“Il sogno dell’airone” e l’inconsapevolezza come male assoluto nel rapporto genitori – figli. Un romanzo-saggio di Rocco Zoccali. Conversazione con l’autore

Professore ordinario di psichiatria nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Messina, Rocco Zoccali ha scritto un romanzo/saggio di grande interesse, Il Sogno dell’Airone, che punta il dito su una mala pianta che alligna in molte famiglie: quella che – più o meno inconsciamente – fa considerare i figli come mezzo per l’autorealizzazione genitoriale, e dunque, strumento di un’ambizione mai nobilitata dall’affetto seppur presente. Protagonista principale è Matteo, un ragazzo dall’intelligenza vivace, segregato psicologicamente da una madre dominante, in qualche modo “divorante”, onnipresente anche se fisicamente assente, una sorta di  “basso continuo” che accompagna istante per istante la vita del figlio.

L'autore del libro "il sogno dell'Airone" Rocco Zoccali, professore ordinario di psichiatria nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Messina.

L’autore del libro “Il sogno dell’Airone” Rocco Zoccali, professore ordinario di psichiatria nella Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Messina.

Lei lo vorrebbe super-figlio, mostro di bravura a scuola, il migliore fra tutti; il ragazzo l’adora, fa di tutto per assecondarla, ma questa estenuante gara a superare se stesso, e gli altri, lo ingabbia, lo stritola: la sua è una battaglia immane, perché “…lo scontro assomiglia a una guerra civile; il campo di battaglia, gli schieramenti opposti, il nemico, il dittatore, sono dentro di noi; non abbiamo alleati e, circostanza ancora più grave, non siamo in grado di comprendere lo stato di schiavitù che ci opprime……manipolazioni affettive che ci condizionano nella totale inconsapevolezza.….“; una “guerra civile”, questa, che, quando scoppia, lascia ferite indelebili, angoscia, oppressione, insicurezza, che mai guariscono del tutto, nemmeno quando l’adolescente, ormai consapevole, riesce a spiccare il volo come quell’airone di cui Ovidio scrive nelle Metamorfosi … “si alza in volo improvvisamente / e battendo le ali / si scuote di dosso la cenere : di questa “cenere”, infatti, non ci si riesce mai a liberare completamente, lo ricorda il finale del libro: “ancora oggi tuttavia a distanza di tanto tempo, uno strano disagio, quasi il fantasma di un vecchio dolore, si risveglia a volte nelle profondità del suo essere: quando non incontra nello sguardo  degli altri la stima e il consenso che ha sempre cercato negli occhi della madre, la sua ferita, mai cicatrizzata, riprende a sanguinare”.
Un’occasione, questo libro, per mettere a fuoco problemi che nella nostra società dilagano a macchia d’olio, anche se spesso sono criptati, consciamente o inconsciamente, e a volte nemmeno percepiti come tali, seppur sofferti.
Ne parliamo con l’autore, che è anche psicoterapeuta di matrice junghiana e Segretario nazionale della Società italiana di psichiatria adolescenziale.

Situazioni come quella che lei narra nel libro sono pressoché endemiche, anche se non sempre evidenti a causa di “maschere” che confondono le dinamiche dei fatti; e comunque, non passa inosservato il fatto che oggi gli adolescenti siano molto più fragili che in passato, e che viviamo in una società estremamente competitiva, in qualche modo “malata”, in cui ci sono troppe madri del tipo che lei definisce “ buchi neri” (pag. 147 del libro)…

Si, indubbiamente la fragilità dell’adolescente ha raggiunto livelli più elevati rispetto al  passato in relazione ad un diverso modo di interpretare quella che può essere definita la metamorfosi del corpo, della mente e del ruolo sociale. In passato, queste tre variabili avevano il loro tempo e spazio, dimensioni che oggi si sono in parte frantumate. Per quanto riguarda il tempo l’adolescente di oggi estremizza il presente, non percepisce il passato e non vive la proiezione futura con una progettualità da realizzare; in tale contesto il giovane, pervaso dalla noia e insensibile alle gratificazioni del quotidiano, è portato a ricercare stimoli sempre più intensi, sensazioni forti che lo facciano sentire vivo…”

Nella citazione junghiana che si legge in esergo – “I figli porteranno su di sé per molto tempo questa maledizione trasmessa dai genitori, anche quando questi saranno morti da tempo. Non sanno quello che fanno. L’inconsapevolezza è il peccato originale” – c’è una poderosa sintesi di una “maledizione” che si perpetua di generazione in generazione, e cioè l’incapacità di sganciarsi dalle segregazioni psichiche che derivano da introiezioni/proiezioni interne ai rapporti affettivi. Ma è la famiglia a essere – come tanti studiosi sostengono – una realtà in qualche modo strutturalmente “patologica”, oppure, più ottimisticamente, e speranzosamente, sono i genitori che devono essere in grado di affrontare in modo “adeguato” il complesso rapporto coi propri figli, magari evitando di alimentare in loro la … sindrome di Stoccolma…?    

