Quella “Pietà” di Gagini (e di Soverato) senza più Convento. Storia e leggenda di una splendida scultura rinascimentale.

Accomunati da un sostantivo, separati da un terremoto. È l’estrema sintesi della storia che, a distanza di secoli, lega ancora La Pietà, scultura realizzata da Antonello Gagini nel 1521, e il convento di Santa Maria della Pietà di Petrizzi. pieta gaginiIl monastero, proprio in nome di quel sostantivo che inevitabilmente lo collega alla statua, fu la dimora naturale dell’opera fino al 1783 ovvero fino a quando un fortissimo terremoto lo danneggiò gravemente. Tra morti, feriti e gente rimasta senza un tetto, in Calabria e in Sicilia, quello fu l’anno del dramma, una sciagura alla quale non scampò neppure la scultura realizzata quasi tre secoli prima. Dalle scosse, infatti, La Pietà riemerse, ma era mutilata e sfollata: questo il motivo per cui il trasloco fu prima inevitabile, poi definitivo. L’opera fu quindi trasferita a Soverato Superiore e le speranze di riportarla a casa si sgretolarono definitivamente due decenni dopo quando, nel 1806, il convento della Pietà venne saccheggiato dalle truppe napoleoniche del generale Massena. A quel punto, il monastero fu abbandonato dai religiosi che lo abitavano da più di due secoli ovvero da quando Goffredo Borgia decise di fondarlo affidandone l’incaricò a padre Francesco Marini.
Terremoto prima, saccheggio poi: queste le tappe dell’inarrestabile declino che portò alla scelta di vendere il convento ai privati e quindi a prendere atto del fatto che La Pietà di Gagini non sarebbe mai più tornata a casa. Per la scultura cinquecentesca si aprì, dunque, una nuova fase che coincise con la sua collocazione nella chiesa matrice di Maria Santissima Addolorata e che, dopo più di duecento anni, sembra ancora l’unica possibile. Si tratta della chiesa più antica di Soverato che fu costruita quando, proprio a seguito del terremoto che distrusse l’antico borgo fortificato, gli abitanti decisero di stabilirsi sulla collina antistante all’ormai distrutto centro abitato. Una volta terminata venne consacrata a Maria della Pietà, in memoria della chiesa matrice dell’antico borgo. calabriaborgodelconventoruderiEd ecco spuntare un particolare che, pur avendo ragioni che nulla hanno a che fare con La Pietà di Gagini, crea comunque un suggestivo intreccio tra il luogo di culto e la scultura. Da allora il legame tra la chiesa e la statua è inscindibile. Lo è per la storia, per i soveratesi e forse soprattutto per il parroco della chiesa di Maria Santissima Addolorata. Don Giorgio Pascolo ne parla con una naturalezza disarmante arrivando addirittura a definirla «La Pietà di Soverato». Una definizione secca che usa per dire, senza tema di smentita, che è sempre stata lì e, in effetti, non ha tutti i torti. Il convento, infatti, venne eretto su uno sperone, con vista sul mare, in una zona che nel 1510 non era ancora territorio di Petrizzi: a quel tempo faceva parte del territorio di Soverato, compreso nel principato di Squillace.
Lo stile gotico del convento, oggi vincolato e sotto tutela della Soprintendenza ai Beni Culturali quale bene di interesse storico-artistico nazionale, insomma, si è intrecciato per ben 260 anni con l’arte rinascimentale di una scultura in marmo bianco che riproduce la Vergine Maria con in grembo Cristo deposto dalla croce. Quella tra il monastero e il capolavoro di Gagini, dunque, sembrava una storia simbiotica destinata a durare per sempre. image1Poi il terremoto ha sconvolto il corso degli eventi e oggi che La Pietà è tornata al suo antico splendore, grazie all’intervento del laboratorio di restauro dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, sono i soveratesi a non volerla perdere per nessuna ragione al mondo.
Da queste parti, d’altronde, l’opera ha ormai acquisito un valore che va ben oltre la sua importanza storico-artistica e sconfina addirittura nella leggenda. Secondo quella più famosa e suggestiva, al termine dei lavori di costruzione della chiesa di Soverato Superiore, Cciccu Petru (una sorta dì factotum del posto) fece costruire in segreto un carro, appena pronto fece radunare il popolo per trasferirvi la statua della Pietà e poi trasportarla nella nuova chiesa di Soverato. calabriaborgodelconventotorreDurante il trasferimento, però, le cose non andarono per il verso giusto e i soveratesi che se ne stavano occupando ruppero un braccio e una gamba del Cristo. Arrivata la notizia al convento, il duca Pietro di Petrizzi allertò i suoi compaesani che, decisi a impedire il “furto”, arrivarono al monastero in massa. Ciccu Petru, considerato il fatto che entrambe le parti erano armate e pronte alla guerriglia, propose di mettere a capo del carro due buoi, uno di Soverato e l’altro di Petrizzi, e lasciarli andare, secondo il volere della Madonna, verso l’uno o l’altro paese. Entrambe le fazioni accettarono e, dopo aver predisposto tutto, i buoi scelsero la via di Soverato. Storia o leggenda, quel che è certo è che Petrizzi perse la sua opera più prestigiosa a causa del terremoto.
Eppure non è una collocazione che può cancellare una storia lunga tre secoli. Per questo, a Petrizzi, c’è ancora tanta gente che, attraverso la festa della pietà e anche  grazie a un quadro che prese il posto della tanto desiderata statua, lavora per salvare quel periodo dall’oblio.

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