarono i ricordi che più ci teneva a conservare. Nulla dei lunghi anni da contadino e nella macchina olearia, nulla della Grande Guerra, nulla della Merica. Solo la giovinezza vissuta in paese. Il suo tempo si tranciava di fronte al piroscafo, all’antro scuro che stava per ingoiarselo.

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