Layout 3Il problema è estremamente complesso. Ogni famiglia ha la sua storia, condizionata dal “mito familiare” di ciascun genitore e dalle singole dimensioni biopsichiche in cui, inevitabilmente, si incontrano e si scontrano normalità e patologia. Certamente genitori “illuminati” dovrebbero avere la capacità di cogliere il talento dei propri figli per favorire lo sviluppo di uno specifico progetto esistenziale, senza pretendere che il figlio diventi un “Sé” oggettivo, destinato a compensare le proprie frustrazioni…”

Nel suo libro, Matteo si sente dire “non ti sai volere bene. Il tuo bisogno di ricevere amore ti porta a rinunciare a te stesso, ad anteporre ai tuoi desideri quelli delle persone da cui vuoi ricevere amore”: in situazioni come questa, c’è fragilità, insicurezza, c’è un Io ancora scarsamente strutturato, anzi “sgretolato”; e c’è una mancanza di autoconsapevolezza, che è dei figli ma che è speculare a quella dei genitori…                                                        

In tale contesto faccio riferimento alla ferita dei non amati. Quanti sono i giovani che crescono insicuri, con un io, come dice lei, “sgretolato” per la mancanza di amore da parte di un padre e una madre che sono privi di empatia, freddi, irritabili e intolleranti…? In casi come questi il bambino interpreta la carenza affettiva in termini di colpa, non si ritiene meritevole di amore, e dunque, tradendo se stesso, cerca di stravolgere la sua identità, per meritare l’attenzione che gli viene negata…”

 A pag. 167  del libro, lei mette in bocca alla zia di Matteo affermazioni molto significative, che per il giovane coincidono con l’esplodere della consapevolezza: ”forse è arrivato il momento di rinunciare alla stima degli altri quando gli altri non sono in grado di valutare quello che fai … credo sia giunto il momento di smettere di cercare conferme. Tale atteggiamento… limita la tua libertà”

“Qui, la zia riveste il ruolo di psicoterapeuta che coglie il momento più adeguato per chiarire al nipote i suoi limiti, indubbiamente causati dall’esigenza di cercare conferme abdicando alla propria libertà di autodeterminarsi. Ovviamente, concordo con lei nell’evidenziare che tale libertà si acquista con la consapevolezza e quindi, con la capacità di prendere decisioni non condizionate dalla ricerca della stima altrui”.

Nel leggere il suo libro, si tocca con mano, anzi, con l’anima, il disagio profondo, e la sofferenza, causati da ferite all’autostima, che si perpetuano negli anni, nonostante i successi concretizzati che dovrebbero cancellare ogni traccia di insicurezza. Ma, forse, non sempre ciò viene causato da figure genitoriali “ingombranti”: a volte scattano meccanismi inconsci che non sono di facile decodifica:

airone2Certamente l’autostima ha un ruolo fondamentale per la salute del giovane e indubbiamente le esperienze infantili interferiscono fortemente sulla formazione degli schemi comportamentali. In tale contesto, oltre ai genitori, giocano un ruolo determinante tutte le relazioni che hanno una valida valenza affettiva. E’ sufficiente fare riferimento agli insegnanti, ai compagni, a tutte le figure autorevoli che favoriscono il processo di identificazione”.

Qualcuno ha detto che avere bambini non rende un genitore tale, più di quanto avere un piano non faccia di chi lo possieda un pianista; in effetti, non sempre i genitori si dimostrano all’altezza del loro, peraltro difficile, compito, e non sono pochi i genitori che annaspano, oltre che nell’inconsapevolezza radicale, anche in una radicale mancanza di obiettività, che spesso risulta non soltanto di difficile autodiagnosi, ma, anche, di altrettanto difficile terapia.

Concordo con le sue osservazioni. La capacità di generare è solo biologica, il ruolo di genitore è molto più complesso ed è correlato alla salute mentale, alla valenza affettiva, alla ricchezza dello spirito, ai valori, all’autenticità, alla cultura e alla stessa intelligenza. Genitori illuminati, in grado di assecondare lo sviluppo dell’autenticità del figlio, favoriscono un’armonica evoluzione della sua personalità. Purtroppo la patologia mentale, anche se sub-clinica, è molto più presente di quanto si creda, e spesso diventa fattore destabilizzante del sistema familiare”.

