Il messaggio di speranza della Chiesa calabrese. Monsignor Bertolone: “Non tutto è buio. Occorre pensare al bene comune”

«Non è tutto buio oggi in Calabria». E’ il segnale di speranza che lancia il presidente della Conferenza Episcopale Calabra monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo metropolita della diocesi Catanzaro-Squillace. Bertolone non nasconde le difficoltà che vivela nostra regione ma ne evidenzia anche le grandi potenzialità,spronando tuttavia la classe dirigente calabrese a essere «nuovamente capace di pensare al bene comune» e invitando la Chiesa stessa a trasformarsi «evangelicamente in sale, luce e lievito d’una stagione nuova».

il presidente della Conferenza Episcopale Calabra monsignor Vincenzo Bertolone

il presidente della Conferenza Episcopale Calabra monsignor Vincenzo Bertolone

Il presidente dei vescovi di Calabria si sofferma poi sulle grandi emergenze della nostra terra, come la disoccupazione e la pervasività della criminalità organizzata, ribadendo: «La mafia, come la ‘ndrangheta ed ogni altra  organizzazione malavitosa, non ha nulla di cristiano. L’incompatibilità non è solo con la vita religiosa, ma con l’essere umano. Ergo – spiega monsignor Bertolone – la Chiesa non può non condannare il fenomeno mafioso, dire chiaramente che chi si affilia si mette fuori dalla Chiesa, ed opporre alla violenza pagana la disarmante forza del Vangelo».

Monsignor Bertolone, la Calabria è terra di emergenze ma anche di potenzialità: quale futuro la Chiesa auspica per questa terra?

«Una terra che non garantisce un presente ai suoi figli non ha futuro. La nostra regione è ai primi posti nella Ue per il tasso di disoccupazione dei giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. Tra quelli che lavorano, un giovane su 3 guadagna tra i 400 e i 600 euro al mese. Poco meno di 4 su 10 sono costretti a vivere con i genitori fino a 35 anni ed oltre e soprattutto, 1 su 2 ha le valigie pronte. Certo: non vi sono soluzioni miracolistiche, ma neppure può costituire rimedio il ricorso a forme superate di assistenzialismo o al pubblico impiego. La Chiesa qualche suggerimento lo ha dato, ad esempio attraverso un documento elaborato dalla Cec sul tema delle politiche sociali. Che cosa proponeva? uno sforzo per l’infrastrutturazione sociale ed economica, attraverso la tutela delle fasce più deboli; una riorganizzazione del comparto sanitario umanamente compatibile; la razionalizzazione e la riduzione dei costi della politica e della burocrazia, oltre all’indispensabile riaffermazione della legalità in ogni ambito. Non ci sono state risposte. Ma non disperiamo, anzi lavoriamo perché si possano individuare,  insieme, le strade migliori: gli obiettivi delineati sono essenziali non per il destino della Chiesa, ma per l’avvenire della Calabria».

Qual è il ruolo della Chiesa nel rapporto con la società e la politica calabrese?

CHIESA-CONFERENZA VESCOVI marzo 2017«Chi non ha perso il contatto con la realtà sa che nell’umore collettivo prevale lo sconforto di chi è costretto ad assistere impotente all’acuirsi di una crisi economica carnefice di aspirazioni e aspettative, specie quelle dei giovani. Dove guardare, per non lasciarsi prendere dallo scoramento? Nei momenti bui del Novecento gli impulsi di rinascita sono stati generati da profonde ferite, quali le due guerre mondiali, che hanno avuto l’effetto indiretto di veder giungere al governo uomini e donne competenti e di alta qualità morale perché forgiati dal sacrificio. Ai giorni nostri i soggetti protagonisti di quella nobile esperienza, dai partiti ai sindacati ai luoghi della cultura, si presentano come ridotti a schermo d’una continua richiesta di singoli e gruppi di interesse, incapaci di interrogarsi sulle proprie degenerazioni e di aprirsi ai fermenti di rinnovamento, anche cattolici, che fioriscono nella società italiana. Indispensabile, allora, è che la Chiesa si trasformi evangelicamente in sale, luce e lievito d’una stagione nuova. Ma altrettanto forte s’avverte il bisogno di una classe dirigente che sia nuovamente capace di pensare al bene comune, di essere virtuosa senza nutrire l’ambizione di voler insegnare ad essere virtuosi e di rivelarsi pronta a rinunce anche parziali, ma ragionevoli, in vista di un domani migliore».

