Voteremo. Forse rivoteremo. Cerchiamo almeno di votare “con la testa” e non “con la pancia”

Fra poche settimane, domenica 4 marzo, saremo chiamati a votare per l’elezione del nuovo Parlamento e, dunque, per una legislatura che – sulla carta – dovrebbe durare, se tutto va bene, il suo tempo ordinario, che non è poco: 5 anni.
Il futuro governo, quale ne sia il colore politico, dovrebbe fortemente “consolidare” i timidi, ma chiari, risultati della ripresa economica italiana, realizzando (o portando a termine) con coraggio molte riforme (del lavoro, degli enti locali, della P.A., della stessa Costituzione, solo accantonata, ecc.), in un’Europa in bilico esiziale fra crollo istituzionale e decollo federale e in un mondo sempre più globalizzato e competitivo.foto primo piano spadaro 1
Più che mai è questo il momento in cui servono – melius: servirebbero – governi stabili e maggioranze coese. Per converso, è piuttosto probabile che l’attuale sistema elettorale, il c.d. rosatellum bis (per il quale cfr. il mio pezzo su Calabria on web del mese scorso), non riesca invece a determinare maggioranze di governo solide e soprattutto omogenee, visto la natura ormai “tripolare” del nostro sistema politico.
La situazione è dunque paradossale: urge finire/perfezionare le riforme iniziate e intraprenderne altre, nuove e importanti, ma manca proprio il “presupposto” istituzionale che rende concretamente possibile questo processo: un sistema elettorale in grado di garantire non solo rappresentatività, ma effettiva governabilità, e dunque maggioranze e governi capaci di “decidere” nel medio-lungo periodo – sulla base di una visione politica strategica coerente e di respiro almeno europeo – un indirizzo politico-economico-amministrativo-militare chiaro e realizzabile. Attenzione: le recenti difficoltà inglesi, spagnole e tedesche a formare i governi la dice lunga sul fatto che non esistono sistemi elettorali capaci di garantire sempre e senza problemi la governabilità, oltre la rappresentanza. Ma certo il rosatellum non pare un modello idoneo a questo fine.
Si creerà un governo a guida M5S con l’appoggio esterno del movimento di Liberi e uguali guidato da Pietro Grasso? Vincerà subito con un forte scarto la coalizione di centro-destra? Un Pd forte insieme a una parte delle forze del centro-destra formeranno un “governo di larghe intese” (groß koalition all’italiana), riproducendo uno schema in forme diverse già visto nella passata legislatura? Nessuno può dirlo “oggi”, perché solo “dopo” le elezioni sapremo l’effettivo peso di ciascuna forza politica e le alleanze realmente possibili, ossia effettivamente praticabili, fra le forze politiche rappresentate in Parlamento. È proprio questa “posticipazione” delle reali alleanze il frutto avvelenato imposto dalla legge elettorale, che segna la vera rottura rispetto al recente passato, cui eravamo abituati, di governi e maggioranze sostanzialmente, e preventivamente, decisi dal corpo elettorale.
Oggi, invece, come cittadini siamo solo chiamati a “contarci” politicamente, non tanto a decidere “chi” ci governerà. Il nuovo governo – sia pure attraverso la mediazione costituzionale del Presidente della Repubblica – sarà frutto di un gioco tutto post-elettorale, fatto di do ut des fra i partiti, e di sottili camarille fra i politici più coriacei, in un equilibrio perennemente instabile. Altrimenti detto: si preannuncia un ritorno ai defatiganti metodi compromissori della c.d. prima Repubblica, fatti di veti reciproci, purtroppo senza però disporre di una classe politica nemmeno lontanamente paragonabile a quella, almeno iniziale, della prima Repubblica (e chi scrive non è certo un nostalgico di quel periodo).
Anche per questo assisteremo – anzi stiamo già assistendo – a una campagna elettorale caratterizzata dalla guerra di tutti contro tutti (in parte persino dentro alcune coalizioni), da promesse populistiche e inverosimili (ma volte a vellicare le indicibili aspirazioni delle innumerevoli corporazioni italiane: pensionati, statali, medici, imprenditori, professori, ecc.), in un dibattito becero fra i candidati delle diverse forze politiche. Da ciò la rincorsa dei leaders ad abbassare le tasse, promettere redditi minimi a tutti, aumentare le pensioni, regalare dentiere, aiutare i proprietari di animali, ecc. a seconda di quanto i diversi “sondaggisti” percepiscono dei “desideri” delle multiformi fasce che compongono l’opinione pubblica, beninteso quella votante (le aspirazioni dei soggetti fra 1 e 17 anni sono bellamente ignorate).