Nel libro lei cita diverse volte il destino, i geni, l’eredità biologica trasmessa dai genitori, e a pag.169 scrive ”in questo eterno conflitto (quello inter-generazionale, n.d.r.) un ruolo fondamentale spetta ai geni, all’eredità trasmessa dai genitori. Sarebbe questa, in alcuni casi, la loro colpa per il destino ingrato dei figli”…: è un virare dal versante ambientale, a quello “costituzionalistico”… ?

Nel libro ho volutamente riproposto quanto ormai acclarato nella formula GxE, vale a dire Gene per Ambiente: entrambi i fattori hanno, a mio avviso, pari dignità nel determinismo, o comunque nelle dinamiche, della nostra esistenza. Certamente l’esperienza ha la sua importanza alla luce anche dell’epigenetica. Sappiamo bene quanto determinati eventi accendano l’attività di specifici geni, tuttavia, perché questi geni si attivino, è necessario che siano presenti: e quindi acquista forte valenza il fattore ereditario. Diversi studi hanno evidenziato maggiore affinità temperamentale tra gemelli adottati in differenti famiglie, rispetto a fratelli presenti nella stessa famiglia”.

Aldous Huxley ha detto “datemi genitori migliori e vi darò un mondo migliore”… Dalla sua esperienza di psicoterapeuta:  è possibile, “un mondo migliore”, oppure l’inconsapevolezza, con quel che ne segue, è ontologicamente radicale nel rapporto genitori-figli …?

Quello che dice Huxley non è sbagliato. Il problema è trovare genitori “migliori” che hanno implicitamente una buona salute mentale che condizionerà geneticamente la salute dei figli. Si determina alla fine una causalità circolare dove componente genetica e ruolo genitoriale si potenzieranno a vicenda”.

Da buon junghiano, lei ama i simboli. La copertina de Il sogno dell’airone è molto significativa: l’immagine del volto radioso di un bambino inebriato dalla luce, e poi, nel titolo, l’airone, simbolo di sapienza, di introspezione, e, al contempo, di libertà: sono scelte iconico-semantiche ben precise .

 Si, nel libro giocano un ruolo fondamentale i simboli e le trasformazioni. Il vecchio che diventa bambino e vede nel cielo l’airone; l’aquila colpita dalla freccia che cade a terra e si trasforma in gallina. Tutti i sogni hanno il significato di un cambiamento, di un passaggio ad un altro livello di conoscenza”.

Nel libro, il fattore umano fa tutt’uno col dato fisico, col contesto ambientale, le cose vengono quasi “umanizzate”, diventano espressione visibile del mondo interiore: “libri logori, dalle copertine sgualcite, … tristi, privi di vita, come se fossero stati assassinati dallo stesso maestro”; per singolare controcanto, gli umani vengono quasi “animalizzati”, quando invadono il territorio come i rinoceronti di ioneschiana memoria, “… a gruppi di cinque o sei, con atteggiamento da padroni come a difesa del proprio territorio”                                      

Si, certamente l’ambiente fa tutt’uno con i personaggi e non potrebbe essere altrimenti. C’è una indubbia connessioni tra mondo interno (psichico) e mondo esterno (ambiente). Ci sono studi di «psicologia ecologica» incentrati sul modo in cui i diversi contesti ambientali influenzano il comportamento degli individui e sappiamo bene quanto l’arredamento di una casa, ad esempio, rispecchi la personalità di chi la abita”.

In certi frammenti visivi della vita di provincia, c’è una puntuta arguzia descrittiva quando lei, nel libro, tratteggia figure che, in effetti, sembra di ascoltare e vedere…, “gli emigranti ….un’inflessione dialettale, che affiorava decisa sotto l’accento forzatamente nordico….:il risultato era una lingua caricaturale che sapeva di parodia; oppure “il nato stanco (che) trascinava montagne di quotidiani da un bar all’altro….; o il finto intellettuale , sempre con lo stesso libro in mano che non finiva mai di leggere. 

Lei ha toccato un aspetto importante . Noi psichiatri, come pure gli psicologi, abbiamo un monitor sempre acceso che ci porta ad una naturale osservazione del prossimo. E’ in fondo una deformazione professionale che ci spinge alla lettura del non-verbale, dei comportamenti. Tutto ciò, assieme alla conoscenza delle numerose storie esistenziali dei pazienti, diventa un patrimonio che ci arricchisce e ci permette anche di scrivere”.