Da alcuni anni il tema del lavoro è diventato centrale nell’analisi e nell’impegno della Chiesa, in particolare di quella calabrese e meridionale: registrate passi in avanti nelle politiche per creare nuova e buona occupazione, soprattutto giovanile?

bertolone«Non è tutto buio oggi in Calabria: crescono esperienze imprenditoriali innovative, si assiste ad una riscoperta dell’esperienza mutualistica e cooperativa, ad  un ritorno alla terra; si conoscono le denunce degli imprenditori, si sente nella gente una grande voglia di politica nuova. Non coltivare queste gemme, disperdere il germe di speranza in esse contenute, costituirà la responsabilità maggiore di chi, avendo il potere, ha anche il dovere di costruire la casa comune. Dal punto di vista delle Chiese calabresi sembrano urgenti alcune azioni. La più importante delle quali è quella di rifondare una comune idea di sviluppo. Alla Calabria sono state prospettate, nel tempo e dall’alto, molte ipotesi: dalle cattedrali nel deserto ai call center, dagli animatori per i villaggi turistici all’impiego precario in lavori sociali. Ognuna di queste si è rivelata fallimentare e causa di ulteriori problemi. Per questo è opportuno differenziare e specificare gli strumenti di promozione imprenditoriali in funzione delle reali opportunità dei territori interessati. Va poi creata una capillare rete regionale per valorizzare in maniera coordinata i beni culturali, artistici, architettonici, archivistici e bibliografici d’interesse comune, anche quelli di proprietà o di pertinenza delle Chiese locali. Infine, è essenziale puntare su agricoltura e natura, di cui le terre calabre e meridionali, sono atavicamente e naturalmente ricche, ma che avrebbero bisogno di una cabina di regia».

Monsignor Bertolone, un’ultima domanda, quasi doverosa. Una delle emergenze più gravi che assilla la Calabria è la pervasività della criminalità organizzata, infiltratasi anche nelle istituzioni, nella politica e nell’economia: ci sono segnali di risveglio? E sotto questo aspetto dalle parole di Papa Francesco a Cassano è cambiato qualcosa anche nella Chiesa?

PAPA FRANCESCO A CASSANO JONIOAnche qui da noi il martirio del parroco di Brancaccio ha rappresentato una sorta di spartiacque: don Pino Puglisi è il frutto migliore di un processo di bonifica del campo del buon grano, curato e riportato al suo splendore al culmine di una ricostruzione iniziata alla fine degli anni Settanta del secolo scorso nelle Chiese del Sud ed estesosi a tutta la Chiesa italiana. Il cammino intrapreso ha portato all’universale acquisizione di una fondamentale consapevolezza: la mafia, come la ‘ndrangheta ed ogni altra  organizzazione malavitosa, non ha nulla di cristiano. L’incompatibilità non è solo con la vita religiosa, ma con l’essere umano. Ergo, la Chiesa non può non condannare il fenomeno mafioso, dire chiaramente che chi si affilia si mette fuori dalla Chiesa, ed opporre alla violenza pagana la disarmante forza del Vangelo. Queste affermazioni, rafforzate dall’autorità di papa Francesco in visita a Cassano, e ripetute anche a Napoli, suonano come una presa d’atto di una posizione inderogabile e indifferibile: configurando l’appartenenza a ogni forma di criminalità organizzata come apostasia, gli affiliati delle stesse non sono in comunione con la Chiesa ed in quanto tali si collocano automaticamente fuori dalla comunità cristiana».

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