Aggiungo che purtroppo, com’è arcinoto, buona parte del corpo elettorale non decide razionalmente, ma sulla base di pulsioni non del tutto controllabili e non del tutto prevedibili (cfr. il fallimento dei sondaggi), persino al di là di ogni evidenza, sia essa di corruzione o di buon governo. E sembra che ciò valga sempre, in ogni tempo e ad ogni latitudine: penso al povero Winston Churchill, trombato dal corpo elettorale inglese benché avesse semplicemente vinto la seconda guerra mondiale o, per restare in Italia e in tempi più vicini, al povero Piero Fassino che, pure avendo governato bene Torino – per quasi unanime riconoscimento, anche di molti suoi avversari – è stato sostituito (grazie all’opposizione della destra) sic et simpliciter da Chiara Appendino, che comunque rappresentava il “nuovo”. Infatti, tanta gente semplice insoddisfatta dice: abbiamo provato il centro-destra; abbiamo provato il centro-sinistra; proviamo a questo punto un partito “nuovo”, più che anti-, fuori-sistema: il M5S.
Ciò conferma che le tradizionali classificazioni dei politologi non bastano più: voto d’identità (stabile e meramente ideologico), di scambio (mobile e clientelare), d’opinione (maturo, riflessivo, che analizza realizzabilità dei programmi e credibilità dei candidati).
In realtà esiste, ed è cresciuto, anche un quarto tipo di voto – che potrebbe anche esser concepito come una degenerazione del voto d’opinione – quello di contestazione, da non sottovalutare affatto. A sua volta, questo voto si articola in due sottotipi: una parte non trascurabile degli elettori sono nauseati dai giochi della classe politica e semplicemente non vanno a votare (astensionisti: l’astensione, infatti, è un tipo di voto, pur singolare); un’altra parte di elettori, non meno numerosa, sciaguratamente vota – e talora è persino invitata a votare – “con la pancia”, più che “con la testa”, un po’ dovunque (populisti: v. l’elezione di D. Trump negli USA).
Ad ogni modo – finita questa fase piuttosto indecente – il lavacro elettorale, ossia la liturgia del voto, determinerà i reali rapporti di forza fra i partiti, inizieranno i veri giochi e si stabiliranno le effettive alleanze. Sempre che il Capo dello Stato, nell’impossibilità di dar vita a maggioranze effettivamente stabili, non decida piuttosto di ri-chiamare subito gli elettori alle urne o dar vita ad un semplice governo di scopo (chiamato, cioè, a fare una legge elettorale di taglio “maggioritario” e qualcos’altro), ipotesi che non può escludersi del tutto, anche se è abbastanza improbabile: i neo-eletti faranno di tutto pur di non lasciare gli scranni appena conquistati.
In questo quadro non esattamente entusiasmante, l’unico piccolo consiglio che mi sentirei di dare – senza scivolare, pur involontariamente, in campagna elettorale – è soltanto su chi non votare: oltre ovviamente i disonesti (formalmente preclusi soprattutto dalle cause di incandidabilità previste dalla legge c.d. Severino) e gli incompetenti (purtroppo numerosissimi e formalmente non escludibili), sconsiglio di votare i cialtroni, categoria di soggetti con cui purtroppo ci scontriamo quotidianamente in ogni campo (università, magistratura, sanità, pubblica amministrazione, imprese, stampa, ecc.) e che si articola in molte e diffuse varianti: inetti, sfrontati, superficiali, ciarlatani, impostori, lestofanti, nonché infinece ne sono davvero a bizzeffe – voltagabbana, vere e proprie “facce toste” che passano da una parte all’altra (dal centro-destra al centro-sinistra e viceversa) con impudenza, anche se, di solito, almeno così dicono: «con sofferto travaglio». La politica attrae irresistibilmente anche queste persone.
Proviamo ad usare la testa: non votiamoli.

 

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