La sua ironia si appunta anche su certe tipologie femminili, come  l’egocentrica, che “ godeva nell’ascoltarsi. … interamente assorbita dal suo ruolo di cattedratica, … gli occhi socchiusi, come ispirata. Sembrava proprio una sibilla in stato di ‘trance profetica’ dinnanzi a una moltitudine di questuanti”;  ma i suoi strali non risparmiano nemmeno gli uomini: “il vescovo …il modo di rapportarsi ai comuni mortali ….Che fosse realmente in contatto con il Padreterno …? ”.  Questa, potrebbe sembrare una tecnica di scrittura mirata a controbilanciare la “pesantezza” del problema centrale…, ma, forse, c’è un rapporto gestaltico del tipo “figura/sfondo”, in cui tutto ha una relazione con tutto .

 Esatto. Il rapporto è gestaltico. C’è una forte relazione tra l’apparire e l’essere. Ogni personaggio ha i suoi tratti più o meno patologici che si inseriscono nel contesto relazionale dando anche significato ai dialoghi”.

C’è poi il flash amaro che inquadra la madre sciocca-incapace: “Purtroppo, visto che non aveva potuto acquistarlo da un catalogo secondo i propri desideri, si ritrovava con un figlio non idoneo alle sue attese”,  e quella asettico-perfetta… “Stefano… aveva una cameretta tutta per sé,……colma di giocattoli disposti ordinatamente su una serie di mensole alloggiate lungo un’intera parete. Aveva l’aria di un negozio, mancavano solo i cartellini del prezzo e la dicitura: “Non toccare, rivolgersi alla commessa”. Sono atteggiamenti piuttosto diffusi, dunque normali dal punto di vista statistico, ma non da quello ideale. E’ diventato così difficile il “mestiere” di genitore, di madre in particolare ?

Ritengo che il problema non sia solo il ruolo materno ma le diverse personalità che si muovono nei differenti ruoli. Ho volutamente tratteggiato personaggi subclinici che sono molto frequenti nella società e spesso, letti all’interno della normalità, favoriscono comunque conflitti e disagio sociale”. 

Jung sosteneva che “dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, dove c’è predominio non c’è amore “ ma ricordava , anche, che “l’amore riunisce in sé il bene e il male”…

In effetti è quello che troviamo nei genitori. La linea che separa un amore costruttivo da quello distruttivo è molto sottile. Ci vuole grande amore  nell’accettare la crescita dei figli e di conseguenza la perdita. Ci vuole grande amore nell’accettare le loro scelte quando vanno contro i nostri progetti. Ci vuole grande amore nell’accettare i loro sbagli. Lo stesso grande amore può distruggerli”.

Nel libro lei analizza in modo tranchant la maschera, il doppio: “ A volte le persone molto altruiste non sono come ci appaiono. La maggiore difficoltà è capire dove finisce la verità e inizia la menzogna. Non è facile, visto che molti, in buona fede, recitano senza saperlo, … il comportamento generoso, in molti casi è solo un modo per contrastare la rabbia interna che divora …persone arrabbiate a un livello molto profondo, condannate all’altruismo, alla bontà, come estrema difesa dalla rabbia e dall’aggressività che hanno verso il genere umano e che non accettano come propria emozione”. Sono comportamenti, questi, che esplodono con virulenza nella vita reale, e anche nei social…      

Si, il problema è che ogni comportamento può essere autentico o un meccanismo di difesa. In quest’ultimo caso, se si tratta di una formazione reattiva, il soggetto non si rapporta veramente  con la realtà esterna, perché il fine è solo quello di controllo del proprio mondo interno: quanti, combattendo l’ingiustizia, non cercano di controllare il ladro che alberga nel loro inconscio…? Sono sempre preoccupato del comportamento estremista di alcuni moralisti che spesso si ergono a giudici del sociale solo per compensare i loro impulsi  nefasti”.

Lei scrive che nell’animo umano “Ci sono lati oscuri, pensieri neri come corvi…”, e Paul Valery, dal canto suo, ha scritto Se ti accingi a rientrare dentro te stesso sii armato fino ai denti” : si potrà, in qualche modo, uscire da quel  “peccato originale”, che è l’inconsapevolezza (o forse la superficialità) di cui scrive Jung, oppure, con Karl Krauss, dobbiamo pensare che anche per il futuro rimarrà più che mai aperto il grande problema della fragilità umana?     

Io credo che dovremo abituarci a convivere con la fragilità umana. A fronte di soggetti illuminati, autentici, e ricchi di spirito, ci sono anche, con il loro corredo neurobiologico, quelli che Jaspers definiva “poveri di spirito”, gli antisociali e i narcisisti, che continueranno a essere gli artefici del disagio della società”.

FacebookTwitterGoogle+EmailLinkedInPinterest

I commenti sono chiusi.